Recensione – Anaconda: Il remake/reboot che ride di se stesso
Reboot dell’omonimo film del 1997 e sesto film della saga, gioca con se stesso e con il meta-cinema. Il nuovo film del franchise Anaconda, co-scritto e diretto da Tom Gormican (Il talento di Mr. C, 2022), prodotto da Columbia Pictures, con protagonisti Paul Rudd, Jack Black, Steve Zahn, Thandiwe Newton e Selton Mello.

Distribuito in Italia da Eagle Pictures (LINK), dal 5 febbraio al cinema.
La trama di Anaconda: Quando il B-movie punta al Blockbuster
Doug McCallister (Jack Black) vive a Buffalo, lavora come videomaker per un’ agenzia di matrimoni e tenta di girare ogni filmino che gli passa tra le mani come se fosse uno di quei B-movie horror che tanto ama e che voleva girare sin da quando era bambino.
Insieme all’amico d’infanzia Ronald “Griff” Griffen (Paul Rudd) sognavano di poter diventare grandi pesonalità del cinema, Doug come regista, Griff come attore. Ma la vita gli riservava altri piani.
Griff, trasferitosi a Los Angeles riesce a fare la comparsa solo in qualche serie tv mentre Doug, ormai rassegnato, è pronto ad ereditare l’agenzia di matrimoni. Questo fino al giorno del compleanno di Doug: Griff gli rivela di essere in possesso dei diritti del film Anaconda del 1997, il cult con Jennifer Lopez e Ice Cube (film per cui sono ossessionati) e gli propone di girare il remake.
Doug, convintosi, mette in piedi una scellerata squadra e con un budget misero parte per la giungla amazzonica.
Da quel momento sarà tutto una disavventura per la scellerata troupe, tra contrabbandieri d’oro che gli danno la caccia e ovviamente enormi anaconde sempre in agguato.
Anaconda: Il non prendersi sul serio come punto di forza
La forza del film sta nel non prendersi sul serio, si prende in giro, gioca con il franchise e con il pubblico più cinefilo con continue citazioni e riferimenti, l’ironia distoglie dalla trama che non si regge in piedi ma che non ha neanche la presunzione di avere una storia chissà quanto coerente con sé stessa.
Prendendo come esempio film più riusciti come Tropic Thunder (2008), Tom Gormican si scosta dal franchise originale per girare un film a sé stante, quasi uno spin-off, ma lo si potrebbe definire in troppi modi: remake, reboot, meta-reboot, soft-reboot, requel ecc.
L’avventura è tutta un mix di cliché, stereotipi e colpi di scena prevedibili. Tantissime gag che non sempre fanno ridere e altrettante morti off screen che trasformano il film in un esercizio ludico.
Dopo il Talento di Mr. C (2022), Gormican si ritrova ancora una volta a mettere in scena storie che dialogano in prima persona con l’industria cinematografica, Hollywoodiana in particolare e in alcuni punti vorrebbe anche fare critiche più o meno profonde che in un film di questo tipo risultano mal riuscite e anche incoerenti.
Si salvano sicuramente alcuni momenti più divertenti e alcune battute leggere che fanno genuinamente ridere:
“Tu potresti essere il Jordan Peele bianco!!”
Recensione – Anaconda: conclusioni
Tra serpenti giganti e citazioni meta, il film fatica a trovare un equilibrio. Il divertimento c’è, ma non salva completamente il film.
Consigliato a chi piace andare al cinema per staccare la spina e vedere un film da un’ora e quaranta senza pretese.
Dal 5 Febbraio al cinema.
Mattia Pellegrino
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