Chaire dei Cervello – recensione: il progressive rock italiano che piega il tempo
Chaire – Cervello
C’è un momento, raro e prezioso, in cui il tempo smette di procedere in linea retta e inizia a piegarsi su sé stesso. Chaire dei Cervello nasce esattamente lì, in quel punto di contatto tra ciò che è stato e ciò che può ancora essere. Un saluto e un congedo, come nell’antica Grecia, ma soprattutto un atto di cura verso la memoria.

I Cervello tornano cinquant’anni dopo Melos, uno dei vertici assoluti del progressive rock italiano, e lo fanno senza nostalgia sterile, senza tentare di “aggiornare” il passato. Chaire è piuttosto una riattivazione: idee nate tra il 1974 e il 1983, rimaste a lungo chiuse in un cassetto, oggi rimesse in circolo con rispetto, consapevolezza e una sensibilità maturata nel tempo.
A guidare questo ritorno è Corrado Rustici, (chitarra, tastiere, voce) anima musicale del progetto, insieme ad Antonio Spagnolo (basso, chitarra acustica, flauto dolce, voce) e Giulio D’Ambrosio (flauto, sassofono, voce). Ma il cuore pulsante dell’album è la voce di Gianluigi Di Franco (voce solista), scomparso nel 2005 e oggi riportato alla vita grazie a un delicato lavoro di restauro audio. Non un artificio tecnologico, ma un gesto poetico: la sua voce torna a respirare, pura, fragile, necessaria. Alla batteria, Roberto Porta, solido e ispirato, completa un organico che rifiuta l’ovvio per cercare l’essenziale.
Il suono di Chaire è immediatamente riconoscibile: niente tastiere dominanti, niente mellotron ingombrante. Qui comandano flauti, sassofoni, vibrafono, chitarre acustiche ed elettriche. È un prog libero, fluido, che dialoga con il rock jazz, l’acid jazz, la psichedelia cosmica. Un linguaggio che guarda agli anni Settanta non come a un museo, ma come a un terreno ancora fertile.

Chaire – Cervello– Recensione
1. Chaire – Hallo
Brano enigmatico e quasi rituale, che introduce immediatamente l’aspetto più teatrale e concettuale dei Cervello. Non è una canzone in senso tradizionale, ma un vero atto iniziale, una soglia sonora. Il tutto prende la forma di un racconto toccante, guidato dalla voce profonda e sensuale di Gianluigi Di Franco, che trascina l’ascoltatore in una dimensione intima e quasi iniziatica.
2. Templi Acherontei
Si apre in modo arioso, con flauti che evocano paesaggi mitologici e spazi aperti fuori dal tempo. La voce limpida di Di Franco guida il brano con naturale autorevolezza, mentre la musica cresce lentamente fino a raggiungere una solennità tipicamente prog. Le progressioni strumentali costruiscono una tensione controllata, rivelando un’anima esoterica e sacrale.
3. La Seduzione di Chiaro Ulivo
Uno dei vertici emotivi del disco. Sensuale e ambigua, la traccia vive del contrasto tra dolcezza melodica e un impianto strumentale che affonda nel rock jazz e nell’acid jazz più nervoso. È una danza di opposti, una seduzione che diventa scontro elegante. La psichedelia dilata le percezioni e la voce di Di Franco—fragile e dominante insieme—trasforma il brano in pura tensione emotiva.
4. Reina de Roca
Profondamente mediterranea, scolpita da un sax ipnotico che introduce colori modali e suggestioni arcaiche. Il flauto accompagna la voce come una guida silenziosa, mentre la batteria disegna una ritmica solida e circolare. Il brano evoca una figura mitica e monumentale, immobile e viva allo stesso tempo, come una statua sonora cesellata nel tempo.
5. Movalaide incl. Trasfigurazione
Il centro gravitazionale dell’album. Una suite complessa ma sorprendentemente armoniosa, in cui i passaggi strumentali si succedono con naturalezza. Arpeggi di chitarra, flauto e voce si fondono in un flusso immersivo; la “Trasfigurazione” finale è una metamorfosi vera e propria, dove il tema principale viene deformato, destrutturato e ricomposto sotto una nuova luce.
6. La Danza dei Guardiani
Apertura psichedelica con flauti e chitarra che introducono un movimento fortemente ritmico e circolare. È una danza rituale fuori dal tempo, in gran parte strumentale: il sax sembra parlare, la chitarra afferma la sua presenza con assoli intensi, la voce di Di Franco emerge come un’eco umana, affascinante e vulnerabile. La chiusura affidata a flauto e sax ha il sapore di una custodia sacra.
7. Chaire – Farewell
Più racconto che canzone. La voce di Di Franco, accompagnata con estrema delicatezza, guida un commiato malinconico e carico di pathos. Le melodie restano sospese, non cercano risoluzione: è un addio che non chiude, ma apre allo spazio del ricordo.
LIVE AT POMIGLIANO D’ARCO 1973
La seconda parte del disco è un dono per chi ama la storia del prog: Live at Pomigliano d’Arco 1973. Qui i Cervello si mostrano senza filtri, immersi nel clima originario di Melos, tra mitologia greca, tragedia e improvvisazione. Brani come “Canto del Capro” e “Scinsione (T.R.M.)” restituiscono tutta la tensione creativa di una band giovane e già visionaria, mentre “Progressivo Remoto” esplode come manifesto finale: una dimostrazione di maturità musicale, di sapere condiviso, di libertà assoluta.
Chaire non è solo un ritorno, ma una lettera spedita dal passato che arriva puntuale nel presente. È amicizia, memoria, gratitudine. È progressive rock nel senso più autentico del termine: musica che avanza guardando indietro, che osa senza urlare, che chiede ascolto e restituisce emozione.
Ascoltarlo non basta. Chaire è un disco da attraversare, da custodire, da acquistare come si fa con i gioielli più preziosi. Perché certe storie, quando tornano, non lo fanno mai per caso.
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