CHE COS’E’ L’AGGRESSIVITA’ NELLO SPORT

L’aggressività secondo Lorenz può presentarsi sia verso individui della stessa specie che di specie diversa ed è un impulso biologico, adattivo, innato.

aggressività nello sport

L’aggressività nello sport: definizione e significato psicologico

Pilz e Schilling hanno studiato il fenomeno dell’aggressività soprattutto nello sport constatando che le esperienze di socializzazione – intendendo per socializzazione il processo attraverso cui un gruppo sociale fissa nei suoi membri le norme e i valori e che il comportamento aggressivo nello sport, come modalità tattica, si apprende proprio mediante le norme che lo regolano e lo approvano piuttosto che per semplice imitazione – degli atleti includono l’apprendimento di tattiche violente. Per esempio, i giocatori di hockey sul ghiaccio dell’Unione Sovietica per diversi anni sono stati i rappresentanti del cosiddetto “gioco senza corpo”.

Un gioco affidato all’abilità tecnica più che all’irruenza aggressiva. Giocando sempre più spesso a livello internazionale, essi hanno modificato il loro stile. Lo hanno trasformato in un gioco sempre più “canadese”, ovvero basato sullo scontro fisico con gli avversari. Sotto questo aspetto l’hockey su ghiaccio è stato molto studiato. È infatti uno sport in cui l’aggressività illecita e le violenze tra gli spettatori sono frequenti. Secondo alcuni studi di Russell (1981) e Biondo (1986) è stato constatato come il comportamento aggressivo di questi giocatori viene vissuto come una componente del successo agonistico. Di conseguenza, aggressività e violenza esterna vengono tollerate e legittimate.

L’apprendimento sociale e il modello di Bandura nello sport

Questo aspetto conferma la teoria “dell’apprendimento sociale” di Bandura che stabiliva, già nel lontano 1977, che “le persone imparano a comportarsi in maniera aggressiva, imitando modelli di condotta e traendone delle ricompense. Queste ultime, agendo sotto forma di rinforzi positivi, non solo motivano l’apprendimento e la disposizione al comportamento aggressivo, ma aumentano anche la probabilità della creazione di situazioni conflittuali”. Anche nel tifoso ultrà si genera un atteggiamento di questo tipo. Non si tratta di una semplice imitazione di stereotipi comportamentali, ma di un’acquisizione di regole, categorie valutative e schemi d’azione. Pertanto, si può affermare che anche le emozioni e i repertori di condotta aggressivi tendono a consolidarsi attraverso: 1) l’esercizio, 2) il feedback personale, 3) le convalide positive interne ed esterne. Queste ultime, per esempio, si possono sentire attraverso l’aumento di autostima o mediante gli effetti ottenuti (reazioni di paura degli avversari, conferme da parte degli amici ecc.)

Nell’hockey l’aggressività trova un’espressione maggiore suffragata anche dall’ambiente, ma in tutti gli sport la rabbia – essendo un’emozione è presente – solo che viene mitigata dalla disciplina e dal controllo e fuori esce quando la competizione raggiunge livelli di criticità.

aggressività nello sport

Tuttavia, l’espressione di questa emozione, nel suo risvolto negativo, ha trovato un ampio riscontro in un studio condotto da Philip Zimbardo (1971) nelle prigioni irachene ed egli finì per definirlo “Effetto Lucifero”. La sua osservazione condotta per lungo tempo gli fece stabilire che un carceriere più pratica aggressività con i detenuti e più il livello di aggressività tende ad aumentare in maniera esponenziale, quindi, il contesto può trasformare le persone, facendo emergere aspetti negativi della loro personalità.

Come educare alla gestione della rabbia nello sport

Ho voluto inserire questo aspetto, lontano dall’aggressività sportiva, per sottolineare l’influenza che questa emozione può avere, soprattutto nei più giovani. Non va incentivata la visione di scene aggressive, come quelle belliche o di lotta, anche con personaggi fantastici o avatar. Queste “immagini forti” vengono introiettate a livello profondo. Possono incentivare, con estrema facilità, la reazione aggressiva di fronte al primo conflitto. L’apprendimento visivo è più incisivo e profondo dell’apprendimento mediante lo studio e spesso diventa dannoso.

Oggi si tende a lasciare i giovani molto tempo da soli e loro con i mezzi informatici che hanno a disposizione cercano video o immagini di combattimento, di lotta per il bisogno di identificazione con l’eroe, tutto ciò non li aiuta in un sano ed equilibrato sviluppo psico-fisico.

Maura Livoli Psicologa Psicoterapeuta


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