Intervista a Natalia Simonova: racconta la rassegna Hollywood – La Fabbrica dei Sogni e i suoi progetti futuri
Attrice, regista e interprete intensa e raffinata, Natalia porta in scena l’anima più profonda delle grandi icone del Novecento. Con la rassegna Hollywood, la fabbrica dei sogni rende omaggio a tre dive leggendarie – Greta Garbo, Marlene Dietrich e Marilyn Monroe – esplorandone non solo il mito, ma soprattutto l’umanità, le fragilità e la solitudine dietro la fama.

In questa intervista sarà proprio Natalia a guidarci dentro il suo spettacolo dedicato a Marlene Dietrich, icona rivoluzionaria e simbolo di libertà, eleganza e forza interiore. Ci spiegherà nel dettaglio le scelte registiche e interpretative, la costruzione del rapporto madre-figlia ispirato al libro di Maria Riva, e il ruolo fondamentale della musica – da Lili Marleen a Falling in Love Again – come chiave emotiva per entrare nel mondo della diva. Andremo a fondo nel suo percorso creativo, tra ricerca, passione e responsabilità artistica, scoprendo cosa significhi raccontare una donna così complessa e moderna. Lo spettacolo va in scena al Teatro Porta Portese il 4 e 5 marzo al Teatro Porta Portese, dove il pubblico potrà immergersi in un viaggio intenso tra memoria, eleganza e grande teatro.
Nel tuo spettacolo Hollywood – La Fabbrica dei Sogni racconti tre dive leggendarie: Greta Garbo, Marlene Dietrich e Marilyn Monroe. Perché hai scelto di raccontare proprio Marlene Dietrich?
Ho scelto di raccontare Marlene Dietrich perché, secondo me, è una delle dive più variopinte, forti e rappresentative del secolo. È stata una figura rivoluzionaria nel suo modo di essere: oltre ad essere un’attrice straordinaria, è stata anche molto coraggiosa nelle sue scelte. La sua bellezza era speciale, particolare, così come la sua classe. È stata tra le prime donne a indossare abiti maschili, il frac, lo smoking, trasformandoli in simboli di libertà ed eleganza. Questa sua apertura mentale e questo coraggio mi hanno sempre colpita profondamente. Io credo che ogni donna sia meravigliosa – venero l’universo femminile – ma in questo caso l’ho scelta perché, senza di lei, non riuscirei nemmeno a immaginare Hollywood.
Cosa ti ha colpito di più della sua vita e cosa hai voluto mettere al centro del tuo spettacolo dedicato a lei?
Cosa mi ha colpito di più? Avevo già interpretato un suo monologo e, studiandola, mi ha profondamente colpita la sua grande passionalità, la sua voglia di esprimersi e di vivere. Leggendo libri, guardando frammenti dei suoi film e osservando le sue fotografie, ho visto in lei tanta vita, tanti colori, tanta passione. Questo suo lato mi ha colpita in modo particolare, insieme alla sua grande sicurezza. Quello che mi affascina è proprio la sua impronta così ricca di sfumature. Rivedendo oggi i suoi film con una maturità diversa rispetto a dieci anni fa, quando l’ho interpretata per la prima volta, la percepisco ancora di più come un arcobaleno: in ogni opera ci sono mille colori, nei giochi di sguardi, nei movimenti, nei costumi. È un’artista piena di vita, e io la definirei proprio così.
Ci sono dive bellissime e meravigliose che mantengono però uno stesso tipo di atteggiamento artistico; in lei, invece, ho visto una varietà straordinaria di registri espressivi.
Per raccontare una diva come Marlene Dietrich, secondo me, servirebbero almeno due atti: la sua è una vita troppo ricca, piena di esperienze, complessa e affascinante. In questo spettacolo, però, l’ispirazione è partita dal libro Marlene Dietrich. Mia madre, scritto dalla figlia Maria Riva. Mi ha interessato molto il rapporto madre-figlia, perché cerco sempre di evitare i cliché e di non ripetermi. Ho trovato stimolante far entrare in scena anche la figlia come personaggio, creando un dialogo, un fil rouge narrativo che diventa una chiave per svelare aspetti più intimi e meno conosciuti della diva.

Com’è raccontare sul palco proprio questo rapporto madre figlia?
Guarda, per me è un rapporto molto vicino. Ho sempre sentito profondamente la parola “mamma”, “madre”, in tutte le sue sfumature. Nutro una grande ammirazione per le donne che sono madri: ogni volta che vedo una madre, in me scatta subito un senso di rispetto e di stima. Io stessa ho un grande amore per mia madre; il nostro è sempre stato un rapporto molto forte, fondamentale per me — come lo è per molti — ma per me in modo particolarmente intenso. Ho sempre dato alla mamma una priorità assoluta. Mi interessa molto anche osservare come, con il tempo, a volte i ruoli si invertano: la madre diventa un po’ figlia e la figlia un po’ madre. Succede spesso, e credo che l’attaccamento alla madre sia stato, per moltissime persone, qualcosa di davvero essenziale.
Inoltre, non è semplice raccontare in un’ora e venticinque minuti tutte le sfumature di una diva così grande. Per questo ho scelto una regia “alla Broadway”, costruita per quadri, con piccole scene che sono come tagli di momenti della sua vita. È una modalità diversa dal semplice racconto descrittivo — che a volte è necessario quando si parla di un personaggio realmente esistito — ma in questo caso ho voluto adottare un tono più ironico, o meglio, tragicomico, per restituire anche la complessità e le contraddizioni del personaggio.

Ti occupi di regia, testo e interpretazione. È difficile gestire tutto insieme?
Molto, molto. È estremamente stimolante, ma anche altrettanto impegnativo e carico di responsabilità. Bisogna saper collocare ogni elemento al posto giusto, abbinare tutto con attenzione, senza lasciare nulla al caso: dai costumi alle scenografie. È importante non cadere nell’eccesso, ma allo stesso tempo saper dosare ogni cosa affinché il risultato sia armonioso. Perché il pubblico vede tutto, percepisce ogni dettaglio.
Tornando a Marlene, siccome è stata una donna libera e fuori dagli schemi, ma secondo te cosa può insegnare ancora oggi al pubblico?
Secondo me può insegnare molto. Innanzitutto la forza di carattere e la resilienza, perché nella vita arrivano momenti difficili per tutti. Spesso, proprio nei periodi più complessi, rischiamo di perdere la disciplina e l’autodisciplina; invece è fondamentale trovare un perno interiore, una forza profonda a cui aggrapparsi. Di lei mi colpisce il fatto che questa forza l’abbia trovata sempre, fino all’ultimo momento della sua vita. Ho ascoltato anche la sua ultima intervista e mi ha impressionata: non parlava come una donna anziana rassegnata, ma con energia, con carattere, con quella sua inconfondibile carica.
La seconda cosa è il garbo, la grazia. Rappresentava una grazia che, secondo me, noi donne sappiamo esprimere in modo unico. “La bellezza salverà il mondo” è una frase che continuerà ad avere senso fino alla fine dei tempi, perché la bellezza ha un significato profondo, ampio. E la sua bellezza è ancora attuale oggi, anche nello stile: basti pensare a come il vintage continui a ispirare la moda contemporanea. È un grande esempio di eleganza e fascino senza tempo. Infine, un altro aspetto che amo molto è che fosse innamorata dell’amore. Desiderava innamorarsi, cercava l’amore, lo viveva con intensità. Ognuno ha il proprio modo di intendere la felicità, ma una persona che cerca l’amore e prova a trasmetterlo lancia un messaggio importante.
Potrei parlarne per ore, lo so… ma è tutto così spontaneo quando si parla di lei.

Ti volevo chiedere: secondo te, cosa hanno in comune queste tre dive, Greta Garbo, Marlene Dietrich e Marilyn Monroe?
In comune hanno un forte senso della solitudine. A me piacerebbe far capire che, a volte, anche Hollywood – e in generale il mondo – conduce a una certa solitudine. Tutte e tre, in modi diversi, ne hanno sofferto e hanno cercato ciascuna di salvarsi da questa condizione. Dedico loro questo pensiero anche perché, nella vita, sono molto sensibile all’umanità, all’abbraccio, ai rapporti veri. A volte bastava loro poco: un amico in più, un gesto, una mano tesa. Invece tutte e tre hanno sofferto profondamente per la solitudine e il senso di abbandono.
Quando si arriva a un certo livello e poi, in qualche modo, si cade, diventa difficile mantenersi agli standard e alle aspettative degli altri. Mi ha sempre interessata questa chiave: capire come si possa essere meno soli, più felici, più accompagnati dagli affetti veri. A volte, inoltre, queste donne non sono state comprese nel loro percorso. Anche oggi, con la vita veloce e i social che ci mostrano sorrisi e apparente perfezione, si dà tutto troppo per scontato. Spesso basta un gesto semplice, come chiamare un’amica e prendere un caffè, per uscire da questa superficialità.
La bellezza e la grazia
Tutte e tre queste meravigliose donne erano icone, non per caso: erano in qualche modo le divine del secolo. E dietro a questo “divino” c’è un messaggio importante: io, come donna, attrice e regista, vorrei dare un contributo nel lasciare i loro segni, le sfumature non raccontate, per ricordarle ancora oggi. Magari anche far sì che il pubblico, dopo lo spettacolo, vada a vedere i loro film o ne tragga ispirazione.

Anche la bellezza e la grazia: io le adoro e credo che siano state grandi muse ispiratrici sotto ogni punto di vista. Ma ciò che emerge è che ogni donna può essere musa di qualcuno, dea per qualcuno o persino per se stessa. Noi donne siamo fonte di ispirazione, ma anche uomini possono trarre forza e bellezza da noi, perché siamo tutti parte dello stesso mondo. Con questi spettacoli, vorrei che ogni donna, ogni persona che guarda, possa dire: “Guarda quanta bellezza c’è, quanto c’è ancora da scoprire e quanto potrei fare anch’io”. In altre parole, vivere pienamente la propria umanità e bellezza.
L’obiettivo è mantenerle immortali, ma portarle vicino a noi, raccontate con amore, rispetto e venerazione, senza mai superare il confine del pudore, rispettando la loro vita, la loro anima e la loro storia.
La musica è molto importante nello spettacolo. Quanto ti ha aiutata a entrare nel mondo di Marlene?
Marlene è strettamente legata alla musica: come personaggio, si riflette profondamente nelle canzoni che interpretava. Già solo nominando Lili Marleen, subito la immaginiamo, vero? Un po’ come se la musica fosse lei stessa. Un’altra canzone molto importante è Falling in Love Again, che è quasi il suo simbolo: parla del processo dell’innamorarsi, del lasciarsi travolgere dall’amore ancora una volta. La sua voce era inconfondibile: bassa, roca, unica, totalmente sua. La musica diventa quindi fondamentale, non solo per ricordare Marlene, ma anche per trasportarci in quegli anni, in quel mood, in quel fascino. Io, come interprete contemporanea, non posso fare tutto da sola: la musica mi serve come cuscinetto, come porta aperta verso quel mondo.
In generale, la musica ha un potere immenso. Ci accompagna in ogni età: ci riporta al primo amore, a momenti importanti vissuti in viaggi, alle canzoni che ci cantavano mamma o papà. È una delle bellezze più autentiche del mondo, una forma d’arte potentissima. Un frammento musicale rimane nella memoria, nell’anima, persino nell’inconscio. Basta ascoltarlo dopo anni per rivivere emozioni e ricordi come per magia. La musica ci permette di non dimenticare questi momenti e, in un certo senso, ci mantiene giovani: più attingiamo a ricordi di giovinezza, bellezza e emozioni, più restiamo vibranti e vitali.

Dopo Marlene, arriverà lo spettacolo su Marilyn Monroe. Ci puoi anticipare qualcosa?
Ancora no, perché in questo momento sono completamente concentrata, con cuore e anima, su Marlene Dietrich. Sarà sicuramente tutta un’altra regia, con un approccio diverso, un’idea nuova, un mood completamente distinto. Sarà un percorso differente, sempre affascinante, ma leggermente diverso anche dal punto di vista registico.
Ok, Natalia, dopo questo spettacolo, Hollywood – La Fabbrica dei Sogni, ci sono altri progetti futuri che hai in mente?
Certo. Allora, oltre alla rassegna Hollywood – La Fabbrica dei Sogni, che continuerà anche il prossimo anno con nuovi personaggi, ho in programma altri due progetti. Il primo riguarda i grandi classici: ad esempio, uno spettacolo di Anton Čechov. Il secondo è legato al concertistico: due anni fa ho interpretato la cantante Mina, perché canto anche io, quindi potrebbe essere un progetto legato a un’altra cantante o alla musica in generale.
Inoltre, ho un progetto che mi sta molto a cuore: uno spettacolo sulla ballerina Maya Plisetskaya, per il quale ho vinto il premio Schegge d’Autore alla rassegna teatrale del Teatro Tor di Nona. Questo spettacolo è molto speciale perché racconta la vita di una grande ballerina del Bolshoi. Quando interpreto Maya e ballo, vedo che tutto prende fuoco: trasmette entusiasmo e la voglia di volare, di emozionare il pubblico.
Vorrei anche ampliare questo progetto, valorizzando ulteriormente la danza e rendendolo ancora più grande e coinvolgente.
Ok, allora Natalia, se vuoi possiamo organizzare una bella video intervista per parlare dei tuoi progetti futuri, quelli che mi hai appena raccontato. Va benissimo, allora! Ci sentiremo presto, perché ti ricontatterò a breve. Ti ringrazio davvero, Cristina, per questa opportunità. Grazie anche a te, Natalia, e in bocca al lupo per tutto! Ti mando un grande abbraccio. Anche da parte mia, un saluto affettuoso: ciao Natalia! Grazie ancora e buona serata.
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