Intervista a Lorenzo Buran: l’attore è un mestiere… anche se non sei Favino
Dalle grandi produzioni americane come stuntman, al ruolo di protagonista nel nuovo film di Dario Germani Sangue D’Oro. Abbiamo fatto una chiacchierata con l’actor-stunt Lorenzo Buran (LINK). Tra aneddoti sulle riprese in Filippine e le differenze tra il cinema americano e italiano, Lorenzo ci ha raccontato la bellezza del suo lavoro anche se ancora fa fatica ad esser visto come un mestiere vero e proprio.

Lorenzo Buran - Sangue D’OroLorenzo, partiamo dall’inizio. Com’è stato essere il protagonista di “Sangue D’Oro”, il nuovo progetto di Dario Germani nelle sale dallo scorso 23 marzo?
È stata un’esperienza molto importante e formativa. Per la prima volta nella mia carriera ho avuto l’opportunità di interpretare il ruolo del protagonista. È stato un bel lavoro intenso, ma sono estremamente soddisfatto del risultato. Per comprendere appieno la mole di lavoro dietro a un film del genere bisognerebbe viverne la produzione dall’interno, ma il prodotto finale parla da sé. Ci tengo poi a ringraziare Dario e la produzione, ma un ringraziamento speciale va a Edoardo.
È un ragazzo che lavora con loro con cui ho un legame profondo: abbiamo studiato insieme alla Roma Film Academy. Pensa che è stato proprio lui a invitarmi al provino. In quel momento io ero impegnato sul set della serie Amazon Prime Mr. & Mrs. Smith come stunt double di Ron Perlman e inizialmente fui costretto a rifiutare. Edoardo però insistette, convinto che le date sarebbero slittate. Aveva ragione: per una serie di eventi fortuiti, alla fine sono riuscito ad ottenere il ruolo da protagonista. É stato meraviglioso.

Com’è stato il tuo rapporto con il regista Dario Germani, nel corso dei provini e sul set?
Dario è una persona semplice, estremamente schietta e diretta. Già durante i provini mi ha corretto più volte: sapeva esattamente cosa voleva e non esitava a dirmelo chiaramente. È un regista con cui è piacevole lavorare se sei uno che non si offende facilmente. Io personalmente apprezzo molto la sua chiarezza; purtroppo oggi capita spesso che i registi non diano indicazioni precise, lasciando l’attore in una libertà che a volte diventa confusione. Dario, invece, è stato impeccabile.
In un film d’azione puro come Sangue D’Oro. quanto ti ha aiutato il tuo passato da stuntman?
Moltissimo. In questo genere di pellicole solitamente servono due persone: un attore e una controfigura. Nel mio caso, le due figure hanno coinciso. Collaboro fin dai tempi dell’accademia con Claudio Pacifico, uno dei più noti stunt coordinator a livello internazionale, e questa formazione mi permette di gestire scene complesse. Mi era già capitato sul set di Assassin Club con Henry Golding: la produzione cercava un attore che potesse fare i propri stunt.
Ricordo che alla cena di fine set un paio di ragazze della produzione, confuse dal fatto che non vedessero mai il mio “double”, mi approcciarono stupite e mi dissero: “Ah, quindi sei tu Lorenzo!”. Non riuscivano a capacitarsi che l’attore che interpretava Alec fosse lo stesso che eseguiva le scene d’azione. Con Dario in Sangue D’Oro è successa la stessa cosa: questo background mi ha permesso di costruire personalmente i miei combattimenti e i miei “fight”, entrando molto più profondamente nel personaggio e dando una marcia in più a questo action movie.

C’è un ricordo particolare che porti nel cuore di questa esperienza che hai fatto girando nelle Filippine?
Proprio l’altro giorno stavo riguardando i video sul telefono, cercavo qualcosa di speciale da condividere e mi è capitato tra le mani un filmato che mi ha fatto battere il cuore. Inizia con me che mi chiedo: ‘Qual è stata l’esperienza più bella nelle Filippine?’. Solo il pensiero è incredibile: parti dall’altra parte del mondo per girare un film… cioè, wow! È già di per sé un’esperienza pazzesca. Ma oltre al set, quello che mi è rimasto dentro è stata la semplicità disarmante della gente. Prima di Manila, abbiamo passato tre settimane tra le capanne, a stretto contatto con le popolazioni indigene. Ricordo i sorrisi meravigliosi dei bambini: non avevano nulla se non una palla o un gioco semplicissimo, eppure erano radiosi. Aver visto come si possa essere felici con così poco è la lezione più bella che mi sono portato a casa da questo viaggio.
Ho sentito che durante le riprese c’è stata anche un’alluvione. Com’è andata?
Sì, è successo a metà delle riprese. In quei paesi è normale, ma io ero allibito: cadevano gocce enormi, mai visto nulla di simile in Italia. Siamo stati fermi per circa quattro giorni. Non abbiamo girato nel mezzo dell’alluvione per proteggere l’attrezzatura, ma abbiamo girato una scena di combattimento notturno sotto una cascata naturale. È stato estenuante e molto intenso, tanto che il giorno dopo mi sono dovuto imbottire di medicinali per continuare, ma il risultato visivo è straordinario.

Tu hai lavorato spesso con grandi produzioni americane, recentemente in “The Beauty” con Evan Peters. Che differenze noti con l’industria italiana?
Le differenze tra le produzioni internazionali e le nostre sono legate principalmente ai budget e di conseguenza, alle tempistiche. Su un set americano i budget possono essere dieci volte superiori ai nostri: hanno staff di 400 persone dove tutti sono iper-specializzati, mentre in Italia spesso bisogna sapersi adattare a fare più cose. Ma il vero ostacolo per l’action nel nostro Paese è proprio il tempo. Per film come The Old Guard gli americani girano per sette mesi; noi dobbiamo chiudere un intero film in sei settimane.
Un film d’azione non è una commedia o un ‘film normale’: richiede una quantità di inquadrature e tagli infinitamente superiore. Devi girare il campo lungo, poi tutti i dettagli, poi i vari angoli dei combattimenti… con la metà delle inquadrature in un altro genere te la caveresti, qui invece è proprio il tempo a fregarci. Nonostante queste limitazioni e le realtà così lontane, in Italia riusciamo ancora a fare dei piccoli miracoli.

Considerando come dicevi tu che in Italia l’action è un genere così raro e complesso da realizzare, perché consiglieresti la visione di Sangue D’Oro?
Sicuramente perché è una pellicola che sorprende: ha una trama molto più stratificata e interessante di quanto il trailer lasci immaginare. E poi ci sono le ambientazioni, che definirei spettacolari. La fotografia mi ha colpito molto, ma d’altronde parliamo di Dario Germani: prima di essere un regista è un direttore della fotografia, e questa sensibilità visiva emerge in ogni frame con una qualità altissima.Consiglio di vedere Sangue D’Oro proprio perché in Italia si fanno pochissimi film di questo tipo; è una sfida difficile e con Dario e la produzione abbiamo voluto metterci in gioco. Sono davvero felice del risultato: è un’occasione per il pubblico di scoprire qualcosa di diverso, un genere che nel nostro Paese meriterebbe molta più attenzione.
Tu hai spaziato dalla commedia al dramma: c’è un ruolo o un genere di film che sogni di interpretare in futuro?
Effettivamente nel mio piccolo mi è capitato di spaziare tanto. Per esempio, se parliamo di commedia ho partecipato alla serie Netflix Odio il Natale con Pilar Fogliati. Però, se devo essere sincero, quello che amo davvero è l’action. Mi entusiasma l’idea di fondere il mio essere attore con l’essere stunt: cercare di rendere il più realistico possibile un combattimento o una sparatoria, magari con un dialogo serrato nel mezzo. Poi, ovviamente, da attore amo anche i film dove non volano pugni. Quando hai davanti una bella sceneggiatura ti viene subito voglia di metterti in gioco. Ma ripeto, se mi chiedi cosa preferisco fare sul set, non ho dubbi: adoro l’azione.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Ho appena concluso i provini per una serie Mediaset e per un film dove cercavano specificamente un “Actor-Stunt”. Sono felice che questa figura stia finalmente prendendo piede anche in Italia. Spesso gli attori si tirano indietro davanti a scene d’azione fisiche o all’uso delle armi; avere una formazione ibrida è il mio punto di forza. Oltre a questo, continuo a lavorare molto negli spot pubblicitari. Sono nato lì artisticamente e devo ringraziare quel mondo perché mi ha dato da vivere nel corso di questi anni, permettendomi di fare il mio lavoro.
Tuttavia, dire “faccio l’attore” in Italia è ancora strano. Se dici che fai il meccanico, il farmacista o lo psicologo, sei un professionista. Fare l’attore invece non è visto come un lavoro normale. La competizione dalle nostre parti è talmente alta che non esiste un podio: o vinci il provino o sei fuori insieme ad altri cento. Proprio perché sono così pochi quelli che ce la fanno, la società non lo percepisce come un vero mestiere.
È come se venisse riconosciuto solo a chi è già una celebrità…
Esattamente! Se sei Pierfrancesco Favino, allora sei un attore, sei bravissimo e il discorso finisce lì. Ma la realtà è che in Italia ci sono tantissimi attori che non sono ancora “arrivati” ma sono straordinari e fanno una fatica immensa a vivere solo di questo. Manca proprio il supporto a chi si sta facendo una strada; è un sistema che ti riconosce solo quando sei già al top, ignorando tutto il sacrificio e la professionalità che ci sono dietro per arrivare a quel punto.



























