Recensione – Rental Family: Nelle vite degli altri – Tra legami umani e recite temporanee
Il ritorno di Brendan Fraser come protagonista in una delicata riflessione giapponese sulla finzione. Rental Family: Nelle vite degli altri, secondo film della regista giapponese Hikari (pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki), prodotto da Sight Unseen Productions in collaborazione con Domo Arigato Productions, e con protagonista Brendan Fraser, è stato presentato al Toronto International Film Festival.

Dopo essere passato anche per la ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, esce nelle sale italiane, distribuito da Searchlight Pictures, il 19 febbraio.
La trama di Rental Family – quando recitare diventa un problema etico
Ambientato nella Tokyo contemporanea, Rental Family racconta la deriva silenziosa di Phillip, un attore americano interpretato da Brendan Fraser, sospeso in una strana fase della sua vita: dopo ben sette anni trascorsi a cercare successo in Giappone, ha raccolto poco e niente e si accontenta di comparsate o piccoli spot pubblicitari.
È un uomo solo che osserva il mondo più di quanto lo abiti. Quasi per caso entra a far parte di un’agenzia giapponese (Rental Family – famiglia a noleggio) specializzata nell’affittare relazioni umane, famiglie temporanee e ruoli emotivi da indossare come costumi.
Come primo incarico Phillip deve fingere di essere il fidanzato di Yoshie (Misato Morita), donna omosessuale sposata con la propria compagna, che desidera mettere in scena un matrimonio tradizionale per tranquillizzare i genitori prima di trasferirsi in Canada. Sul punto di rinunciare, sceglie invece di restare, scoprendo che quella recita costruita per gli altri finisce per toccare corde profonde anche in lui.
Da qui, il lavoro si trasforma in un percorso di immersione nell’intimo altrui. Phillip diventa il padre da tempo assente di Mia (Shannon Mahina Gorman) ed è chiamato a ricomporre un’illusione familiare affinché la madre Hitomi (Shino Shinozaki) possa garantirle l’accesso a una scuola privata d’élite.
Il terzo incarico è forse ancora più delicato: interpretare un giornalista che deve intervistare Kikuo Hasegawa (Akira Emoto), ex attore ormai prigioniero della demenza, sotto lo sguardo vigile e protettivo della figlia.
Attraverso questi incontri, Rental Family scava nel paradosso di relazioni nate come finzione ma capaci di generare autenticità nell’esatto confine tra realtà e recita.
Rental Family: Nelle vite degli altri: il cortocircuito tra realtà e finzione
L’ottimo Brendan Fraser, di nuovo protagonista dopo The Whale (2022) con il quale ha ottenuto, tra i vari riconoscimenti, l’Oscar per la migliore interpretazione maschile, si cala nei panni di un uomo solitario che vaga per le strade di Tokyo. È un’anima silenziosa che scruta il mondo dal suo piccolissimo appartamento.
Il concetto di famiglia a noleggio, attraverso gli incarichi di Philip, permette alla regista HIKARI di mettere in scena una delle più grandi metropoli al mondo, concentrandosi sulle anime che la abitano e le loro ipocrisie, volute o spontanee che siano.
Se in qualche modo interpretare un ruolo è una forma di narrazione, o una finzione di narrazione, il personaggio di Philip, prestando il proprio corpo e la propria voce alle storie incompiute degli altri, finisce per riscrivere anche la propria, trasformando la recita in un atto di ascolto e la menzogna in uno spazio inatteso di verità emotiva.
È un cortocircuito tra realtà e finzione che funziona nel momento in cui la recita smette di essere semplice servizio e si carica di un peso emotivo reale.
Più che mai, questo film ci ricorda quanto è importante fare lo sforzo di calarsi nei panni altrui, per capire fragilità, silenzi e bisogni.
È l’altruismo che nasce da un intimo bisogno egoista.
La messa in scena sobria ed elegante accompagnata da una struttura molto canonica permette allo spettatore di provare un’altalena di emozioni sincere. Si ride e ci si commuove. Il film affida la propria forza non al colpo di scena ma alla delicatezza con cui osserva i legami umani mentre nascono, si incrinano e, talvolta, resistono alla finzione che li ha generati.
Rental Family: Nelle vite degli altri – Conclusioni
Rental Family: Nelle vite degli altri è un film semplice nella forma ma preciso nelle intenzioni, che utilizza una storia lineare per interrogarsi sul bisogno umano di connessione e riconoscimento.
Senza cercare scorciatoie emotive, costruisce un racconto gentile in cui la finzione diventa strumento di verità e l’interpretazione un modo per ritrovare se stessi negli altri. Un’opera che lascia il segno proprio perché non alza la voce.
Al cinema dal 19 febbraio.
Mattia Pellegrino
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