Recensione – Se solo potessi ti prenderei a calci: Dentro la mente di una madre
L’incubo febbrile di una madre soffocata dalle responsabilità prende forma nel nuovo film interpretato dalla pluripremiata Rose Byrne. Se solo potessi ti prenderei a calci (If I Had Legs I’d Kick You), secondo film della regista Mary Bronstein, con protagonista Rose Byrne. Prodotto da A24, Central Pictures e Fat City. Rose Byrne, vincitrice dell’Orso d’Oro per la migliore interpretazione da protagonista e del Golden Globe per la migliore attrice. Il film è in uscita nelle sale italiane dal 5 marzo, distribuito da I Wonder Pictures.

Se solo potessi ti prenderei a calci – Trama
Il film si apre con una seduta di terapia, una delle tante che scandiranno la pellicola: mentre la figlia descrive i genitori — un padre “duro” e una madre più “elastica” — la macchina da presa si concentra esclusivamente sugli occhi di Linda (Rose Byrne), la madre elastica, rivelando una reazione silenziosa e dolorosa.
Di ritorno da quella seduta, Linda e la figlia rientrano a casa e notano una grave perdita d’acqua, nel tentativo di rintracciarne l’origine, il soffitto di una stanza crolla improvvisamente, aprendosi in un enorme buco sopra le loro teste.
Linda è un’affermata psicologa, il marito, comandante di crociere, è spesso lontano da casa per mesi, mentre la figlia, malata fin dalla nascita, è costretta a vivere collegata a una macchina che la nutre attraverso un tubo inserito nello stomaco. Già abituata ad affrontare da sola la malattia della figlia, Linda è ora costretta a trasferirsi con lei in un motel mentre aspetta che l’appartamento venga sistemato.
Una settimana sospesa tra terapia, crolli domestici e responsabilità fuori controllo
Da qui la vita comincia a porle delle sfide sempre più grandi e fuori controllo. Tra il nuovo vicino James (ASAP Rocky) e la paziente Caroline (Danielle Macdonald) che letteralmente scompare durante una seduta abbandonando il figlio neonato, Linda crolla lentamente sotto il peso di quelle responsabilità che non riesce più a controllare.
Non è un caso che Linda, a sua volta, segua un percorso terapeutico con un altro psicologo, di cui non si conoscerà mai il nome, interpretato da Conan O’Brien, con il quale instaura una relazione tanto profonda quanto alienante. Il tutto si concentra in una settimana cruciale: la figlia deve raggiungere un obiettivo di peso estremamente difficile entro sette giorni, pena la rivalutazione, da parte dell’istituto che se ne occupa, del tipo di assistenza prevista.
È su questo tempo sospeso che il film costruisce la propria tensione narrativa esplorando la crisi privata di Linda.
La visione di Linda tra realtà e incubo
La pluripremiata Rose Byrne è la protagonista assoluta del film, e ogni elemento della messa in scena è filtrato dal suo sguardo, o più profondamente dal suo inconscio.
Il buco che si apre nella casa, in una forma di realismo magico, non è altro che la metafora di una frattura interiore: il riemergere di traumi passati o forse l’anticipazione di ferite future, che il film sceglie consapevolmente di non chiarire allo spettatore.
Mary Bronstein esclude lo spettatore da molti elementi che, in un film del genere, dovrebbero essere centrali: della famiglia di Linda, l’unico membro realmente visibile è proprio lei. La figlia rimane per l’intera durata relegata all’off-screen o è raccontata attraverso dettagli del suo corpo, spesso inquadrati come particolari stretti o confusi, mentre il marito si limita a comparire come voce al telefono, con cui Linda litiga incessantemente.
Le scene oniriche non mancano e sono sempre legate ai traumi di Linda, e si susseguono a cadenza regolare, con il rischio di rallentare la narrazione e l’obiettivo di far emergere la sua psiche attraverso dettagli che vorrebbero essere più delicati e flashback.
Tutto questo esplode nella scena finale, apice di una narrazione che, nel corso del film, diventa sempre più febbrile. Una Linda esausta dopo una folle nottata, nel sogno o forse nella realtà, riesce finalmente a mettere a fuoco la figlia e le promette che starà meglio.
Se solo potessi ti prenderei a calci – Conclusioni
Se solo potessi ti prenderei a calci è un film che riesce, tramite il suo ritmo serrato, a non annoiare in nessun momento e a tenere lo spettatore col fiato sospeso mentre segue la discesa nell’esaurimento della bravissima Rose Byrne.
Non ci si aspetti una commedia, anche se in alcuni momenti si ride, ma la riflessione profonda che offre è più che mai attuale tra il peso delle responsabilità familiari e la fragile linea tra salute mentale e burnout.
Al cinema dal 5 marzo, distribuito da I Wonder Pictures.


































