Vasco Rossi, “Marea”: la rilettura live tra rock ed elettronica – Recensione

La marea è un movimento continuo: sale, scende, cambia il paesaggio. Anche alcune canzoni, con il passare degli anni, possono cambiare forma e trovare una lettura diversa. È il caso di Marea, brano pubblicato da Vasco Rossi nel 1996 e oggi riproposto per la prima volta dal vivo.

La versione presentata nel live 2026 si distingue soprattutto per l’arrangiamento. Rispetto alla versione originale, il brano assume un carattere più scuro e sperimentale, grazie soprattutto al lavoro sulle chitarre elettriche e all’inserimento di sonorità elettroniche.

Ma il punto di partenza rimane il testo.

“Marea” racconta soprattutto smarrimento, fragilità e paura. Il protagonista si trova in difficoltà, con le spalle al muro, e cerca nell’altra persona un punto di riferimento.

La contraddizione tra il dichiararsi senza paura e l’ammettere di avere paura sempre mostra tutta la sua fragilità. C’è anche un forte senso di solitudine e bisogno dell’altro, mentre il ripetersi di “non mi ricordo” accentua la sensazione di confusione e perdita dei propri riferimenti.

È un testo che racconta quindi una persona in bilico, che cerca di mantenere il controllo mentre dentro vive incertezza, paura e disorientamento. Una condizione che la nuova versione live riesce a tradurre anche attraverso la musica.

Le chitarre elettriche hanno infatti un ruolo molto più importante rispetto a un semplice accompagnamento rock. Distorsione, riverbero, feedback ed effetti di modulazione modificano il suono, rendendolo più ampio e stratificato. In alcuni momenti le chitarre si sovrappongono e si allontanano dal classico riff rock, creando suggestioni che ricordano lo space-rock e, in particolare, alcune soluzioni sonore utilizzate dai Pink Floyd.

Il riferimento non va inteso come una somiglianza diretta: l’identità di “Marea” rimane pienamente quella di Vasco. È piuttosto una suggestione legata all’uso della chitarra come strumento capace di andare oltre la semplice melodia e diventare parte integrante dell’atmosfera del brano.

Il lavoro di Vince Pastano spinge così “Marea” verso un rock più sperimentale, lasciando maggiore spazio agli effetti e alle parti strumentali.

La voce di Vasco, invece, resta immediata e riconoscibile. È proprio il contrasto tra la sua interpretazione diretta e un accompagnamento più elaborato a rendere interessante questa rilettura.

E’ questo l’aspetto più riuscito della nuova versione. Non sembra semplicemente un brano del 1996 riportato sul palco, ma una canzone che, dopo quasi trent’anni, ha trovato un suono diverso senza perdere la propria identità.

Sono soprattutto le chitarre a fare la differenza. Distorte, dilatate e attraversate da effetti e riverberi, danno al pezzo un carattere che nella versione originale si percepiva in modo diverso. Ascoltandola oggi, sento maggiormente il legame tra il suono e quella fragilità raccontata dalle parole.

“Marea” è una rilettura che osa, senza cancellare il passato. Vasco rimane Vasco, ma questa versione è più ruvida, più scura e più contemporanea.

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Vasco Rossi

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