Recensione – Il Tempo Di Anne: Il Sequel Che Nessuno Aspettava
Lisa Azuelos torna con Sophie Marceau in una commedia familiare che, tra transizioni imbarazzanti e ammiccamenti alla Generazione Z, sembra voler accontentare chiunque.
Ci sono film che tornano perché il pubblico li reclama e altri che, evidentemente, tornano perché qualcuno ha pensato fosse il momento giusto. Il tempo di Anne, diretto da Lisa Azuelos, riporta Sophie Marceau sullo schermo in una storia che riprende il mondo di LOL – Il tempo dell’amore, uscito nel 2009.

Anne, di nuovo tra noi
Anne ha ormai cinquantacinque anni, i figli sono cresciuti e lei vorrebbe finalmente dedicarsi un po’ a se stessa. La tranquillità dura poco: la figlia Louise, alle prese con una crisi personale e professionale, torna a vivere con lei, mentre il figlio Théo le annuncia che presto diventerà nonna. Tra nuove frequentazioni e imprevisti familiari, Anne si ritrova ancora una volta coinvolta nelle vicende dei figli.
La commedia vorrebbe raccontare i rapporti tra generazioni, le difficoltà dell’età adulta e la possibilità di reinventarsi quando la vita prende una direzione diversa da quella prevista. Il problema è che accumula situazioni e personaggi senza concedere loro abbastanza spazio, lasciando Anne a fare da punto di passaggio per le preoccupazioni di tutti gli altri.
Non avendo visto il primo capitolo, non posso pronunciarmi sulla necessità di questo ritorno; posso però dire che il nuovo film fatica a giustificarsi da solo. La domanda, allora, è sempre la stessa: a chi è destinato? A chi era adolescente quando uscì il primo capitolo? Alle loro madri, con cui Anne dovrebbe fare comunella? Ai ragazzi di oggi, quelli immersi nei social che la promozione del film tira in ballo? Il film non sceglie. Prova a parlare a tutti e, come spesso accade, finisce per non parlare davvero a nessuno.

G-G-Giovani, ma senza troppa convinzione
Chat in sovrimpressione, schermate di smartphone, split screen, animazioni e transizioni irrompono continuamente nel racconto, come se ogni dialogo dovesse essere accompagnato da una dimostrazione audiovisiva di giovinezza. Per dirla con Yotobi, siamo dalle parti del g-g-giovane: il film sembra imitare il modo in cui presume che i ragazzi guardino il mondo. Il risultato è una serie di effetti spesso imbarazzanti, più vicini a una presentazione aziendale sulla comunicazione digitale che a una scelta di regia necessaria.
Anche sul piano dei contenuti, Il tempo di Anne ha una risposta pronta per ogni sensibilità. È woke all’ennesima potenza, attento a rappresentare esperienze diverse e a distribuire messaggi rassicuranti su relazioni, identità e libertà individuale. Il problema non è affrontare questi temi, ma inserirli in un racconto tanto ansioso di risultare inclusivo quanto poco disposto a lasciare che i personaggi siano contraddittori o irrisolti. Ce n’è per chiunque, insomma, ma raramente il film si ferma abbastanza a lungo da dire qualcosa di incisivo.
Qualcosa emerge quando Azuelos rinuncia alla frenesia. Nei momenti più raccolti, soprattutto nei rapporti tra i personaggi adulti, Sophie Marceau ritrova una spontaneità che restituisce credibilità alla storia.

Il tempo di Anne: Conclusioni
Il film fatica a trovare una propria misura: accumula temi per non escludere nessuno e ricorre a un arsenale di effetti per non perdere l’attenzione dei più giovani. A salvarsi sono proprio quei pochi momenti in cui smette di voler piacere a tutti. Peccato che, per arrivarci, bisogni aspettare che la regia si dia una calmata.
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