Intervista a Odri Barcaru: tra moda, cinema e sogni internazionali
Determinata, sensibile e ambiziosa. Sono questi i tre aggettivi che meglio descrivono Odri Barcaru, modella e attrice che sta costruendo il proprio percorso tra passerelle, set cinematografici e progetti internazionali. Tra le esperienze più recenti figura la partecipazione a “Gelato al cioccolato – An Urban Tale”, l’attrice interpreta il personaggio di Stella, il progetto cinematografico diretto e prodotto da Francesco Salvatore, ambientato a Milano e attualmente in fase di sviluppo con uscita prevista per giugno 2027. In questa intervista realizzata via e-mail, Odri racconta la nascita delle sue passioni, il rapporto tra moda e recitazione, le sfide affrontate nel proprio percorso professionale e i sogni che continua a inseguire guardando al futuro.

Dalla scoperta della recitazione alla passione per la moda
Le due grandi passioni di Odri hanno origini molto diverse. La recitazione è nata durante l’infanzia, grazie all’incontro con il cinema e alla scoperta della cultura indiana, che ancora oggi rappresenta una fonte di ispirazione importante. La moda, invece, è diventata uno strumento per trasformare alcune insicurezze personali in forza, consapevolezza ed espressione creativa. Attraverso la fotografia, i corsi di portamento e l’esperienza sulle passerelle, Odri ha imparato a conoscere meglio sé stessa e a valorizzare le proprie caratteristiche, costruendo passo dopo passo la propria identità artistica.
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L’esperienza di “Gelato al cioccolato – An Urban Tale” e i progetti futuri
La partecipazione a “Gelato al cioccolato – An Urban Tale” ha rappresentato per Odri un’importante occasione di crescita professionale e personale. L’esperienza sul set le ha permesso di osservare da vicino il lavoro di attori, regista e troupe, scoprendo il funzionamento del mondo cinematografico oltre il palcoscenico teatrale. Guardando avanti, il sogno è una carriera internazionale che possa unire moda e cinema. Tra gli obiettivi più importanti ci sono la partecipazione alla Lakme Fashion Week di Mumbai, una realtà che l’ha fatta innamorare della recitazione fin da bambina.
L‘intervista che segue è stata realizzata via e-mail con Odri Barcaru, modella e attrice ambiziosa e talentuosa.
Il tuo percorso si muove tra il mondo della moda e quello della recitazione. Come sono nate queste due passioni e in quale momento hai capito che volevi trasformarle in una parte importante della tua vita?
La mia prima, grande passione è stata la recitazione. Per me, è una delle forme d’arte più straordinarie che l’essere umano abbia saputo donare al mondo, perché ci permette di vivere mille vite, attraversare emozioni sconosciute e riconoscerci in storie che, in fondo, parlano anche di noi. Avevo dieci anni e vivevo con i miei nonni in campagna, dove non c’erano cinema né teatri. Il nostro piccolo universo era fatto di film in televisione e spettacoli organizzati a scuola con i professori. Ricordo un pomeriggio d’estate: mio nonno si era addormentato davanti alla televisione accesa e, entrando in casa, mi fermai a guardare un film indiano del 2010, Veer. Non so cosa accadde in quel momento, ma rimasi ipnotizzata. Provai una sensazione di tenerezza e vicinanza verso quelle immagini, come se avessi trovato un mondo che mi apparteneva già, pur non avendolo mai conosciuto. Da quel giorno, la cultura indiana è diventata una parte speciale del mio universo. Ho iniziato a studiare il cinema indiano, cercando attraverso ogni film di avvicinarmi a un sogno che ancora non sapevo come realizzare. È così che è nato il mio amore per il cinema, il teatro e la recitazione.
La moda, invece, è entrata nella mia vita attraverso una strada diversa: quella delle insicurezze. Da bambina ricevevo molte critiche sul mio aspetto fisico e ricordo ancora la vergogna che provavo quando a scuola dovevamo pesarci, temendo le prese in giro dei miei compagni. Quando sei piccola, le parole degli altri possono diventare uno specchio attraverso il quale impari, ingiustamente, a guardarti. A quattordici anni, però, vidi una sfilata in televisione. Sullo schermo c’erano ragazze e ragazzi alti e magri, con caratteristiche fisiche simili alle mie. Per la prima volta, compresi che ciò che avevo vissuto come un motivo di insicurezza poteva diventare qualcosa da valorizzare. Poco dopo, mia madre mi regalò una macchina fotografica digitale. Iniziai a organizzare piccoli servizi fotografici con le mie amiche in campagna, sperimentando outfit, pose e atmosfere. Mi divertivo a creare stili e immaginare la storia dietro ogni fotografia. Senza rendermene conto, stavo imparando a esprimermi e a sentirmi più sicura di me stessa. A sedici anni decisi di frequentare corsi di portamento e catwalk, desiderosa di scoprire non soltanto come camminare su una passerella, ma anche come vivere il mio corpo con maggiore consapevolezza. Oggi, guardando indietro, mi rendo conto che queste due passioni sono nate da luoghi molto diversi del mio cuore: la recitazione è nata dalla meraviglia, mentre la moda dal desiderio di trasformare le mie insicurezze in forza. Entrambe, però, mi hanno insegnato a esprimermi, a credere nei miei sogni e a guardarmi con occhi nuovi.
Hai preso parte al film Gelato al cioccolato. Che cosa ti ha colpito maggiormente di questa esperienza e che cosa ti ha lasciato, sia dal punto di vista professionale sia personale?
Durante le riprese di Gelato al Cioccolato ho avuto l’opportunità di scoprire da vicino come nasce davvero un film, comprendendo i ritmi, le tempistiche e le dinamiche di un set cinematografico, così diversi da quelli di un set fotografico. Dal punto di vista professionale, mi ha colpito soprattutto l’energia degli attori, la loro concentrazione e la naturalezza con cui riuscivano a dare vita alle scene. Tutto sembrava spontaneo e leggero, in un modo diverso da quello a cui ero abituata con il teatro. Anche girare in luoghi reali, in ambientazioni e momenti diversi della giornata, ha cambiato la mia percezione del cinema: ti permette di entrare nella storia non soltanto con l’immaginazione, ma attraverso ciò che ti circonda, rendendo più immediato il legame con il tuo personaggio. Ma la parte più preziosa, per me, è stata anche quella umana. Ho avuto il piacere di conoscere persone nuove e ascoltare le storie di vita dei membri della troupe. Credo che uno degli aspetti più belli del mio lavoro sia proprio questo: ogni progetto ti porta a incontrare universi diversi dal tuo, e ogni persona, in qualche modo, ti lascia qualcosa. Alla fine, non porti a casa soltanto un’esperienza professionale, ma anche piccoli frammenti di vita che arricchiscono il tuo modo di vedere il mondo.
Il cinema richiede di entrare in una storia e dare vita a un personaggio. C’è un aspetto della recitazione che senti particolarmente tuo o che ti piacerebbe esplorare ancora di più?
L’aspetto più importante del mio approccio alla recitazione è la ricerca della naturalezza e della credibilità. Venendo da una formazione teatrale di scuola russa, ho imparato quanto sia fondamentale dare profondità a ogni emozione e renderla autentica agli occhi del pubblico. Mi piace studiare la vita dei miei personaggi, conoscere il loro passato e comprendere come le esperienze vissute influenzino il loro modo di reagire nel presente. Credo che ogni emozione abbia una radice e che ogni reazione debba nascere da qualcosa di vero, anche quando si tratta di un mondo immaginario. Per questo preferisco preparare accuratamente una parte prima di interpretarla, costruendo nella mia mente l’universo interiore del personaggio: le sue ferite, i suoi desideri, le sue contraddizioni e tutto ciò che lo rende umano. Non amo affidarmi completamente all’improvvisazione, perché senza una preparazione solida alcune reazioni possono rischiare di perdere autenticità. Per me, recitare non significa semplicemente interpretare un testo, ma imparare ad abitare un’altra vita, fino a rendere naturali anche le emozioni più lontane dalla propria esperienza. Il mio obiettivo è portare questo mondo interiore all’interno della visione del regista, contribuendo a creare una storia in cui il pubblico possa riconoscersi e credere davvero.
Nel mondo della moda, l’immagine ha un ruolo centrale, mentre nella recitazione sono importanti anche le emozioni e la capacità di raccontare qualcosa di sé. Come vivi questo rapporto tra immagine, identità e personalità?
Devo essere sincera: all’inizio non è stato semplicissimo vedere sullo schermo la versione più naturale di Audrey. Nella moda sono abituata a vedermi fashion, sofisticata e potente, mentre nel cinema dovevo lasciare spazio alla semplicità, con trucco leggero, capelli naturali e abiti essenziali. Ammetto che mi mancava un po’ quell’immagine grandiosa e lussuosa a cui ero abituata, ma ho capito che la recitazione è un’arte completamente diversa dalla moda. Se la moda mostra la copertina, il cinema ti permette di leggere la storia che si nasconde dentro. Ed è proprio questo che amo la possibilità di essere vista non soltanto per la mia immagine, ma anche per la mia personalità e la mia umanità.
Dietro il lavoro di un’attrice e di una modella ci sono spesso impegno, sacrifici e momenti meno visibili al pubblico. Qual è stata la sfida più significativa che hai affrontato finora e che cosa hai imparato da essa?
Mi piace parlare dei sacrifici che comporta il mio lavoro, perché spesso si dà per scontato che il mondo della moda e dello spettacolo sia tutto glamour, leggerezza e spensieratezza. In realtà, dietro le immagini che vediamo c’è una vita fatta di incertezze, rinunce e tanta forza mentale. Non sai mai con certezza cosa farai domani. A volte devi rinunciare alle feste, ai weekend con le persone che ami o ai momenti importanti, perché le opportunità arrivano quando meno te lo aspetti. E poi c’è la pressione di essere sempre al massimo, fisicamente ed emotivamente, come se chi lavora con la propria immagine non avesse il diritto di avere giornate difficili. Ma siamo esseri umani, con le nostre fragilità, proprio come tutti gli altri. Quello di cui si parla ancora troppo poco è la concorrenza, insieme ai rifiuti e alle delusioni che fanno parte di questo percorso. Devi imparare a non identificare il tuo valore con un casting perso o con una porta che si chiude. Credo che la sfida più grande sia proprio questa: costruire una vita da artista e freelance in una società che ci insegna a seguire percorsi lineari e prevedibili, mentre il nostro mestiere ci chiede di convivere continuamente con l’incertezza. Eppure, scegliamo di farlo perché ci sono sogni per i quali vale la pena avere il coraggio di percorrere una strada diversa.
Guardando al futuro, quali sono i progetti o i sogni professionali che ti piacerebbe realizzare? C’è un ruolo, un’esperienza o un ambito artistico in cui vorresti metterti alla prova?
Sono una persona che guarda sempre al futuro, tanto che a volte alcuni miei cari e colleghi mi rimproverano di non fermarmi abbastanza ad apprezzare il presente e i traguardi che ho già raggiunto. È vero, ho sempre la mente proiettata verso ciò che verrà, verso la prossima esperienza, il prossimo Paese, il prossimo sogno da realizzare. Sto ancora imparando che anche il presente merita di essere vissuto, non soltanto attraversato. Immagino spesso la Audrey del futuro: una modella e attrice internazionale che continua a viaggiare, a conoscere mercati diversi e a costruire amicizie in giro per il mondo. E poi c’è l’India, un sogno che porto nel cuore fin da bambina. Vorrei lavorare alla Lakme Fashion Week Mumbai. Mi piacerebbe anche imparare i balli tradizionali indiani. Più avanti, dopo aver vissuto pienamente le esperienze che desidero come modella e attrice, mi piacerebbe esplorare anche la regia e l’organizzazione di eventi, dando vita a progetti miei. Ho anche sogni che appartengono a una dimensione più personale: vorrei dedicarmi alla scherma, uno sport che mi affascina da tempo e che considero una vera forma d’arte, oltre che una disciplina. E mi piacerebbe trovare spazio per il volontariato a favore degli animali, perché credo che il successo abbia ancora più valore quando riusciamo a restituire qualcosa al mondo.
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