Lavorare con il sogno: il mio omaggio a Valentino Garavani
Il mio omaggio a Valentino Garavani nasce da un’esperienza vissuta dall’interno, nel cuore dell’alta moda italiana. Lavoravo come commessa nella boutique Valentino di Piazza di Spagna, un luogo che non era semplicemente un negozio, ma uno spazio rituale, dove l’eleganza era disciplina e il lusso assumeva una forma culturale. Ogni gesto era misurato, ogni silenzio carico di significato. L’abito non era mai un oggetto: era un manifesto.

Valentino Garavani: esperienza personale tra couture e bellezza
Fu lì che entrai per la prima volta in contatto diretto con materiali straordinari: seta, organza, pelle, velluto, gioielli. Tessuti maglifici di una qualità assoluta. Abiti dal valore economico altissimo, destinati a una clientela estremamente facoltosa, ma soprattutto portatori di una visione precisa di bellezza. In quel contesto il prezzo perdeva importanza: ciò che restava era il valore, inteso come eccellenza artigianale, cultura del dettaglio, rispetto per la forma.
Uno dei momenti più emblematici della mia esperienza fu la celebrazione dei 45 anni di carriera di Valentino Garavani, a Roma, all’Ara Pacis. Un ritorno fortemente voluto dallo stilista, che aveva riconosciuto in quel museo moderno, incastonato nel cuore della città eterna, il luogo ideale per una grande retrospettiva. L’Ara Pacis si trasformò in una mostra spettacolare: uno spazio concettuale e al tempo stesso lussuosissimo, capace di accogliere oltre 600 invitati, in una città che celebrava Valentino come un sovrano della moda.
L’Ara Pacis trasformata in mostra
All’interno, giganteschi lampadari luminosi scendevano dall’alto, custodendo dieci abiti simbolici, vere icone della sua carriera. I manichini esponevano le creazioni più celebri dell’Imperatore della moda: abiti indossati nei film, capi scelti dalle dive di Hollywood, silhouette che avevano definito epoche, fino ai leggendari rosso Valentino, sintesi assoluta di potenza, sensualità e identità cromatica. Era una selezione dei vestiti più famosi del mondo, un viaggio nella memoria collettiva della moda internazionale.
L’atmosfera era quella di una grande celebrazione contemporanea: carrelli di finger food raffinato, proposte gourmet e veg food, in un equilibrio perfetto tra informalità studiata e lusso estremo. Tre giorni di eventi scandirono il ritorno di Valentino a Roma: cene, sfilate, mostre, in un racconto corale che univa couture, spettacolo e visione artistica.
Al termine della visita all’Ara Pacis, fummo tutti invitati a una cena aziendale, alla presenza di Matteo Marzotto, che all’epoca ricopriva il ruolo di Presidente del gruppo Valentino (Valentino S.p.A. e Valentino Fashion Group – VFG). Eravamo tutti vestiti rigorosamente Valentino. Non per ostentazione, ma per appartenenza. In quel contesto, l’abito diventava un linguaggio condiviso, un codice silenzioso che dichiarava adesione a un’idea di lusso consapevole, colto, identitario.
La trasformazione della donna attraverso la moda
Indossare un abito di Valentino, per una donna, significa entrare in una trasformazione profonda. L’abito modifica il portamento, educa il corpo, impone una presenza. Valentino non ha mai vestito semplicemente corpi: ha vestito identità. Ha saputo trasformare ogni donna in una versione più intensa e autentica di sé, senza mai cancellarne l’individualità.
Aver vissuto tutto questo dall’interno mi ha insegnato che il vero lusso non risiede nel possesso, ma nell’esperienza. E pochi, come Valentino Garavani (LINK), hanno saputo trasformare la moda in un linguaggio eterno, capace di attraversare il tempo senza perdere forza.
Grazie, Valentino, per avermi aperto le porte del suo mondo, per avermi fatto sentire la magia di una visione trasformata in bellezza. Toccare con mano i suoi abiti, respirare l’eleganza dei suoi spazi e vivere ogni dettaglio in prima persona è stato un dono che porterò sempre con me. Questa esperienza resterà scolpita nella mia memoria come un tesoro di ispirazione, gratitudine e meraviglia.
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