Anubis e il paradosso della protezione: quando “mettere in salvo” non significa fare la cosa giusta
A Sharm el-Sheikh c’è una femmina di cane baladi, tutta nera, che si chiama Anubis.
Oggi è al sicuro. Ma non è libera.

È stata spostata in una struttura privata per “protezione”, una soluzione che molti considerano corretta, quasi automatica. Eppure è proprio qui che nasce il paradosso: proteggere un cane sano rinchiudendolo non è sempre la scelta migliore, né per l’animale né per la comunità in cui vive.
Il problema non è Anubis. È il sistema.
Anubis non è aggressiva.
Non è malata.
Non è un’emergenza clinica.
È un cane nato libero, parte di un equilibrio territoriale preciso. Come migliaia di altri baladi che popolano Sharm. Il suo caso non è un’eccezione, ma l’ennesima conseguenza di una gestione frammentata, reattiva, spesso basata sulla paura invece che sulla conoscenza.
Rinchiuderla è una soluzione comoda, soprattutto per chi non vuole affrontare il problema alla radice. Ma la comodità di qualcuno diventa il peso di altri: volontari, veterinari, strutture già sature, risorse economiche limitate.
Volontariato non significa sostituirsi allo Stato
Ogni mese, come SosBaladi, sosteniamo costi che non dovrebbero ricadere su singoli individui o piccole associazioni. Cliniche, cure, sterilizzazioni, emergenze continue. Il volontariato nasce per supportare, non per rimpiazzare un sistema che non funziona.
Eppure è quello che accade: quando un cane “disturba”, viene spostato. Quando crea disagio, diventa “responsabilità di qualcuno”. Sempre degli stessi.
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Questo modello non è sostenibile. Né eticamente, né economicamente.
I cani baladi non sono randagi nel senso occidentale
I cani baladi sono animali territoriali, socializzati, con una forte capacità di adattamento e una naturale propensione al contatto umano.
Diventa problematico solo quando viene:
- scacciato
- spostato forzatamente
- maltrattato
- privato del proprio spazio
Spostare un cane dalla zona in cui è nato significa rompere equilibri, creare conflitti e aumentare il rischio di comportamenti difensivi. È un errore che si ripete da anni, nonostante l’esperienza dimostri il contrario.
La vera domanda da porsi
Vogliamo davvero una città fatta di strutture chiuse, cliniche e shelter sovraffollati, mantenuti da pochi volontari esausti?
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Oppure vogliamo una città in cui la convivenza uomo–animale sia regolata, rispettata e condivisa?
Perché la scelta è questa. Non ce ne sono altre.

Le soluzioni esistono. E sono note.
Non servono campagne emotive. Servono decisioni strutturali:
- Sterilizzazione e vaccinazione sistematica, unica vera forma di controllo.
- Mantenimento dei cani nel loro territorio, senza spostamenti arbitrari.
- Food station riconosciute e rispettate, come strumento di gestione urbana.
- Educazione sociale, a partire da scuole, resort, amministrazioni.
- Applicazione delle leggi contro violenza e maltrattamenti, senza eccezioni.
Sono misure già adottate con successo in molte realtà simili. Ignorarle non è mancanza di informazioni, ma di volontà.
Anubis oggi rappresenta una scelta
Anubis non può restare rinchiusa a lungo. Ogni posto occupato da un cane sano è un posto sottratto a un animale ferito o malato che ne ha reale bisogno.
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Ha bisogno di una famiglia, non di una prigione “gentile”.
Il suo caso ci obbliga a una domanda più ampia: vogliamo continuare a gestire i sintomi o iniziare finalmente a curare la causa?
Io, come volontario, posso aiutare. Posso intervenire. Posso proporre soluzioni basate sull’esperienza.
Ma non posso – e non devo – essere io la soluzione.
Anubis è solo un cane.
Ma il modo in cui scegliamo di trattarla dice molto di chi siamo.
Marco Licata
SosBaladi Sharm
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