Nel vuoto delle relazioni: “Circle Mirror Transformation” al Teatro Stabile di Torino
Al Teatro Carignano di Torino, la replica del 14 aprile 2026 di Circle Mirror Transformation, produzione del Teatro Stabile di Torino, si impone come un esercizio di sottrazione scenica tanto rigoroso quanto emotivamente perturbante. Il testo di Annie Baker — costruito su silenzi, esitazioni e micro-fratture relazionali — trova nella regia di Valerio Binasco una traduzione fedele, asciutta, quasi pudica.
La scelta registica è chiara: evitare qualsiasi sovrastruttura interpretativa per lasciare che siano le dinamiche tra i personaggi a emergere nella loro nudità. Il laboratorio teatrale in cui si incontrano i protagonisti diventa così uno spazio di esposizione involontaria, dove ogni esercizio attorale si trasforma in una rivelazione esistenziale.
Il lavoro del cast di Circle Mirror Transformation
Il lavoro del cast (Pamela Villoresi, Valerio Binasco, Andrea Di Casa, Alessia Giukiani, Maria Trenta ) è calibrato su un equilibrio corale raro. Nessuna performance eccede, nessuna cerca il centro della scena: ed è proprio questa rinuncia a costruire una gerarchia che permette allo spettacolo di respirare come organismo unitario. I tempi comici, sottili e mai sottolineati, si intrecciano con una malinconia di fondo che emerge nei momenti di sospensione.
È nei silenzi, più che nelle battute, che lo spettacolo trova la sua forza. Pause dilatate, sguardi mancati, esitazioni: elementi che potrebbero apparire come vuoti diventano invece il vero motore drammaturgico. Lo spettatore è chiamato a colmare questi interstizi, trasformandosi in parte attiva del dispositivo teatrale.
La scelta radicale della lentezza
La scena — essenziale — e il disegno luci accompagnano senza invadere, rispettando una linea estetica coerente con la poetica del testo. Nulla distrae dal nucleo: l’imbarazzo, la fragilità, il desiderio di connessione.
Se si vuole individuare un limite, è nella scelta radicale della lentezza, che può risultare respingente per chi cerca un andamento più dinamico. Ma è una lentezza necessaria, strutturale, che definisce l’identità stessa dell’opera.
Questa Circle Mirror Transformation non cerca l’applauso immediato: lavora piuttosto per sedimentazione. E, proprio per questo, finisce per lasciare una traccia persistente, come uno specchio che continua a riflettere anche quando si esce dalla sala.

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