Intervista ad Agostino Penna: «La mia carriera? Un’inquietudine viva che non conosce fatica»
Musicista, conduttore, intrattenitore e “artigiano” della musica. Agostino Penna è un artista che ha fatto dell’eclettismo la sua bandiera, rifiutando etichette e caselle predefinite. Dalle prime note su un piano giocattolo ai palchi internazionali, fino al successo televisivo e alla nuova dimensione umana di Radio 2, Penna si racconta in questa intervista a Backdigit

Partiamo dall’inizio: Agostino, quali sono state le tappe fondamentali della tua infanzia e come è nato il sogno della musica?
«È nata un po’ per caso, la classica folgorazione che avviene quando ricevi un regalo. A 4 anni ho ricevuto un pianino giocattolo per Natale e da lì è partito tutto; è stata una folgorazione immediata. Già a 7 anni strimpellavo e poi, naturalmente, ho iniziato il mio percorso di studi. Ma a 7 anni c’è stata anche la folgorazione del palco: nel paesello a 7 km da Avellino c’era questo festival canoro, io ero il più piccolino, la mascotte. Ricordo che avevo perso la voce durante il mese di prove, ma quando lo speaker pronunciò il mio nome, mi svincolai dalla mano dei miei genitori e schizzai sul palco. Arrivai secondo cantando Quanto è bella lei di Gianni Nazzaro.
A 12 anni, poi, a Torino ci fu la folgorazione della televisione. Partecipai a un concorso su una tv privata importante, Telecupole. Partecipavo come pianista classico, suonando un brano di Brahms. Il primo premio era una cucina componibile: vinsi io, ma non la ritirammo mai perché ci stavamo ritrasferendo ad Avellino.»

Quando hai capito che potesse diventare il sogno concreto e il tuo lavoro?
«È stato molto tempo dopo. Ad Avellino non c’era una grossa cultura per i giovani che volevano fare i musicisti: bisognava andare via. Prima di ammetterlo a me stesso ci ho impiegato tanto tempo. Ho fatto una carriera parallela: mi sono diplomato al tecnico industriale, ero iscritto a ingegneria e lavoravo nell’officina con mio padre. La svolta è stata il militare: quell’anno di distacco mi è servito per decidere.
Tornato a 19 anni ho ricominciato a studiare per partire per gli Stati Uniti, al Berklee College of Music di Boston. Sono partito a 22 anni, ma il sogno americano si è interrotto subito: mio padre ebbe un grande infarto. Sono tornato per prendere in mano l’officina per 7 mesi. Da lì, la necessità fece virtù: iniziai come “one man band” e nel 1990 entrai nella squadra di Giancarlo Bigazzi a Firenze. Collaboravo con Tozzi, Masini, Raf, aspettando un Sanremo che rimase in stand-by.»

Com’è arrivata la chiamata per il matrimonio di David Bowie? Tu non sapevi che fosse lui?
«Arrivò tramite un road manager che mi ha studiato nei locali per due mesi. Io non sapevo che fosse il matrimonio di David Bowie, mi aspettavo un artista internazionale ma era tutto segretato. Mi ritrovai a Villa La Massa, a Firenze, e scoprii solo a pochi giorni dall’evento che si trattava di lui. È un ricordo che porto con me: lui scelse brani della tradizione italiana e io feci la scaletta con lui. C’erano Brian Eno, Yoko Ono, Bono e Bianca Jagger. È lì che è nato il germe di rapporti che poi sarebbero tornati, come quello con Tony Renis.»
Parliamo di Tale e Quale Show: qual’è stata la sfida più difficile: calarti nei panni di un altro personaggio o rimanere fedele a te? quale personaggio hai sentito più tuo?
«Per anni i discografici mi chiamavano “lo svizzero” perché facevo troppe cose e non sapevano incasellarmi. A Tale e Quale quell’ecletticità è stata la mia forza. Fedele a me stesso lo sono sempre nel momento in cui tutto ciò che faccio è frutto di dedizione e rispetto. Studiavo il personaggio durante la settimana nelle movenze, nella vita, e questo mi ha portato alla vittoria. Il personaggio più emozionante è stato sicuramente Lucio Dalla. È stata la più toccante interpretazione, ero in lacrime a fine esibizione. La famiglia artistica di Lucio mi cercò subito dopo; Tobia, il suo manager storico, mi disse: “Mi hai riportato Lucio per 10 minuti sulla terra”. Mi hanno incluso tra i pochi per inaugurare la sua panchina a Bologna con Ron e Curreri.»

Sanremo oggi è diventato solo uno spettacolo o la musica resta protagonista? Tu che lo hai vissuto da vicino, che differenza c’è tra guardarlo a casa e stare lì?
«Beh, lì sei veramente tritato completamente nel circo di Sanremo. È una mega festa di paese nazionale, una macedonia di discografici, artisti, uffici stampa… la macchina artistica del paese. Tutto ha subito una metamorfosi: Sanremo è nato come il festival della canzone, poi negli anni ’80 è diventato il festival dei cantanti con l’esplosione del look e del glamour, e via via è diventato sempre di più uno spettacolo televisivo. Devi fare i grandi numeri e i grandi sponsor.
La qualità, secondo me, è andata un po’ ad allontanarsi dalla purezza dell’esecuzione o della composizione, perché anche la fruizione attuale è fatta di scrolling sul telefonino. Non ascoltiamo più la musica con gli impianti sofisticati; è diventato tutto molto veloce e appiattito nella richiesta dei giovani, in 15 o 30 secondi. Io spero che ci sia un ritorno all’educazione musicale, che si dia spazio a proposte più artistiche e meno schiave del risultato immediato o della “canzonetta alla Sanremo”. L’augurio che faccio ai ragazzi è che non siano dei “fuochi fatui”: l’ambiente è cinico, se non arrivano i risultati immediati rischi di sparire, ma Vasco ha dimostrato che si può arrivare ultimi e poi vincere nel tempo.»

Parlami di questo mondo totalmente diverso: “Chiamami Radio 2”. Entri nelle case e nelle vite delle persone, che effetto fa?
«La radio è qualche cosa che ti consente di continuare a fare ciò che stai facendo senza rapirti nell’attenzione visiva. È uno strumento vivo e giovane, che funge quasi da confessionale. C’è molta solitudine tra le persone e il mezzo radiofonico intercetta questo bisogno di essere ascoltati. Non ho la pretesa di essere uno speaker radiofonico puro, ma cerco un rapporto empatico con gli ascoltatori che ci ascoltano spesso in macchina. Il direttore ha pensato bene di confermarci cinque sere a settimana, dal lunedì al venerdì, dalle 21 alle 22, con la mia socia Federica Elmi, e la partecipazione di Antonella Boralevi, che ci regala momenti di spunto e riflessione con le sue perle.
Lei è la “radiofonica pura”, quella che gestisce il clock e i tempi, io porto il mondo della musica dal vivo. Poi c’è questa invenzione, il “Canta con Ago”: gli ascoltatori mandano un vocale cantato di 30 secondi e io li accompagno in tempo reale al pianoforte senza averli ascoltati prima. Devo cercare l’intonazione e la tonalità in pochi secondi; è una sfida stimolante. Si sta creando una sorta di family, di community. Molti chiamano sistematicamente, altri interagiscono con il silenzio, ma il bisogno di parlare e di essere ascoltati è palpabile, specialmente dopo la pandemia e con tutto ciò che accade nel mondo.»
Progetti futuri: Cosa c’è oltre la radio?
«La radio è un percorso che mi sta interessando sempre di più, ma nei progetti futuri c’è quello di riprendere ciò che avevo messo in stand-by, il mio spettacolo teatrale. L’anno scorso sono stato ospite fisso per un anno e mezzo degli spettacoli live di Maurizio Battista, che all’Olimpico fa ancora i pienoni da 1500 persone ogni sera. È stato un grande successo anche per me e ho avuto modo di capire che ho proprio bisogno di avere un rapporto diretto con il pubblico, ma stavolta con un mio spettacolo. Avevo già due idee importanti subito dopo Tale e Quale Show che si erano interrotte; adesso ne sto scrivendo una nuova e spero di portarla in scena il prima possibile.

Poi ci sono anche altre cose. Adesso mi viene in mente una mia partecipazione, un cameo che ho fatto in un film americano uscito il 6 febbraio in America. Spero che esca presto anche in Italia. Iagol protagonista è Kevin James insieme a tanti altri attori importanti. È una commedia molto piacevole e romantica girata in buona parte in Italia, dove c’è anche Bocelli. Io ho avuto il piacere di cantare il Nessun Dorma in una scena con Kevin James: mi sono presentato come me stesso, sono al pianoforte, quindi non ho fatto l’attore, ho fatto me stesso. Sono ansioso di vedere questo cameo internazionale e poi…»
Guardandoti indietro mentre racconti tutte queste esperienze, hai qualche rimpianto?
«Qualcuno sì: quello di aver dato tantissimo al live, ma non concretizzando dei supporti o delle cose concrete. Ho conservato poco. Ho conservato molto meno di quello che avrei potuto fare di tante esperienze importanti allo Sporting Club di Monte Carlo o a Las Vegas, per questa mia smania di pensare sempre a quello che farò domani e non a rappresentare bene quello che ho fatto oggi o ieri.
Questo si vede anche nel mio rapporto con i social: io sono un “pigro social”, sono veramente un “assassino di me stesso” perché non comunico. Ho lavorato per anni senza fermarmi, pur non avendo avuto grandi chance per Sanremo da picchi, perché ho lavorato “in larghezza”. Dalle colonne sonore ai locali, dalla televisione alla radio, fino ai musical: tutto mi è sempre interessato e mi ha consentito di avere rispetto e considerazione artistica.»
Un’ultima cosa per chiudere: Agostino se dovessi descrivere la tua carriera fino ad oggi con una sola parola, quale sarebbe?
«Ho sempre avuto un’inquietudine artistica che è diventata un difetto e un pregio nello stesso momento. Quindi direi… “viva”. Ecco, viva. Non mi sono mai risparmiato e non mi risparmio mai. Quando c’è la passione non senti la fatica e non avverti nemmeno il tempo che passa.»
Social Agostino Penna
- La musica del grande Anthony Phillips all’International Klaviertage Festival ideato da Gereon Schoplik
- Conferenza stampa de Il Principe d’Egitto – Il Musical: anteprima nazionale al Rossetti di Trieste dal 14 maggio
- GLORIA – IL MUSICAL: il celebre repertorio di Umberto Tozzi prende vita sui palchi italiani.
- Danny Elfman all’Auditorium Parco della Musica di Roma unica data in Italia
- We Will Rock You Tour teatrale 2025/2026– Il Musical dei Queen infiamma l’Italia
- Il business musicale: l’importanza della prima impressione
- Rainbow Awards 2026: Le parole di Priscilla scuotono la platea e danno voce a una comunità
- WE MAKE HISTORY: I RAINBOW AWARDS CONQUISTANO IL TEATRO BRANCACCIO
- Intervista a Mariano Gallo, in arte Priscilla — quando il drag diventa arte, attivismo e voce politica



































