L’IMPERATRICE: BEBA TRASFORMA I TAROCCHI IN AUTOBIOGRAFIA
A distanza di cinque anni da Crisalide, Beba torna con il suo secondo album L’Imperatrice, un progetto che segna un nuovo punto di svolta nel suo percorso artistico. Attraverso l’immaginario dei tarocchi, l’artista rielabora la propria identità e il proprio passato musicale abbandonando il pop più classico del lavoro precedente e tornando ad un rap più crudo.
In un panorama urban italiano sempre più affollato e mainstream, Beba sceglie di non rincorrere le tendenze, ma di dare forma a una narrazione personale. L’Imperatrice, uscito l’ 8 maggio, è il progetto più compatto e ambizioso della sua carriera: quindici tracce costruite come un percorso simbolico, dove ogni brano richiama una carta dei tarocchi e rappresenta una tappa del suo percorso artistico e umano

Beba – L’Imperatrice: Un concept forte
Il fulcro di L’Imperatrice sta nella sua struttura simbolica. Dalla carta iniziale, “Il Matto”, fino alla chiusura con “Il Mondo”. Il disco prende forma come un percorso di crescita personale, in cui Beba attraversa temi centrali della sua scrittura — relazioni, autostima, famiglia, ambizione — riorganizzandoli in un racconto coerente, quasi rituale.
La scrittura si fa più introspettiva: il viaggio tra le carte diventa un modo per mettere ordine nel caos, affrontando temi come il controllo, la perdita e la costruzione di sé con maggiore profondità. Non è un caso che anche i featuring — da Jake La Furia a Nitro — siano inseriti senza spezzare il racconto, ma integrati nella logica narrativa del disco.
Anche sul piano sonoro il disco mostra una maturazione evidente. Beba passa con naturalezza da momenti rappati più diretti a sezioni melodiche, dove l’autotune non è un semplice espediente stilistico, ma diventa un mezzo per amplificare l’emotività.
Rottura con il passato
Fin dai primi ascolti, L’Imperatrice sembra essere il lavoro più intimo di Beba per la capacità di tradurre emozioni contrastanti come fragilità, ego, rabbia; in un linguaggio musicale lineare. Il disco si muove tra brani più crudi e diretti e altri più melodici. L’autotune non è un semplice elemento stilistico, ma diventa un vero e proprio filtro emotivo.
Il confronto con Crisalide, uscito nel 2021, è inevitabile. Quel progetto rappresentava una fase di passaggio: Beba sperimentava, cercava una direzione, alternando rap tecnico, influenze pop e aperture più melodiche. Ne risultava un lavoro istintivo, a tratti disomogeneo, ma fondamentale per raccontare un’identità ancora in evoluzione.
All’interno di Crisalide convivevano spinte diverse: l’attitudine più aggressiva degli esordi, una scrittura più personale e il desiderio evidente di dimostrare versatilità. Anche le collaborazioni — da Willie Peyote a M¥SS KETA fino a Carl Brave — contribuivano a creare un mosaico variegato.

Con L’Imperatrice, invece, il quadro cambia nettamente. Il disco è più controllato: Beba non ha più l’urgenza di mostrare tutto insieme, ma sceglie cosa dire e come dirlo. Il concept tiene insieme le diverse sfumature sonore e narrative, dando unità al progetto. Ed è proprio in questa coerenza che si misura la crescita: se Crisalide era una fase di ricerca, L’Imperatrice è la dimostrazione di aver trovato una forma precisa.
Con L’Imperatrice, Beba firma il lavoro più ambizioso e coerente della sua carriera. Non è solo un passo avanti rispetto ai dischi precedenti: è un cambio di prospettiva.
Se in passato cercava il proprio spazio, oggi costruisce e lo fa scegliendo un linguaggio che le permette di raccontarsi senza filtri, trasformando la propria storia in un racconto universale.



















