Bruce Springsteen e “Streets of Minneapolis”: il rock che denuncia il terrore di Stato
Minneapolis, in questi giorni, è diventata un insieme di immagini, sirene, nomi pronunciati a bassa voce e rabbia che cerca una forma. È dentro questo clima teso e irrisolto che nasce Streets of Minneapolis, la nuova canzone di Bruce Springsteen, scritta e registrata in pochi giorni come risposta diretta agli eventi tragici che hanno scosso la città.

Bruce Springsteen pubblica un brano nato dalla rabbia e dall’urgenza
Springsteen non si limita a raccontare: critica apertamente gli agenti federali per aver sparato e ucciso Alex Pretti e Renee Good, due persone legate al Colorado, e dedica il brano al popolo di Minneapolis, agli immigrati innocenti e alla memoria delle vittime. Lo scrive lo stesso giorno della tragedia, lo registra subito dopo e lo pubblica senza mediazioni. Una presa di posizione diretta, urgente, senza filtri.
“È dedicata alla gente di Minneapolis, ai nostri vicini immigrati innocenti e in memoria di Alex Pretti e Renee Good”, scrive Springsteen nel messaggio di accompagnamento. Nessuna dichiarazione politica sterile: solo una voce che sceglie di farsi sentire.
La lunga storia di Springsteen con la giustizia sociale
Non è la prima volta che il Boss si confronta con temi di attualità e ingiustizia. Critico dell’amministrazione Trump e sostenitore di Kamala Harris, Springsteen ha sempre messo la sua musica al servizio delle cause civili. Lo ha fatto con American Skin (41 Shots), dedicata ad Amadou Diallo, ucciso dalla polizia di New York, e persino con Born in the U.S.A., spesso fraintesa come inni patriottico mentre in realtà criticava il coinvolgimento americano nella Guerra del Vietnam.
Ha una lunga storia in questo senso. La musica è il suo modo di raccontare la realtà.
ASCOLTA Streets of Minneapolis
Musica e denuncia: un rock essenziale
Streets of Minneapolis è un rock essenziale con radici folk, chitarre asciutte e armonica. La voce di Springsteen racconta come se fosse sul posto, con cronache notturne di stivali che battono sull’asfalto, sirene che tagliano il silenzio e cittadini osservati come se fossero nemici. Nei cori finali, la canzone diventa quasi un grido collettivo: “ICE out now!”, un invito a non dimenticare e a restare liberi.
Il titolo richiama inevitabilmente Streets of Philadelphia, ma il tono è diverso. Dove un tempo c’era malinconia silenziosa, oggi c’è rabbia esplicita, politica e urgente. Springsteen si inserisce così nella tradizione della protest song americana, quella che usa la musica come testimonianza più che intrattenimento.
L’urgenza della scrittura: musica come cronaca
Colpisce soprattutto la rapidità con cui tutto prende forma. Scrivere, registrare e pubblicare in pochi giorni dimostra quanto la musica per Springsteen non sia solo arte, ma strumento di testimonianza immediata. Lo aveva già fatto con l’album The Rising dopo l’11 settembre, scritto in terza persona, e continua oggi con la stessa intensità.
Con Streets of Minneapolis, Bruce Springsteen (LINK) entra nella città, ne percorre le strade insieme a chi le vive e trasforma il dolore in musica che parla, denuncia e resiste. Una canzone che non lascia indifferenti e che ricorda ancora una volta perché il Boss è considerato non solo un musicista, ma un testimone dei tempi.
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