Cani “pericolosi” o padroni impreparati? Il vuoto di regole dietro le tragedie
Un cane può essere un compagno o trasformarsi in un rischio reale. Tutto dipende dal controllo. La morte di un uomo nei boschi di Manziana ha riportato al centro una questione che l’Italia continua a rimandare: la gestione dei cani grandi, forti, difficili da improvvisare.
Quando si parla di cani “pericolosi” si cerca sempre un colpevole facile: la razza, la stazza, il morso. Ma il problema, quasi mai, ha il pelo. Ha due mani, spesso distratte, e una responsabilità che resta sospesa.

Cani pericolosi: Una legge chiara, una realtà confusa
La legge dice che il padrone risponde sempre di ciò che fa il suo cane. Sulla carta è tutto chiaro. Nella realtà, molto meno. Le vittime lo scoprono presto, quando escono dal pronto soccorso con le ferite suturate e capiscono che non ci sarà alcun risarcimento.
“Mi ha lasciato i segni addosso, ma non pagherà mai”, raccontano in tanti. Intanto i processi si accorciano, le pene si alleggeriscono, e il dolore resta solo da una parte.
C’era anche un’idea di prevenzione: formazione obbligatoria, un patentino per chi sceglie cani impegnativi. In alcune città, come Milano e Parma, esiste davvero. In altre, come Roma, resta solo nei documenti. Ordinanze dimenticate, competenze che si rimpallano. Nessuno controlla, e le regole svaniscono.
Scelte sbagliate, conseguenze inevitabili
E così succede che un cane finisca nelle mani sbagliate. Non per cattiveria, ma per superficialità. Il molossoide (LINK) spesso viene scelto come deterrente, come simbolo, come presenza che fa paura agli altri. Nessuno si chiede se chi lo tiene al guinzaglio abbia la forza di fermarlo, la testa per capirlo, il tempo per educarlo.
Un cane non attacca per caso. Reagisce a ciò che conosce. A come è stato cresciuto, a quanto è stato lasciato solo, a quante volte è stato trattato come uno strumento invece che come un essere vivente. A volte basta una porta lasciata aperta, una recinzione fragile, un comando dato male. E la tragedia entra in casa, nel giardino, nel silenzio di un pomeriggio qualunque.
L’ultima vittima
Poi, quando tutto è finito, resta il dopo. E nel dopo c’è quasi sempre un’altra vittima: il cane stesso. Se giudicato pericoloso può essere soppresso. Più spesso viene dimenticato. Il padrone scompare, l’animale finisce in un box di cemento, pochi metri quadri, giorni tutti uguali. Non ha colpe, ma paga. Anni interi passati a fissare una rete, per errori che non ha scelto.
Una domanda che resta aperta
La domanda resta aperta: quanto ancora dovrà succedere prima che la responsabilità diventi un dovere reale, e non solo una parola scritta?
Perché finché non sarà così, continueremo a contare tragedie che si potevano evitare.
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