Intervista a Ester Vinci, protagonista de L’Invisibile su Rai 1: tra emozione, teatro e verità nei ruoli che interpreta

In questa intervista ho avuto il piacere di chiacchierare con Ester Vinci, attrice palermitana e protagonista della miniserie L’Invisibile – Operazione Tramonto, che racconta la cattura di Matteo Messina Denaro attraverso il punto di vista delle forze dell’ordine e delle loro famiglie.

Ester ci guida dietro le quinte del suo lavoro, parlando della preparazione al ruolo di Santuzza, donna forte e complessa, moglie del carabiniere Giove. Racconta il legame profondo con la sua città, Palermo, e con la memoria storica degli anni ’90, mostrando come esperienze personali ed emozioni autentiche possano diventare strumenti fondamentali per il suo mestiere di attrice.

Ester Vinci

Dalla televisione al cinema, passando per il teatro comico e progetti più intimi come il cortometraggio Il Giardino dei Segreti, Ester ci racconta il suo approccio alla recitazione, l’importanza del lavoro di squadra sul set, e il modo in cui affronta personaggi complessi, intrecciando fragilità e forza in ruoli che lasciano un segno nello spettatore.

Un’intervista ricca di riflessioni, emozioni e aneddoti personali che ci porta nel mondo di un’attrice che trasforma la propria esperienza di vita in arte, regalando al pubblico verità e intensità.

In L’Invisibile, la serie sulla cattura di Matteo Messina Denaro, interpreti Santuzza, moglie del carabiniere Giove (interpretato da Bernardo Casertano). Come ti sei preparata per questo ruolo e cosa ti ha colpito di più del personaggio?

Come mi sono preparata… cerco di analizzare non soltanto le emozioni. In questo caso la cosa principale è sicuramente l’amore verso questo marito, dove lei non ha tutta questa attenzione.
Perché un carabiniere del ROS, impegnato nella cattura di Matteo Messina Denaro, in ogni caso è sempre comunque troppo preso e coinvolto dal suo lavoro.

Però lei, nonostante ciò, in silenzio, come quelle donne che paradossalmente sembrano deboli ma sono forti, attende con pazienza e speranza una mossa da parte del loro compagno, ma anche per la famiglia. Lei fa grandi sacrifici per portare avanti la famiglia. Non posso svelare molto rispetto al personaggio, però Santuzza, insieme alla squadra ROS, scoprirà delle importanti verità. Lei è una donna di carattere forte, che fa finta di mettersi da parte, ma in realtà ha un carattere molto più forte di quello che si pensi.

Detto questo, analizzando quello che è il personaggio, io quando mi preparo cerco di sentire le emozioni che mi arrivano. Quando leggo mi arrivano delle immagini, faccio anche delle associazioni molto intime e personali, perché altrimenti sarebbe recitazione, quindi finzione. Io paradossalmente non recito: restituisco verità al personaggio attingendo da quelle che sono le mie esperienze personali. Rispetto a un uomo, rispetto a una sensazione che può essere di odio, di amore, di gelosia, i sentimenti principali… sono quelli principali.

Ester Vinci
Ester Vinci e Bernardo Casertano

Emozione e ascolto: il cuore della recitazione

E lì che vai, perché ovviamente io Bernardo Casertano non l’ho mai conosciuto, non l’ho visto sul set. Quindi come faccio a dimostrare, a sentire amore per Bernardo? Sarebbe finto.
È normale che mi rifaccio a quelle che sono le mie esperienze: davanti a me ci sarà una sostituzione, ci sarà un’altra persona che amerò. Magari a volte faccio riferimento alla persona che ami di più in assoluto, l’amore del sangue: i genitori, il padre, la madre. Che può essere l’odio, che può essere l’amore, trasformandoli all’occorrenza in quello che è il testo.

Il testo viene ad essere un mezzo, perché tutto parte dall’emozione. Il corpo viene dopo. Il corpo viene dopo perché, anche nella vita reale, quando parli con una persona, ti incontri e non sai mai cosa può succedere subito dopo, all’istante. Magari puoi prepararti quello che vorresti dire, ma di base poi tutto nasce e accade in quel momento. Ecco perché non mi preparo mai in maniera precisa ed esatta, perché non sarà mai così.

Con un attore succedono delle cose. Spesso mi preparo con amici, colleghi attori, ci scambiamo questi favori, perché recitare da sola ovviamente non serve: non hai la risposta.
Sarebbe solo una battuta, perché la verità è anche l’ascolto. Se quella persona mi risponde, io di conseguenza ho delle reazioni. Se lo faccio da sola, reazioni non ne ho, perché me la dico e me la rispondo da sola.

Santuzza è una donna che vive l’assenza, il silenzio e il sacrificio legati al lavoro del marito. Quanto è stato importante per te raccontare questo lato più intimo e umano della storia?

Questa donna non è tanto segnata dall’aver vissuto la cattura di un mostro mafioso, quanto dal rapporto tra un uomo e una donna. La storia mostra come un uomo, impegnato in una missione così importante, viva poi i rapporti all’interno della famiglia.

C’è tanta rabbia dentro questa donna, ma lei riesce a trattenere tutto questo per amore e per la famiglia. Lei lavora tantissimo per sostenere la famiglia, lui invece non c’è quasi mai, quindi per lei quei pochi incontri diventano una gioia. Ma tra loro c’è gioco, c’è tutto: ci sono mille sfumature.

Ester Vinci
Ester Vinci, Michele Soavi e Bernardo Casertano

La cosa importante che mi dicevi prima, quando parlavi del fatto che io sia palermitana… sì, effettivamente, da palermitana mi ha toccato molto poter far parte di un progetto così importante, di una storia che ha segnato lo Stato italiano, la Sicilia, Palermo… ma in realtà tutto lo Stato. Io, da palermitana, non tanto per il ruolo di Santuzza, moglie di Giove, ma perché, attraverso il mio personaggio, che fa parte di questa storia, sono felice di aver interpretato questo ruolo e di poter raccontare, attraverso di lui, una serie che non è una storia sulla mafia.

Una storia di coraggio, famiglia e memoria

Ci tengo a specificarlo, perché da sempre si raccontano serie ambientate a Palermo o in Sicilia sulla mafia. Finalmente, questa è una miniserie sulla storia di uno Stato vincente. È la storia di uno Stato, perché finalmente mostra i cambiamenti. In altre serie vediamo storie in cui vince la mafia; qui, invece, è una storia positiva, in cui i cambiamenti si vedono. Queste storie, per me, vanno raccontate, e ringrazio la RAI che, come servizio pubblico, dà soprattutto ai giovani la possibilità di conoscere questi eventi.

Ricordiamoci che tutto questo accade negli anni ’90: è una storia recente. Io negli anni ’90 ho vissuto la mia adolescenza con un’angoscia terribile, perché i telegiornali parlavano solo di questo. C’è anche una cosa che mi ha toccato molto, una coincidenza. Io ho fatto anche uno spot sulla legalità: la regista della RAI mi scelse senza che io sapessi di cosa trattasse il provino, ero stata semplicemente convocata.

Ma il giorno dell’esplosione di Falcone, forse sarà stato il destino, per mezz’ora di ritardo del pullman io non sono rimasta coinvolta, perché mi trovavo proprio su quella strada. Ero con mia mamma, che lavorava all’Agenzia delle Entrate. C’erano queste gite organizzate con il CRAL del lavoro, io ero piccola, stavamo prendendo l’autostrada. Il pullman ha tardato mezz’ora a partire. Io ho visto tutto. Sono rimasta ovviamente scioccata dal boato che è arrivato.

Ester Vinci
Ester Vinci e Lino Guanciale

Madonna mia, l’hai vissuta quasi in prima persona questa cosa.

Lo shock è stato che, quando ho realizzato questo spot sulla legalità, eravamo praticamente cinque donne, ma la regista non lo sapeva. Mi ha associata al servizio di Falcone e, dietro di me, quando lo spot è andato in onda, c’erano proprio le immagini dell’esplosione. Questa cosa mi ha scioccata profondamente. Vedi come a volte le energie si incrociano. Noi vivevamo quell’angoscia continuamente, senza alcun modo di fermarla. Oggi è sempre presente, forse meno visibile, ma non per questo meno pericolosa.

Va raccontata sempre di più, per sensibilizzare le coscienze, soprattutto dei giovani. L’educazione è fondamentale: se si cresce con esempi sbagliati, inevitabilmente crescono nuovi criminali. Bisogna far conoscere alle nuove generazioni ciò che è successo in passato, e mostrarlo visivamente, perché vedere ha un impatto diverso rispetto a leggere sui libri di scuola. Cinema e televisione hanno questo grande potere: arrivano direttamente all’inconscio delle persone. È come accade con i film sulla Shoah: sono fondamentali per i ragazzi e per le nuove generazioni, soprattutto considerando la violenza che oggi vediamo tra i giovani.

Questi film devono circolare, per sensibilizzare. Se vedi quel tipo di violenza, non ti viene in mente di riprodurla.
E in questo caso, dove il protagonista è lo Stato che vince, è ancora più importante rispetto a serie dove invece il mafioso a volte viene visto quasi come un eroe.

Senza anticipare troppo, cosa deve aspettarsi lo spettatore da L’Invisibile? Che tipo di emozioni pensi che la serie lascerà al pubblico?

Sicuramente deve lasciare qualcosa, perché in realtà serve a sensibilizzare quelli che sono gli animi, la cultura. Racconta missioni importanti che vanno affrontate con determinazione. Questo è quello che deve lasciare.

Da Squadra Antimafia a I Fratelli Corsaro fino a L’Invisibile hai lavorato più volte con la stessa produzione. In che modo questo percorso ha contribuito alla tua crescita come attrice?

Allora, intanto, prima di tutto sono contenta che la produzione mi abbia scelta nuovamente. Nel caso de L’Invisibile è una struttura artisticamente più cresciuta rispetto a Squadra Antimafia, che è stata la mia prima esperienza. Quando decisero di chiamare il mio agente dissero: “Vogliamo farle fare un provino, giusto per, potrebbe essere per qualsiasi ruolo. Facciamoglielo fare intanto, giusto per farla conoscere a Michele Soavi”, che non mi conosceva.

Ma la produzione ci teneva tantissimo. Infatti, prima di mandare il provino, ho chiesto al mio agente la mia disponibilità perché mi avrebbero voluta nel cast, non sapevano ancora per quale ruolo. Dovevano solo capire come collocarmi. Avevano piacere a valutarmi nuovamente per inserirmi nel loro cast e per me questa è stata una grande soddisfazione, perché già sapevi che quel provino, in qualche modo, lo vincevi.
Alla fine sono piaciuta molto per il ruolo della moglie di Giove e mi hanno lasciato quello. Ne sono stata felice e da parte loro ho ricevuto tantissimi complimenti.

Ritrovare la magia del set e il valore del lavoro di squadra

È stato anche bello rincontrare gli stessi componenti della troupe: è come una famiglia che ti avvolge. Ho rincontrato Paolo Briguglia, che avevo già incontrato ne I Fratelli Corsaro. Con lui si era creata una bellissima bolla in scena, quando abbiamo girato quella scena in tribunale, dove interpretavo Assunta Fogazza.

Ester Vinci
Ester Vinci e Paolo Briguglia

Lui è un attore palermitano con cui avevo già lavorato in teatro. Poi ci siamo rivisti più cresciuti e più maturi. È una persona fantastica, molto collaborativa. Infatti ci siamo ringraziati a vicenda, perché l’attore è quello che lavora con passione, con grande dedizione, non per velleità. È sempre a disposizione dell’altro, mai per sé stesso. L’attore non deve essere egocentrico: può avere un certo egocentrismo, ma deve comunque aiutare l’altro.

Ci siamo ringraziati proprio per questo, perché quando si ripetono più volte le scene, dando le battute, anche se l’inquadratura non è più su di te, molti attori tendono a non dare più la stessa intensità, tanto “non sono in campo”. Ma non è così. La tua risposta influisce sulla mia battuta, perché è una conversazione, è un dialogo in due. Deve essere per forza una squadra.

L’altruismo di cui tu parlavi prima

Bravissima. Sì, perché così come nella vita non parlo da sola, c’è sempre una reazione. Ti faccio un esempio molto semplice: se tu mi devi dare uno schiaffo e lo schiaffo non me lo dai, io come faccio a girarmi? Io mi devo arrabbiare. Se tu mi dai una battuta in maniera tranquilla, io non posso reagire come se fossi arrabbiata, sarebbe fuori luogo.

Sì, sembrerebbe finto.

Esatto, diventa finto. Io reagisco in base a come tu mi dai la battuta. È tutto vero, tutto nel momento. Non me lo posso preparare prima. Non posso dire: “Ah, qui sarò arrabbiata”, perché se l’altro non mi dà quello stimolo, la reazione nascerà in un altro modo.

Ester, allora il tuo lavoro spazia tra televisione, cinema e teatro. Cosa cambia per te nel modo di affrontare un ruolo in questi diversi linguaggi?

Allora, sicuramente a teatro c’è un’emozione diversa, anche una risposta del pubblico, perché è tutto lì. C’è un’atmosfera diversa: lo senti, lo avverti, non lo vedi, ok? Ma senti le reazioni e lì puoi anche modulare diversamente, puoi cambiare qualcosa in base alla risposta del pubblico. Ecco perché si dice “rodiamo lo spettacolo”, perché in base alla risposta del pubblico uno cerca di capire cosa funziona e cosa non funziona. Quell’emozione è in quel momento e c’è un grande rispetto verso il pubblico, nel senso che è uno scambio, ok? Noi diamo al pubblico, ma il pubblico restituisce tanto a noi.

Ester Vinci e Roberta Procida

A differenza del cinema… però io sono contraria a quelle persone che dicono che il teatro è più difficile per un attore rispetto al cinema. Non è così, perché in realtà sì, è vero che a teatro se sbagli improvvisi e vai avanti, ok? Se sei capace e hai mestiere, vai avanti e sai come fare.

Il teatro: l’emozione in diretta e il dialogo con il pubblico

Ma lo stesso vale per il cinema, perché non è che sul set ci sia tutto questo tempo: c’è una velocità assurda. Paradossalmente, al contrario, a teatro hai solitamente almeno un mese di prove per poterti preparare, cosa che sul set – cinema o fiction tv – non accade, perché le scene ti arrivano anche il giorno stesso o il giorno prima e tu non hai tempo di prepararti, e non conosci nemmeno l’attore con cui andrai a lavorare.

Mentre a teatro hai avuto modo di creare un feeling, di provare le cose che vengono bene e quelle che funzionano meno. Lì ti prepari anche da sola a casa, con un amico, ok? Poi puoi prepararti con chi vuoi: io mi preparo anche con mia mamma, o con dei colleghi, insomma con chi ha voglia di sperimentarsi. Ci sono anche amici miei a cui piace recitare, magari non fanno gli attori, però gli piace darmi una mano da questo punto di vista.

Teatro e cinema: emozioni diverse, sfide diverse

Poi però sul set tutto accade diversamente e, a differenza del teatro, non è vero che puoi ripetere la scena due volte. Ok, magari qualcosa non è andato a livello tecnico, ma se un attore deve ripetere la scena due o tre volte, viene “buttato via”, perché non è lui che può far perdere tempo alla produzione e a tutta la troupe. C’è la produzione, il direttore di produzione, che sta dietro ai minuti che scorrono, che devono chiudere la scena.

E poi soprattutto l’emozione la senti. Io, da un lato, preferisco il cinema perché senti un’emozione più intima, più vera, essendo a contatto più diretto e più vicino con il tuo collega attore. Si crea un’intimità diversa e anche il modo di esporre quel dialogo, quella storia, quello che vogliamo dire, si avvicina molto di più a quella che è la verità, perché racconta la verità umana, episodi umani.

La sfida di mantenere la verità sul set

Quindi lo stesso timbro non sarà mai portato come a teatro. C’è quel livello, diciamo, piccolo di finzione in più, perché comunque è una voce portata. Nel cinema, invece, ci deve essere proprio il minimo indispensabile: tu rappresenti la realtà, rappresenti la verità dell’essere umano. Ed ecco perché è una diversa emozione. Non è più bella o meno bella, è diversa. È più intima, forse, e la condividi insieme al tuo collega, insieme al regista. In quel momento magari entri proprio in una bolla con quell’attore e tutto il resto si annulla.

Sul set c’è casino. E’ difficile concentrarsi, a teatro è molto più semplice: c’è il silenzio, c’è il pubblico in silenzio, tu vai. Sul set, invece, c’è un casino vero: quelli che danno le luci, il microfonista che, mentre stai recitando ti si muove intorno e ti sposta le cose, la truccatrice, sei distratta da chi ti passa accanto, dal carrello…Capisci che non è facile mantenere la verità quando dietro succede tutt’altro. Quindi, per me, è ancora più difficile.

Ester Vinci

Parlando proprio di teatro, tornerai presto con una commedia brillante scritta e diretta da Massimo Benenato, figlio di Franco Franchi. Cosa ti ha convinta ad accettare questo progetto e cosa ti affascina del registro comico?

Allora, io intanto dico che non è che io abbia solo accettato: io ho realizzato — e qua ci tengo a dirlo — ho realizzato e messo su questa squadra, perché ho avuto la possibilità di conoscere Massimo Benenato vedendo il suo spettacolo.

Poi noi ci siamo scambiati i contatti, mi ha coinvolto per delle letture. Separatamente conoscevo la produttrice, che è anche attrice, Maria Carla Rodomonte di Gela Production. E poi cosa succede? Al termine dello spettacolo con Maria Carla, mi sono trovata molto bene con la produzione. Massimo è una persona splendida: ho voluto farlo conoscere a Maria Carla e tra loro c’è stata subito sintonia. Da qui è nata l’idea di affidare la scrittura di una commedia su misura per lei, anche perché Massimo aveva apprezzato molto alcuni miei lavori precedenti e desiderava confermarmi in un nuovo spettacolo.

Poi, per quanto riguarda il ruolo comico, c’era un personaggio che successivamente non ha più potuto esserci per vari impegni, e mi è venuto in mente di contattare Maglio Dovini perché lo vedevo perfetto per quel ruolo.

Ricordiamoci che ho trascorso dieci anni della mia vita in scena con Maglio: fin da ragazzina sono quasi cresciuta artisticamente sul palco, soprattutto per quanto riguarda le scene comiche. Ero la sua spalla, sia come ballerina sia come attrice, nei suoi spettacoli.

E quindi ho formato questa squadra, e da lì è partito lo spettacolo, con le prove… ci siamo piaciuti tutti. Siamo persone che non sono solo professionisti, ma anche stacanovisti con una grande voglia di lavorare. Al momento ci incontriamo ogni giorno e abbiamo le prove nel pomeriggio. Il pre-debutto sarà tra Marzo e Aprile, tra Umbria e Lazio, poi saremo anche in Sicilia.

Ester hai da poco concluso le riprese del cortometraggio Il Giardino dei Segreti, diretto da Giovanni Giuffrè, che affronta temi delicati come la fragilità emotiva e la violenza di genere. Come ti avvicini a storie così intense e necessarie?

Il cortometraggio può smuovere molto. E’ un thriller drammatico parla di violenza di genere, questa volta però trattata in maniera diversa rispetto alla solita violenza di cui sentiamo parlare. Non posso dire troppo. Perché, a giudicare dal trailer, potrei fare spoiler..

In effetti, questo cortometraggio è nato quasi per caso: un amico mi ha mandato un annuncio. Io non conoscevo il regista, però dopo il provino ci siamo piaciuti subito a vicenda.

Questa è stata la prima volta che non ho voluto documentarmi sulla verità o sulla sensazione: non mi sono voluta documentare perché tante volte i cortometraggi sono fatti o da ragazzi o da registi non ancora affermati, e il rischio è che il prodotto non abbia qualità. La storia potrebbe essere scritta bene, ma realizzata male; quindi di solito guardo sempre i lavori precedenti per capire a cosa vado incontro.

Quindi non avevi letto il copione?

No. Quando ho fatto il provino non mi sono documentata nemmeno sui lavori precedenti del regista, cosa che di solito faccio sempre, soprattutto perché nei cortometraggi la storia potrebbe non essere interessante o il prodotto potrebbe non essere curato a livello di qualità narrativa o visiva.

Ho voluto conoscere direttamente la persona, e paradossalmente insieme a lui ho provato il personaggio: è stata la prima volta che non mi sono preparata con nessuno, ma completamente da sola. È come se fosse tutto avvenuto lì, al momento. Abbiamo fatto una video call su Google Meet e tutto è accaduto in maniera naturale: ci siamo trovati benissimo. Poi lui mi ha dato indicazioni chiare. Io interpreto Claudia Ferri, moglie di un potente manager. Non voglio raccontare troppo, ma è sicuramente una donna elegante, raffinata, colta, forte e combattiva, ma allo stesso tempo emotivamente complessa e fragile: caratteristiche che mi appartengono molto.

Direi anche un po’ come me, perché l’ho sentita subito vicina: Claudia Ferri mi apparteneva, l’ho sentita nelle viscere. Io sono una persona fragile, ma riesco a trasformare la fragilità in forza: è una continua lotta tra fragilità e forza che si trasforma in energia.

Ester Vinci

Claudia Ferri: entrare nel personaggio attraverso emozioni reali

C’è un tradimento, un dolore che la segna e la porta verso una gelosia ossessiva e compulsiva. La cosa che mi ha affascinata di più è il monologo finale: lì ho sentito l’anima di questa persona. Dico “persona” perché non è solo un personaggio, l’ho vissuta come estremamente reale, molto vicina a me. Quando ho finito il provino, stranamente, tutti i registi si prendono del tempo per rivedere i video, fare call back e decidere. Invece lui, dopo aver provato la scena una o due volte, mi ha detto: “Per me sei tu, adesso devi solo decidere se vuoi accettare”. È stato sconvolgente, perché non succede quasi mai.

Sono stata felicissima. Poi ci siamo accordati sulle condizioni, perché ho girato a Messina mentre io mi trovavo a Roma. Ho messo in contatto il regista con il mio agente, e lui è stato disponibilissimo: mi voleva a tutti i costi. Mi diceva: “Per me sei tu, Claudia Ferri”, e aveva intuito perfettamente le intenzioni del personaggio.

Sentivo una grande responsabilità, perché Claudia Ferri, con il suo monologo finale, rappresenta il climax emotivo e narrativo del progetto: è la scena madre del corto e definisce l’identità del film. Mi sono sentita quindi la responsabilità addosso, ma l’ho accolta con grande entusiasmo.

Venivo anche da una storia personale che mi aveva segnata, quindi ho portato dentro al personaggio i miei dolori, legati a una relazione in cui anch’io avevo scoperto verità importanti. Ho trasformato quel dolore in qualcosa di positivo, come spesso faccio nel mio lavoro.

Si sa già quando arriverà al cinema?

Dovrà prima seguire tutto il percorso dei festival, poi eventualmente potrebbe arrivare su Rai Cinema

Una cosa bella è stata che il regista mi ha dato molti indizi e parole chiave, cosa che non sempre accade. Nei progetti indipendenti c’è spesso più attenzione rispetto alle grandi fiction, dove tutto è più veloce.

Giovanni Giuffrè è molto giovane, ha 29 anni, e questo mi ha entusiasmata: ha scritto un corto bellissimo. Ho voluto vedere anche i suoi lavori precedenti e ho trovato intuizioni davvero interessanti. Ho visto il corto già montato ed è cinema puro.

Mi ha saputo dirigere molto bene, dandomi parole chiave per costruire Claudia: eleganza, ombra, fragilità, verità.

L’eleganza è nell’anima: molte persone mi hanno sempre detto che ho eleganza nei modi e nei movimenti, non solo negli abiti. Quando parla di “ombre”, si apre un mondo: io ho tante ombre, ma anche molta luce, mille sfumature, e ne faccio vedere molte.

Claudia Ferri è fragile sì, ma anche forte e combattiva. La parola “verità” mi ha colpito molto, perché io, pur essendo attrice, non riesco mai a indossare una maschera. È un pregio, ma anche un difetto: bisogna stare attenti a non essere sempre troppo trasparenti.

Tutti mi dicono: “Rimani come sei”, poi eventuali fregature me le prendo io.

Guardando al futuro, tra cinema, televisione e teatro, c’è un ruolo o un tipo di storia che senti ancora di voler raccontare e che rappresenti una nuova sfida per te?

Sicuramente mi piacciono i personaggi scritti da autori come Almodóvar, Tornatore o Ozpetek, personaggi sempre complessi che ti mettono in discussione anche a livello psicologico, perché mi piacciono le sfide.

Ogni volta che affronti un ruolo scopri anche lati di te che non conoscevi. Devo dirti la verità: fare l’attore è un percorso psicologico, quasi psicoterapeutico. Ovviamente non ti cura, ma ti fa scoprire aspetti di te che non pensavi di avere.

Per esempio, a volte scopro di avere coraggio in scena che nella vita reale non avrei mai pensato di avere.

Molti miei amici mi dicono: “Fai finta che stai recitando, fai finta che stai lavorando, così puoi farlo”. E funziona: quando sei in azione riesci a fare cose che nella vita quotidiana ti spaventerebbero, mentre fuori dalla scena a volte diventi un po’ timorosa, come un uccellino.

A parte il teatro e anche il cortometraggio, ci sono altri progetti futuri?

Voglio incrociare le dita, perché ho fatto cinque provini nel giro di tre giorni. Ieri sera è arrivato il callback di quello più importante e qui sono davvero emozionata, perché in qualche giorno avrò questo incontro con una regista importantissima, nuova e inedita. Speriamo che vada bene: so che il provino è andato molto bene, infatti mi hanno ricontattata.

Quindi, se andrà bene, sicuramente ci risentiremo.

E certo, ok, allora ti faccio un in bocca al lupo enorme!

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