Il ritorno a Ischia ha il sapore di un viaggio nel luogo dove tutto ha preso forma. Martedì 30 giugno, alle 21.30, nella suggestiva cornice della Cattedrale del Castello Aragonese, La Tempesta di Giuseppe Scordio sarà protagonista di una proiezione speciale nell’ambito della 24ª edizione dell’Ischia Film Festival, nella sezione Fuori Concorso – Film girati a Ischia. Un approdo simbolico per un’opera che sull’isola è nata e che proprio dai suoi paesaggi, dai suoi silenzi e dalla sua natura ha tratto gran parte della propria forza espressiva. Regista, autore e interprete di Prospero, Scordio racconta il legame con Ischia, riflette sull’attualità del capolavoro di Shakespeare e rivendica una scelta artistica controcorrente: preservare la musicalità della parola teatrale e fare del cinema indipendente un autentico atto di resistenza culturale.

Giuseppe, ti è piaciuto girare a Ischia?
Io non avevo mai vissuto davvero Ischia. L’avevo vista, sì, ma avevo conosciuto soltanto la parte centrale, non avevo girato tutta l’isola. Sono rimasto davvero colpito. Ho ancora il suo profumo, sento ancora quell’aria così dolce che rendeva tutto meraviglioso. Per non parlare degli alimenti: davvero una cosa straordinaria. Per quanto riguarda La Tempesta, c’è un passaggio, un monologo di Gonzalo, un po’ utopistico, ma scritto quattrocento anni fa, in cui dice: “Mio signore, in questo mondo ho sognato una nuova società che andasse al contrario di tutto quello che abbiamo fatto fino a oggi”. Soltanto la natura dovrebbe produrre ciò che serve all’essere umano per sopravvivere. Nessuna produzione di armi, che non nascono dalla natura dell’uomo, ma dai suoi peggiori difetti: l’egoismo e la brama di denaro.
In pratica, nell’opera originale hai trovato delle risposte anche per interpretare l’attuale panorama sociale.
Bravissima. Le grandi opere, quando parlano dell’attualità, vengono tramandate proprio perché hanno questa capacità di continuare a parlare nel tempo. Sono opere immortali per questo motivo: trattano temi universali che continuano a riproporsi, decennio dopo decennio.
Qual è stata la difficoltà più grande nel mantenere intatta l’intensità della parola teatrale di Shakespeare, traducendola però nei codici del cinema?
Qui entra in gioco il cartello iniziale che ho voluto inserire: “Questo non è un film, ma uno spettacolo all’aperto“. L’ho scritto proprio perché dichiaro apertamente di non voler assolutamente toccare il linguaggio teatrale. Un certo tipo di parole, un certo tipo di poesia, non può essere detto in nessun’altra maniera se non con quella intensità, quella profondità e quella stessa intonazione, che non va ricercata artificialmente, ma nasce dall’ispirazione che ti danno parole meravigliose come quelle di Shakespeare. È chiaro che il cinema ha bisogno di un ritmo diverso. Ma il ritmo non è dettato dalla velocità o dalla scioltezza con cui reciti un testo. Il ritmo è dettato dalla verosimiglianza del tempo che passa tra un concetto e l’altro. La poesia ha bisogno del tempo per essere detta e anche del tempo per depositarsi un po’.
Ho letto che hai definito l’opera “Sospesa tra cinema e teatro”.
Sì. Mi sono permesso questa ricerca. Naturalmente non è una cosa inventata da me: altri prima di me, senza voler scomodare grandissimi artisti come Bertolt Brecht o Pier Paolo Pasolini, avevano già intuito che quella poteva essere l’unica strada. Non c’era la possibilità di cambiare il linguaggio. Il linguaggio teatrale di Shakespeare, così come quello di Euripide, non poteva essere tradotto: bisognava rispettarlo. È proprio quel tempo sospeso tra un verso e l’altro che fa la differenza.
Tu hai fondato lo Spazio Tertulliano a Milano, una realtà che fa cultura dal basso. Questo film, questo spettacolo, questo spazio sospeso, è in qualche modo una continuazione di una forma di resistenza culturale? Oggi fare cinema indipendente è quasi un atto politico, nell’era degli algoritmi, dei blockbuster dominati dalle grandi case di produzione e dalle piattaforme streaming. È difficile, per un regista, far sapere al pubblico che il proprio film esiste.
Sì. È stato un vero atto di resistenza. È nato proprio, come dicevi tu, durante il periodo del Covid, quando cinema e teatri sono stati i primi a chiudere, giustamente, per evitare che il virus si diffondesse troppo facilmente. Eravamo tutti disoccupati e l’unico modo per sopravvivere era riuscire a entrare nelle case della gente, che purtroppo era costretta a restarci, e lasciare qualcosa. Anche perché nessuno sapeva che cosa sarebbe accaduto da lì in avanti.
Sembrava davvero che quel momento non dovesse finire mai. Così come La Tempesta è considerata, quasi certamente, l’ultima opera di Shakespeare e rappresenta il suo congedo dalle scene, anche noi, artisti del cinema e del teatro, avevamo la sensazione di dover abbandonare il nostro mestiere. L’ultimo atto è stato proprio quello di creare quest’opera, per lasciare qualcosa e magari riuscire a entrare nelle case delle persone, aspettando di capire che cosa ci avrebbe riservato il futuro.
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