Manar: un flusso vitale che unisce terra e spirito alla Biennale di Venezia
Alla Biennale di Venezia 2026, tra le proposte più evocative e simbolicamente dense emerge Manar, l’opera dell’artista paraguayana Ingrid Seall (LINK), presentata all’interno del Padiglione della Repubblica della Guinea Equatoriale.

Il debutto della Guinea Equatoriale alla Biennale di Venezia
Un debutto significativo, quello del paese africano, che per la prima volta entra nella programmazione ufficiale della manifestazione con un progetto ambizioso e profondamente radicato nell’immaginario naturale e spirituale.
Manar si configura come un gesto artistico che attraversa geografie e significati: dalle profondità della più grande riserva d’acqua dolce sotterranea del pianeta fino alla dimensione vibrante della foresta equatoriale. L’opera si sviluppa come una struttura verticale, quasi un organismo vivente, costruita con materiali organici e industriali – cellulosa, carta, ferro, manioca, argilla, cera d’api e residui naturali – che si fondono in una tensione continua tra trasformazione e rinascita.

Il titolo stesso, Manar, richiama l’idea di abbondanza e flusso: un processo generativo che trasforma lo scarto in nuova materia, l’errore in possibilità. In questa logica, l’opera non si limita a occupare uno spazio, ma lo attiva, invitando il visitatore a una riflessione sul ciclo della vita, sulla memoria e sulla capacità rigenerativa della natura.
The Forest: The Undergrowth e il tema del sottobosco
Inserita nel percorso espositivo The Forest: The Undergrowth, Manar dialoga con il tema del sottobosco come dimensione simbolica dell’inconscio. Qui, tra visibile e invisibile, prende forma un ecosistema artistico in cui ogni opera è parte di un tutto organico. La foresta non è rappresentata, ma evocata come esperienza sensoriale e spirituale, luogo di connessione tra essere umano e ambiente.
Il Padiglione della Guinea Equatoriale, curato dal professor Joan Abelló e sostenuto da un comitato internazionale, si presenta come una vera e propria “foresta di opere”, dove artisti di diverse provenienze contribuiscono a una narrazione collettiva.

Ingrid Seall: corpo, materia e metamorfosi
In questo contesto, il lavoro di Ingrid Seall si distingue per la sua capacità di unire materia e movimento, radicamento e slancio, trasformando elementi semplici in un linguaggio universale.
Nata ad Asunción nel 1975, Seall sviluppa da anni una ricerca che intreccia corpo, materia e metamorfosi. La sua pratica, influenzata tanto dalla scultura quanto dalla danza, si esprime attraverso forme in continua evoluzione, capaci di interrogare la condizione umana e il suo rapporto con la natura.
Con Manar, l’artista costruisce un ponte tra continenti e culture, ma soprattutto tra dimensioni interiori e collettive. È un invito a riscoprire ciò che scorre sotto la superficie, a riconnettersi con una dimensione ancestrale spesso dimenticata. In un’epoca segnata da fratture e discontinuità, l’opera si propone come un gesto di ricucitura, un flusso che unisce, rigenera e restituisce senso.


















