Intervista a Giovanni Favero (Dead Poets Club) sul progetto COCKN’Y OUTCAST – In Milan Town Tonight

Cosa succede quando una band che non esiste pubblica un brano accompagnato da una storia? COCKN’Y OUTCAST – In Milan Town Tonight prova a rispondere a questa domanda attraverso un progetto narrativo e visivo interamente costruito con strumenti di intelligenza artificiale generativa. Il fotoromanzo segue tre personaggi – un chitarrista cockney, un hacker russo e un batterista ivoriano – dal carcere di Wandsworth fino a una notte milanese, trasformando la musica in linguaggio comune e via di fuga. Il singolo, ispirato a un brano di Enrico Ruggeri e riarrangiato dai Dead Poets Club, esiste sulle piattaforme, ma non appartiene a un’identità reale: è parte di un esperimento che mette in discussione i confini tra autore, AI e narrazione. Nato in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, il progetto si propone anche come laboratorio per indagare un uso etico dell’intelligenza artificiale nella produzione musicale.

Dead Poets Club

“L’AI è un alleato della creatività, ma bisogna guidarla, non subirla”

Abbiamo intervistato Giovanni Favero, ideatore del progetto, per approfondire le implicazioni di questo lavoro. Dalle sue parole emerge una visione chiara: l’intelligenza artificiale non come sostituto dell’artista, ma come strumento successivo alla creazione, capace di amplificare e rifinire un’idea già umana. Un approccio che rifiuta l’automatismo sterile e rivendica invece un uso consapevole e dichiarato della tecnologia, in un momento storico in cui il dibattito su diritti, autenticità e futuro della musica è più acceso che mai.

Intervista a Giovanni Favero

COCKN’Y OUTCAST – In Milan Town Tonight nasce come esperimento o come opera compiuta?

Questo progetto è parte di un laboratorio. I Dead Poets siamo io, Roberto Turatti e Fulvio Muzio, che abbiamo lanciato questo progetto anche con l’Università di Milano-Bicocca, che partecipa sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella musica, cioè finalizzato a individuare un utilizzo etico anche per la creatività e per il musicista. Prima abbiamo realizzato una serie di brani come Dead Poets che usano come testi delle poesie classiche, poi abbiamo prodotto questa operazione di questo gruppo fantomatico, rispetto al quale c’è anche la storia che è riprodotta in questo fotoromanzo.

Tra l’altro è uscito un articolo su Il Giorno, dove un professore della Cattolica – che quindi non c’entra nulla col progetto – ha centrato un argomento interessante: come una vecchia modalità, che era la fotostoria, torna ad essere attuale grazie a queste tecnologie utilizzate con l’intelligenza artificiale.

Il linguaggio (quasi dimenticato) del fotoromanzo

Infatti ti volevo chiedere proprio come mai avete scelto la forma del fotoromanzo, che è un linguaggio quasi dimenticato, no?
Esattamente, perché secondo me è un modo nuovo di narrare. È un modo storico, superato e vintage nella sua forma tradizionale, ma può tornare in auge perché, tra l’altro, tutto questo è realizzato con programmi di intelligenza artificiale che sono a disposizione di chiunque. Quindi il messaggio, al di là dell’operazione in particolare, è anche quello di dire che oggi c’è un nuovo media di narrazione: un giovane scrittore che vuole scrivere il suo racconto breve e metterlo in pubblico attraverso un social può costruirci anche una visualizzazione che abbia un senso e un significato.

Su questo, questa ragazza che si chiama Giorgia Tognoli, che ha realizzato la parte video e le immagini del fotoromanzo, ci farà una tesi di laurea. Quindi è anche un progetto che ha una sua valenza accademica: non è un’operazione di musica e contenuti commerciali, è una riflessione sull’utilizzo delle potenzialità dell’intelligenza artificiale nella musica, nei video e nella riproduzione, anche andando a recuperare forme che nella sostanza erano estinte: il fotoromanzo non c’è più.

La narrazione di Ettore Saladini

Il fatto che il racconto sia narrato da un giornalista introduce un ulteriore livello di mediazione: è un modo per riflettere sul ruolo dell’informazione oggi?

Assolutamente, bravissima, hai colto. Abbiamo preso questo giovane giornalista amico, che tra l’altro è Ettore Saladini, che ha vinto il Premio Scalfari l’anno scorso, quindi un giovane giornalista molto talentuoso. Lui racconta con uno stile quasi da news questa storia che in realtà è frutto di fantasia. È stato preso un brano di un cantautore italiano, Enrico Ruggeri, ed è stato modificato e riarrangiato come se fosse prodotto da questo gruppo indie. L’abbiamo messo sulle piattaforme in UK e negli Stati Uniti come gruppo indie, quindi ha fatto una sua vita – non enorme, ma comunque con qualche decina di migliaia di visualizzazioni su Spotify – e poi adesso abbiamo svelato la storia.

Quindi anche lì c’è tutta una serie di considerazioni: la creatività era del brano italiano che è diventato una cover in inglese (in genere il giro è inverso); e poi come si crea una storia attorno a un gruppo. Cockney Outcast è un gruppo un po’ emarginato, che nasce in un contesto carcerario, e quindi crea una narrazione: diventa una storia e uno vuole capirne di più. Nel nostro intento si crea una storia che può avere un suo fascino, un suo significato, a prescindere che sia cronaca o fiction.

Le poesie classiche dei Dead Poets Club

Ma dove senti che finisce l’intervento autoriale e inizia quello della macchina? Riuscite a tracciare un confine?

Noi sì, perché intanto, per quanto riguarda la parte musicale, non facciamo mai fare la musica all’intelligenza artificiale. Abbiamo tra di noi un musicista, Fulvio Muzio, e quando lavoriamo con i Dead Poets partiamo sempre dalla sua composizione. Le musiche sono suonate e composte, dopodiché abbiniamo delle parole: possono essere originali oppure, come abbiamo fatto, poesie classiche. Se guardi Dead Poets Club vedrai poesie che diventano veri e propri pezzi, anche con strutture complesse. Quindi c’è anche l’idea di portare parole con valore letterario in un contesto di ascolto più leggero.

Molti artisti vedono l’intelligenza artificiale come una minaccia, mentre nel vostro caso la utilizzate come uno strumento, un alleato.

È un’opportunità se si colloca nel momento giusto, cioè dopo la prima creazione dell’uomo. Aiuta a trovare la formula con cui proporre un’idea: è una sorta di arrangiatore aggiunto, non deve sostituire. Non credo all’intelligenza artificiale quando uno scrive un prompt tipo “fammi una bella canzone estiva sulla spiaggia”: magari viene fuori qualcosa di accettabile, ma lì l’uomo non ha fatto nulla.

Intelligenza artificiale: un alleato alla creatività

Quindi è anche una questione di approccio?

Esatto, è una questione di approccio. Se l’intelligenza artificiale è un alleato della creatività – quindi viene dopo – aiuta a perfezionare. Puoi fare tante versioni di un brano, rifinirlo, e poi decidere quando hai raggiunto l’alchimia giusta. E questo è anche molto democratico, perché lo può fare chiunque: anche un ragazzo che ha un bel pezzo ma non ha i mezzi per registrarlo professionalmente oggi ha un’opportunità.

Però c’è il rischio che l’IA produca opere formalmente perfette ma prive di urgenza espressiva. Come si evita?

Si evita non subendola ma guidandola. Se senti che l’IA ha travolto quello che avevi in mente, devi scartare quel brano. Non deve sorprenderti facendo qualcosa che non avevi chiesto: deve aiutarti a realizzare meglio ciò che avevi in mente. Se invece fa qualcosa di completamente diverso, allora quello è suo, non tuo.

Però alla fine si capisce quando manca la mano umana.

È un’osservazione corretta, ma attenzione: l’intelligenza artificiale sta evolvendo. Già rispetto a sei mesi fa oggi posso fare molte più cose, e tra sei mesi ancora di più. Ad esempio, c’è la clonazione vocale: tu canti anche in modo imperfetto e poi la senti eseguita perfettamente. Il problema è proprio la perfezione, a volte eccessiva. Noi abbiamo fatto anche una canzone in latino: all’inizio l’IA lo pronunciava male, come uno straniero. Le abbiamo “insegnato” il latino finché non l’ha cantato correttamente. Questa è interazione. Se fosse un prodotto commerciale, capirei le perplessità. Ma questo è un laboratorio per capire limiti e criticità. Abbiamo coinvolto anche tesi universitarie: una in musicologia a Pavia e una in informatica alla Bicocca. È una discussione pratica, non teorica.

Il successo all’estero del cantante virtuale Joy Rhodes

All’estero sta spopolando una cantante virtuale come Joy Rhodes. Ti chiedo: avete il timore di essere fraintesi, visto che molti artisti protestano contro l’uso dell’IA?

No, se l’uso è dichiarato. Io non sto cercando di convincere il pubblico che sia reale: sto raccontando un laboratorio. Non sono a favore di cantanti virtuali spacciati per reali. Però posso immaginare progetti in cui l’IA contribuisce, ma non in modo esclusivo. È come in pasticceria: devi sapere gli ingredienti. Se sei allergico alle mandorle, devi poter scegliere. Allo stesso modo, il pubblico deve sapere se una canzone è stata realizzata con l’IA, chi l’ha cantata, e in che misura. Poi decide chi ascolta.

La collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca punta proprio a un uso etico dell’IA.

Esatto. Ci siamo posti continuamente domande: cosa è giusto fare?
Ad esempio, usiamo solo brani di cui abbiamo le versioni originali. Alcuni risalgono a registrazioni analogiche degli anni ’70. Li abbiamo restaurati e valorizzati. Questa può essere anche una funzione positiva: recuperare materiale dimenticato e ridargli vita.

Ultima domanda: dopo aver lavorato così tanto con l’intelligenza artificiale, ti senti più vicino o più distante dall’idea tradizionale di artista?

Secondo me non cambia. Sono le stesse domande che si facevano con i sintetizzatori negli anni ’70 o con il passaggio dall’analogico al digitale. Già oggi puoi correggere tutto in studio, usare sequencer… La differenza è che oggi siamo all’apice di questo processo, ma non alla fine: queste tecnologie continueranno a evolvere. Alla fine sarà una scelta etica: come usarle. Noi abbiamo fatto questo progetto per aprire la discussione e portare un’esperienza concreta. Non abbiamo una risposta definitiva, ma abbiamo qualcosa da raccontare.

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