It’s Never Over, Jeff Buckley: Il documentario su Jeff Buckley, una vita troppo breve – Al cinema
Il 16, 17 e 18 marzo 2026 It’s Never Over: Jeff Buckley arriva nei cinema italiani come evento speciale. Non è una celebrazione. Non è un greatest hits è nemmeno l’ennesimo tentativo di spiegare perché Jeff Buckley sia diventato Jeff Buckley. È, piuttosto, un film che promette di stare dentro la sua storia senza addomesticarla.

Diretto da Amy Berg (West of Memphis) e prodotto, tra gli altri, da Brad Pitt, il documentario si annuncia come un attraversamento intimo, irregolare, emotivamente esigente della vita e dell’arte di uno degli artisti più luminosi e irrisolti della musica contemporanea. Uno che ha lasciato un solo album ufficiale, pochi anni di carriera e una quantità spropositata di domande ancora aperte.
It’s Never Over Jeff Buckley: Guardare il mito da vicino
Chi entrerà in sala non dovrebbe aspettarsi una narrazione lineare, né una mitologia rassicurante. It’s Never Over sembra voler partire proprio dal punto più scomodo: cosa resta quando il mito viene guardato da vicino. Quando invece di fissare la figura controluce si abbassa la luce e si ascoltano le voci che gli sono state accanto. Il film promette di costruire il suo racconto attraverso testimonianze dirette: la madre, le compagne di vita, i musicisti, gli amici. Un coro di presenze che, messe insieme, disegna un Jeff Buckley meno etereo e più umano. Più fragile. Più contraddittorio. Un uomo cresciuto in un universo quasi esclusivamente femminile, segnato dall’assenza del padre Tim Buckley – figura enorme, ingombrante, ma di fatto fantasma – e costretto fin da subito a fare i conti con un’eredità artistica mai davvero scelta.
Le relazioni come chiave di lettura
Chi vedrà il film dovrà aspettarsi che il centro emotivo non sia solo la musica, ma le relazioni. Le donne, soprattutto, sembrano essere la chiave di lettura principale: non come muse decorative, ma come forze narrative. Sguardi che ridisegnano l’immagine pubblica di Buckley e la riportano a terra, lontano dalla santificazione postuma. Sul piano musicale, It’s Never Over si preannuncia ricchissimo di materiali d’archivio: registrazioni, messaggi in segreteria, frammenti vocali che appartengono a un’epoca analogica e intima, quando la voce non era ancora un contenuto ma una presenza. Jeff Buckley, a quanto promette il film, parlerà molto. E parlerà senza costruire personaggi.
Contro il tempo e contro l’industria
Emergerà anche il suo rapporto conflittuale con l’industria musicale degli anni Novanta. Mentre il grunge dominava l’immaginario collettivo, Buckley era già altrove: jazz, letteratura, spiritualità, rifiuto istintivo delle gabbie promozionali. Il documentario sembra voler raccontare proprio questo scarto, questa distanza crescente tra ciò che Jeff voleva essere e ciò che il sistema cercava di farne. Il paragone con Kurt Cobain aleggia, inevitabile ma mai urlato: non per affinità sonore, quanto per la comune incapacità di abitare uno spazio che non fosse interamente loro. Due artisti coevi, due corpi fuori scala rispetto al meccanismo che li circondava.
Un film che non chiude
Distribuito in Italia da Nexo Studios come evento cinematografico speciale, It’s Never Over: Jeff Buckley chiede allo spettatore una cosa precisa: ascoltare senza cercare risposte definitive. Non chiarirà tutto. E non proverà a spiegare Jeff Buckley. E forse è proprio questo il punto. Si entrerà in sala sapendo che alcune storie non sono fatte per finire, ma per continuare a risuonare. Come una voce che, anche quando si spegne, resta sospesa nell’aria.
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