Judith Owen: “La vita è agrodolce, io la canto senza filtri”

Tra il battito vitale di New Orleans e il “hiraeth” delle valli gallesi, Judith Owen torna con il nuovo singolo “That’s Why I Love My Baby”. In questa intervista esclusiva, la cantautrice ci racconta come ha trasformato la sua “Drama Queen” interiore in una paladina del realismo romantico, tra completi sartoriali e verità brutali.

Il fascino dell’onestà in un mondo filtrato

Judith Owne

Esiste un’eleganza che non si compra, ma si coltiva tra i tasti di un pianoforte e le strade intrise di umidità e jazz di New Orleans. Judith Owen è l’incarnazione di questa rarità: un’artista che ha saputo trasformare la nostalgia profonda in un blues cosmopolita, vibrante e spudoratamente onesto.

Con il suo nuovo progetto, Suit Yourself, ci invita in un mondo fatto di ironia tagliente e una vulnerabilità che non cerca scuse. Non è solo musica, è un atto di ribellione contro la perfezione artificiale dei nostri tempi. In occasione dell’uscita del nuovo singolo e del suo attesissimo ritorno in Italia per Umbria Jazz, abbiamo scavato nel cuore della sua scrittura.

“Credo che la vita sia agrodolce: meravigliosa e terribile, bella e dolorosa, tutto allo stesso tempo. Nella mia scrittura cerco quell’umanità che ci faccia capire che siamo tutti sulla stessa barca.”

JUDITH OWEN

L’INTERVISTA

Judith Owne

Sul nuovo singolo e il Realismo Romantico

Radical Acceptance: Il tuo nuovo singolo, “That’s Why I Love My Baby”, nasce da una visione ironica di San Valentino. In un mondo di vite “filtrate”, quanto è difficile scrivere canzoni d’amore brutalmente oneste?

Per me è molto naturale! Credo che la vita sia agrodolce: meravigliosa e terribile, bella e dolorosa, tutto allo stesso tempo. Quindi, nella mia scrittura, mi muovo agilmente tra onestà emotiva, umorismo e ironia. Insieme, questi elementi conferiscono alle mie canzoni un’intensità e un’umanità che fanno capire a chi ascolta che siamo tutti sulla stessa barca.

Hai menzionato che ti ci sono voluti anni per smettere di fare la “drama queen” ogni 14 febbraio. Cosa ti ha fatto preferire la quotidianità ai biglietti d’auguri?

Ogni anno era una battaglia, fino al decimo anno circa, quando mi sono svegliata e ho capito che mio marito aveva ragione: ciò che conta è come tratti la persona amata ogni giorno dell’anno, non solo quando te lo dice il marketing! Naturalmente era troppo difficile ammettere che avesse ragione, così ho scritto questa canzone per farmi perdonare e per farlo ridere. Parla dell’accettazione radicale di ciò che è, piuttosto di come vorresti che le cose fossero… “Sei perfetto, adesso cambia!”.

La risata rende tutto più facile

Judith Owne

L’ironia rende più facile digerire la vulnerabilità?

La risata rende tutto più facile da accettare. Il pubblico risponde immediatamente alla verità quando è avvolta nell’umorismo; è più rassicurante. Il vecchio detto “se non ridessi, piangerei” per me è verissimo. Sono due facce della stessa medaglia, entrambe portano sollievo e catarsi.

L’anima di Suit Yourself

Judith Owne

Come ha plasmato il disco l’atmosfera di New Orleans rispetto al precedente lavoro?

Non esiste un posto simile. Ti incoraggia a essere disinibita e senza paura. La mia band, The Callers, suona in un modo che ti fa capire che stanno sorridendo dentro e fuori, vivi in ogni bellissima nota “sporca” (greasy). Non avrei potuto fare questo album altrove. È stata una casa magica, insegnandomi a trovare la gioia nelle avversità. In più, lavorare con John Fischbach, che ha registrato Songs in the Key of Life di Stevie Wonder, è stato fondamentale.

Spazi dal piano intimo alla Big Band. Come proteggi lo spazio della tua voce?

Lo spazio è la chiave. La voce fluttua al centro, circondata ma mai sopraffatta. Sinatra insegnò a Nelson Riddle come lasciare quel vuoto vitale negli arrangiamenti. Io scrivo così: less is more. È come dipingere con il suono; se lo fai bene, l’audience sente ogni singola sfumatura.

Qual è il tuo test per decidere di reinterpretare un classico?

Devo amare la canzone e il testo deve parlarmi, così da poterci soffiare dentro la mia vita. In “Blue Skies”, ad esempio, vedo le nubi tempestose del mondo attuale e il sole che splende dietro di esse. È il mio modo di dire “tieni duro” a tutti.

Il legame con l’Italia e le radici

Tornerai all’Umbria Jazz. Come trovi il pubblico italiano rispetto a quello anglosassone?

Le esperienze al Blue Note di Milano mi hanno mostrato quanto siate passionali. Mi sento a casa in Italia, ci venivo da bambina. Siete drammatici, appassionati e spiritosi… esattamente come me! E poi, chi meglio degli italiani può apprezzare il mio stile fatto di completi e cappelli?

Le tue origini gallesi e il concetto di “hiraeth” influenzano la tua musica?

Assolutamente. La musica gallese è intrisa di storie, nostalgia e amori perduti, quasi sempre in chiave minore. Il canto è nel nostro DNA. C’è un legame ancestrale tra il folk gallese e il Blues americano: provengono dallo stesso posto. La gente riconosce l’autentico dal fabbricato e si connette perché sente che sto cantando di tutti noi.

Il look del disco

Se questo album fosse un capo d’abbigliamento, cosa sarebbe?

Sarebbe esattamente ciò che indosso in copertina: un abito a tre pezzi in seta stile anni ’70, fatto su misura, con un fedora calato su un occhio. È audace, elegante, maschile e femminile insieme. Unicamente, impenitentemente me stessa!

[CONCLUSIONE]

In un mercato musicale che spesso preferisce la plastica al velluto, Judith Owen sceglie di fare a modo suo. Suit Yourself ci restituisce l’immagine di un’artista arrivata a una consapevolezza radiosa: quella di chi sa che la perfezione è noiosa, mentre un errore cantato con il cuore è pura magia. Non resta che attendere l’estate per vederla calcare i palchi italiani, dove la sua voce magnetica troverà, ancora una volta, la sua casa naturale.

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