Recensione – Return to Silent Hill: tra fedeltà visiva e anima smarrita
Era il 1996, la prima PlayStation spopolava.
La software house Capcom aveva immesso sul mercato un gioco che ha definito il concetto stesso di survival horror: Resident Evil. Era destinato a divenire una pietra miliare del mondo videoludico che ancora oggi genera nuovi impressionanti capitoli.

La Konami Group Corporation, fresca di riorganizzazione in diverse filiali, tra cui quella di Tokyo, guarda con crescente interesse al mondo videoludico occidentale e proprio a quel Resident Evil della concorrente che sta avendo tanto successo.
La dirigenza capisce che è il momento propizio per seguire questa tendenza, ma senza emulare il gioco della rivale. Bisogna puntare su una direzione diversa, con qualcosa che lasci il segno nei videogiocatori di tutto il mondo.
L’idea alla base è la creazione di un progetto davvero ambizioso. Konami, anziché puntare su dei veterani, si affida a giovani con poca esperienza; in alcuni casi qualcuno li ha persino definiti “reietti”.
Mai idea fu più perfetta.
Nel 1996 nasce così il Team Silent.
Il Team Silent: talento, visione e follia creativa
A capo del progetto c’è Keiichiro Toyama, che si occupa della direzione artistico-narrativa, un designer di soli 26 anni, appassionato di UFO, di occultismo e del cinema visionario di David Lynch. Non vuole creare un action horror ma esplorare le zone d’ombra della mente umana, il mistero, l’atmosfera, adottando un approccio più introspettivo e psicologico.
(Approccio che all’inizio non convince la dirigenza Konami, ma che poi si rivelerà essere il fulcro del successo del gioco.)
Il comparto sonoro viene affidato ad Akira Yamaoka (che all’epoca non sapeva nemmeno leggere uno spartito), anche lui appassionato di Lynch, che realizza una colonna sonora disturbante, capace di mescolare rumori, suoni graffianti e ritmiche ossessive, in grado di generare un’inquietudine costante e che diventerà il marchio di fabbrica della saga.
E poi Takayoshi Sato, che inizialmente lavora su font e interfacce grafiche. Grazie al suo talento ottiene il compito di realizzare la modellazione dei personaggi principali e tutte le cutscene. Un lavoro monumentale che Sato affronta quasi da solo, passando notti intere davanti al computer.
La realizzazione visiva delle creature è affidata a Masahiro Ito, che rifiuta i cliché dell’horror tradizionale e si ispira a Francis Bacon, artista noto per i suoi quadri inquietanti e deformati. Da questa influenza nascono le creature di Silent Hill: non semplici mostri, ma incarnazioni delle paure e dei traumi dei personaggi, distorsioni organiche che rimangono impresse nella memoria del giocatore.
La nebbia: da limite tecnico a marchio di fabbrica
A questo gruppo di talenti eccezionali si aggiunge quello che all’inizio è un limite, ma che poi il Team Silent trasforma nel tratto distintivo della serie: la nebbia.
Sì, perché la PlayStation 1 non era in grado di renderizzare ambienti vasti con una buona distanza visiva e quindi, attraverso l’uso della nebbia, vengono mascherati i limiti tecnici e, al tempo stesso, si contribuisce alla costruzione di un’inquietante aura di mistero.
Come potrete intuire, Silent Hill è un successo planetario.
Nel 2006, dopo quattro giochi della saga (uno su PS1 e gli altri tre su PS2), esce il film Silent Hill per la regia di Christophe Gans e la sceneggiatura di Roger Avary (Una vita al massimo, Killing Zoe, Pulp Fiction… robbetta, eh?).
Il film è semplicemente magnifico.
Gans è un grande fan di Silent Hill e si vede. Esteticamente sublime, con inquadrature identiche a quelle del gioco, si differenzia in alcuni punti dalla storia originale ma la visione di Avary è assolutamente coerente, con un finale da brividi.
Silent Hill è il miglior film tratto da un videogioco e uno dei migliori film horror mai realizzati.
Il disastro di Revelation e l’oblio della saga
In molti, io per primo, aspettavano un seguito, viste le enormi possibilità narrative, perché ogni gioco ha un protagonista diverso e la città si modella a seconda dei suoi tormenti interiori.
Nel 2010 si comincia a parlare di un seguito (nel frattempo i giochi sono diventati sette) e sembra che il film si baserà sul terzo capitolo.
L’entusiasmo però viene frenato quando si scopre che né Gans né Avary faranno parte del progetto, la cui regia e sceneggiatura sono affidate a Michael J. Bassett.
Il film è un disastro. Tecnicamente mediocre, con una sceneggiatura che distrugge tutto ciò che aveva reso grande Silent Hill 3, massacrando personalità e ruolo dei personaggi, in primis Douglas, uno dei personaggi più belli e sfaccettati della storia dei videogiochi.
Il film è un flop clamoroso (meritatissimo) e la nuova, mediocre dirigenza Konami lascia finire nel dimenticatoio anche la saga videoludica.
Il ritorno di Silent Hill e l’attesa per il nuovo film
Passano tanti anni e una nuova dirigenza illuminata decide di riportare in auge Silent Hill e lo fa in grande. Quattro nuovi giochi, tra cui il remake di Silent Hill 2, il più amato della saga, e un nuovo film basato proprio su questo capitolo, che vede il ritorno alla regia di Gans.
Che dire… un momento magnifico per essere un fan di Silent Hill!
Silent Hill 2 narra la storia di James Sunderland, che riceve una lettera da sua moglie Mary che gli chiede di raggiungerla nel loro “posto speciale” a Silent Hill.
Fin qui nulla di strano, se non fosse che Mary è morta tre anni prima.
James si dirigerà a Silent Hill e dovrà venire a patti con tutte le sue paure, con le parti di sé che credeva sepolte e con il senso di colpa che lo distrugge. Nel farlo incontrerà altre persone, ognuna delle quali vive la propria Silent Hill.
Inutile dire che, quando uscì, Silent Hill 2 segnò un’intera generazione di giocatori (e il remake uscito l’anno scorso è altrettanto potente). Non si era mai vista una tale profondità in un videogioco, una tale forza nell’osare, nell’affrontare tematiche estremamente scomode, in una storia così intima e personale.
Return to Silent Hill: L’attesa, il trailer e le prime sensazioni
Silent Hill 2 è un gioco davvero complesso da adattare, ma l’idea che ci fosse Gans dietro la macchina da presa mi aveva riempito di entusiasmo.
Poi è uscito il trailer e la mia positività ha subito un duro colpo. Non per l’estetica generale, ma per gli attori: non riuscivo proprio ad associarli alle controparti videoludiche.
Comunque l’attesa era enorme e, quando si è spenta la luce ed è iniziata la proiezione, ho avuto un brivido di gioia.
Ma quindi, dopo tutta questa premessa, com’è il film?
A caldo ero super entusiasta. Ora, a freddo, sono obiettivo.
Partiamo dai lati positivi:
L’estetica è sublime! I colori, le creature, gli scenari: visivamente è un film magnifico che cattura ogni singolo elemento del gioco, con tanto di inquadrature identiche o molto simili.
Stessa cosa per il comparto musicale, dove spiccano le canzoni di Yamaoka dei giochi e i suoi suoni angoscianti (come già nel primo film).
Ora tocca, purtroppo, ai lati negativi:
Gli attori:
Jeremy Irvine interpreta James, ma non è assolutamente adatto al ruolo. Troppo pulitino, troppo poco sofferente. Sì, si ubriaca, si devasta, ma non viene mai realmente fuori il suo conflitto interiore. Non c’è mai uno sguardo, un’espressione che sappia rendere realmente la sofferenza del personaggio.
Hannah Emily Anderson funziona come Mary, ma non ha nulla della sensualità malata di Maria.
Entrambi sembrano dei cosplayer non particolarmente bravi.
La sceneggiatura:
Come già detto, Silent Hill 2 è un’opera molto forte e difficile da rendere. La sceneggiatura banalizza tutto, smussa tutto e, se da un lato i flashback per farci affezionare e farci vivere il rapporto tra James e Mary sono un’idea interessante, dall’altro sono realizzati in modo troppo superficiale.
L’introduzione del Culto, come collegamento al primo film, è del tutto inutile e sminuisce la natura del rapporto tra James e Mary, l’intimità della loro vicenda. Silent Hill 2 è questo: una storia intima e profonda.
Poi abbiamo Angela, Eddie e Laura, qui ridotti quasi a comparse, quando avevano una vita, un percorso, con tutti i loro drammi che in questo film vengono ignorati.
Infine le creature. Anzi, i “boss”. La realizzazione estetica, ribadisco, è sublime, ma non c’è alcuno scontro. E per quanto si possa capire la volontà di ridurre l’elemento action, non si può certamente eliminare il confronto con Pyramid Head (e chi conosce il gioco sa bene perché).
Il verdetto di un fan
Return to Silent Hill non è ai livelli del primo film, ma è anni luce superiore a quella schifezza di Silent Hill: Revelation.
Se siete amanti del gioco storcerete parecchio il naso. Se non lo siete, vi godrete un buon horror con un’estetica sublime e un magnifico accompagnamento musicale.
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