Anubis e il paradosso della protezione: quando “mettere in salvo” non significa fare la cosa giusta

A Sharm el-Sheikh c’è una femmina di cane baladi, tutta nera, che si chiama Anubis.
Oggi è al sicuro. Ma non è libera.

cani baladi
Cani baladi Sharm el-Sheikh – Marco Licata

È stata spostata in una struttura privata per “protezione”, una soluzione che molti considerano corretta, quasi automatica. Eppure è proprio qui che nasce il paradosso: proteggere un cane sano rinchiudendolo non è sempre la scelta migliore, né per l’animale né per la comunità in cui vive.

Il problema non è Anubis. È il sistema.

Anubis non è aggressiva.
Non è malata.
Non è un’emergenza clinica.

È un cane nato libero, parte di un equilibrio territoriale preciso. Come migliaia di altri baladi che popolano Sharm. Il suo caso non è un’eccezione, ma l’ennesima conseguenza di una gestione frammentata, reattiva, spesso basata sulla paura invece che sulla conoscenza.

Rinchiuderla è una soluzione comoda, soprattutto per chi non vuole affrontare il problema alla radice. Ma la comodità di qualcuno diventa il peso di altri: volontari, veterinari, strutture già sature, risorse economiche limitate.

Volontariato non significa sostituirsi allo Stato

Ogni mese, come SosBaladi, sosteniamo costi che non dovrebbero ricadere su singoli individui o piccole associazioni. Cliniche, cure, sterilizzazioni, emergenze continue. Il volontariato nasce per supportare, non per rimpiazzare un sistema che non funziona.

Eppure è quello che accade: quando un cane “disturba”, viene spostato. Quando crea disagio, diventa “responsabilità di qualcuno”. Sempre degli stessi.

Questo modello non è sostenibile. Né eticamente, né economicamente.

I cani baladi non sono randagi nel senso occidentale

I cani baladi sono animali territoriali, socializzati, con una forte capacità di adattamento e una naturale propensione al contatto umano.
Diventa problematico solo quando viene:

  • scacciato
  • spostato forzatamente
  • maltrattato
  • privato del proprio spazio

Spostare un cane dalla zona in cui è nato significa rompere equilibri, creare conflitti e aumentare il rischio di comportamenti difensivi. È un errore che si ripete da anni, nonostante l’esperienza dimostri il contrario.

La vera domanda da porsi

Vogliamo davvero una città fatta di strutture chiuse, cliniche e shelter sovraffollati, mantenuti da pochi volontari esausti?

Oppure vogliamo una città in cui la convivenza uomo–animale sia regolata, rispettata e condivisa?

Perché la scelta è questa. Non ce ne sono altre.

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Cani baladi Sharm el-Sheikh – Marco Licata

Le soluzioni esistono. E sono note.

Non servono campagne emotive. Servono decisioni strutturali:

  1. Sterilizzazione e vaccinazione sistematica, unica vera forma di controllo.
  2. Mantenimento dei cani nel loro territorio, senza spostamenti arbitrari.
  3. Food station riconosciute e rispettate, come strumento di gestione urbana.
  4. Educazione sociale, a partire da scuole, resort, amministrazioni.
  5. Applicazione delle leggi contro violenza e maltrattamenti, senza eccezioni.

Sono misure già adottate con successo in molte realtà simili. Ignorarle non è mancanza di informazioni, ma di volontà.

Anubis oggi rappresenta una scelta

Anubis non può restare rinchiusa a lungo. Ogni posto occupato da un cane sano è un posto sottratto a un animale ferito o malato che ne ha reale bisogno.

Ha bisogno di una famiglia, non di una prigione “gentile”.

Il suo caso ci obbliga a una domanda più ampia: vogliamo continuare a gestire i sintomi o iniziare finalmente a curare la causa?

Io, come volontario, posso aiutare. Posso intervenire. Posso proporre soluzioni basate sull’esperienza.
Ma non posso – e non devo – essere io la soluzione.

Anubis è solo un cane.
Ma il modo in cui scegliamo di trattarla dice molto di chi siamo.

Marco Licata
SosBaladi Sharm

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