La Grazia: il mistero fragile della bellezza secondo Sorrentino
Ci sono registi che raccontano storie, e poi c’è Paolo Sorrentino, che costruisce universi. La Grazia non è un film che si lascia attraversare con facilità: è un’esperienza che chiede tempo, attenzione, e una certa disponibilità a perdersi. Perché la grazia, qui, non è mai definita. Non è una qualità, non è una virtù, non è nemmeno una conquista. È qualcosa che sfugge continuamente, che si manifesta per sottrazione, che appare solo quando smettiamo di cercarla. E mentre lo guardavo, mi è diventato chiaro che Sorrentino non sta parlando semplicemente di bellezza. Sta parlando del suo limite. Del momento in cui la bellezza smette di bastare.
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La Grazia Sorrentino di Paolo Sorrentino – Trama
Il protagonista, interpretato da un magnetico Toni Servillo, è un uomo che incarna il potere nella sua forma più ambigua: non quello rumoroso, ma quello che decide nel silenzio. Ricopre un ruolo istituzionale altissimo, quasi sacrale, che lo pone davanti a una responsabilità tanto semplice nella forma quanto devastante nella sostanza: concedere due grazie. Due atti di clemenza. Due vite da cambiare.
Due sentenze da riscrivere.Sorrentino costruisce la trama proprio attorno a questo nodo, che potrebbe sembrare giuridico, amministrativo, quasi freddo – e invece diventa un abisso morale.
Chi merita di essere salvato? E soprattutto: esiste davvero un criterio giusto?
I due casi che gli vengono sottoposti non sono mai trattati come meri fascicoli. Sono storie, corpi, errori, colpe. Una scelta non è mai solo una scelta: è un’esclusione. Ed è qui che il film si fa lacerante: perché ogni grazia concessa implica, inevitabilmente, una grazia negata.
Il protagonista – Il volto della responsabilità
Toni Servillo torna a lavorare con Sorrentino e lo fa ancora una volta abitandone perfettamente il mondo. Ma rispetto a figure iconiche come Jep Gambardella, qui il suo personaggio è più trattenuto, più opaco, quasi consumato dall’interno.
Non c’è ironia, non c’è distanza. C’è una stanchezza lucida.
Il suo volto è il vero campo di battaglia del film. Ogni esitazione, ogni silenzio, ogni micro-espressione racconta un conflitto che non trova mai sfogo. Non è un uomo tormentato nel senso classico. È qualcosa di più inquietante: un uomo che sa di non poter essere giusto. E questa consapevolezza lo paralizza.
La regia – Estetica come linguaggio, non come ornamento
Sorrentino costruisce ogni inquadratura come se fosse definitiva. Nulla è casuale: i movimenti di macchina, le geometrie degli spazi, la luce che accarezza o isola i corpi. Ma questa volta la bellezza non ha funzione seduttiva. Gli ambienti istituzionali, solenni, quasi immobili, diventano gabbie. Gli interni sontuosi non esprimono ricchezza, ma distanza. Le terrazze aperte non liberano, ma espongono al vuoto.
La macchina da presa spesso indugia, ritorna, gira attorno ai personaggi come se cercasse una risposta che non arriva mai. E questa insistenza visiva diventa parte integrante del dilemma: più guardiamo, meno capiamo.

Le due grazie – Un dilemma senza soluzione
Questo è il cuore del film. E anche il suo punto più alto. Le due grazie non sono semplicemente due decisioni. Sono un dispositivo etico. Sorrentino evita qualsiasi semplificazione: non costruisce buoni e cattivi, innocenti e colpevoli in modo netto. Tutto è sfumato, ambiguo, disturbante. Ogni possibile scelta è sbagliata. E il protagonista lo sa. Ma c’è un altro livello, più sottile, che il film lascia emergere lentamente.
Siamo abituati a pensare che ascoltare significhi comprendere, che dare spazio all’altro sia già una forma di giustizia. Qui invece questa retorica si incrina. L’ascolto non è salvifico. Non è automaticamente utile. Ci sono momenti in cui ascoltare non porta a nulla, se non a un accumulo sterile di parole, di storie, di dolore.
E il punto più destabilizzante è proprio questo: non puoi saperlo prima. Il protagonista ascolta tutto, assorbe tutto, ma non per questo arriva a una verità. Anzi, più ascolta, più il quadro si complica, più ogni decisione diventa insostenibile.
La grazia, che dovrebbe essere un atto di misericordia, si trasforma allora in qualcosa di quasi violento: un potere che decide, arbitrariamente, chi può essere reintegrato nel mondo e chi invece deve restarne fuori. E allora mi sono ritrovata a pensare che il vero tema del film non è la giustizia. È l’impossibilità della giustizia.
Il tempo e la grazia – Sospensione e attesa
Se il cinema di Sorrentino ha sempre avuto un rapporto ossessivo con il tempo, qui lo porta a una forma estrema. Non c’è progressione narrativa tradizionale. C’è attesa. Il tempo del film è il tempo della decisione rimandata, sospesa, evitata. E in questa sospensione la grazia perde qualsiasi dimensione concreta e diventa un’idea, un miraggio. Qualcosa che esiste solo finché non viene esercitata.

Il limite – Quando la perfezione diventa distanza
Devo dirlo, e lo dico con rispetto ma senza indulgenza. C’è un momento in cui il film rischia di diventare troppo consapevole della propria grandezza. Alcune sequenze sembrano costruite per essere ricordate, più che per essere vissute. E lì ho avvertito una distanza.
Non è un errore, è una scelta. Ma è una scelta che può lasciare fuori una parte di spettatori. Perché quando tutto è perfetto, manca l’imprevisto. E senza imprevisto, il cinema rischia di diventare solo forma.
La grazia come vertigine morale
La Grazia non è un film che si concede. Non è empatico, non è rassicurante, non è nemmeno pienamente accessibile. Ma è un film che resta. Io non so se sia il miglior film tra quelli candidati ai David di Donatello 2026. So però che è uno di quelli che ti obbligano a prendere posizione. E mentre uscivo dalla visione, la domanda non era più “chi merita la grazia?”.
Ma: chi siamo noi per concederla?



















