Intervista ad Audrey Gordon: il viaggio nella memoria di Erri De Luca

Audrey Gordon è una regista francese che, con I pesci non chiudono gli occhi, si avvicina al mondo intimo di Erri De Luca, esplorando i ricordi, le emozioni e le esperienze che hanno segnato la sua infanzia. Attraverso il suo sguardo, il passato diventa una presenza viva, capace di dialogare con l’uomo che lo scrittore è diventato.

Il passato che ritorna attraverso il cinema

Raccontare l’infanzia significa tornare in un luogo fatto di ricordi, sensazioni e momenti che lasciano il segno. Nel lavoro di Audrey Gordon, i luoghi di Ischia, le fotografie di famiglia e le immagini del presente si intrecciano per restituire un ritratto personale di Erri De Luca. La regista sceglie di non ricostruire semplicemente il passato, ma di farlo riaffiorare attraverso un dialogo tra documentario e finzione.

L’infanzia, le emozioni e il senso di giustizia

L’amore, il dolore e la scoperta della giustizia sono alcuni dei temi che attraversano questa storia. Attraverso il bambino di allora emerge gradualmente l’uomo di oggi, con le sue convinzioni e il suo modo di guardare il mondo. Nel racconto di Audrey Gordon trovano spazio anche i legami familiari e la poesia, elementi che hanno contribuito a rendere questo incontro con Erri De Luca particolarmente significativo per la regista.

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Quella che segue è l’intervista ad Audrey Gordon, che mi racconta la nascita del film, il suo rapporto con la memoria di Erri De Luca e ciò che questo viaggio le ha lasciato personalmente.

1.Che cosa l’ha colpita maggiormente nel romanzo I pesci non chiudono gli occhi di Erri De Luca e l’ha spinta a scegliere questa storia per realizzare un film?

La prima cosa che mi ha stupito è che ho scoperto in questo libro la chiave giusta per capire chi fosse Erri De Luca. Il testo costruisce dei ponti tra il bambino che era , quando scopriva l’amore e la giustizia e l’uomo che è diventato. Mi è sembrato proprio il cammino più naturale e personale per entrare nella sua storia e delineare un ritratto di Erri, intrecciando il bambino di ieri con l’uomo di oggi. L’altra cosa che mi ha sorpreso, a livello più personale, è il fatto che mi riconoscevo un po’ in lui, non nella sua vita, ovviamente, che sarebbe impossibile, ma in una piccolissima cosa. Quando ero bambina o adolescente avevo la sua stessa sensazione: che la testa crescesse più velocemente del corpo. Questo mi preoccupava molto, proprio come preoccupava lui. Pensavo la stessa cosa che dice Erri: che del suo corpo non gli importasse e che volesse rompere il guscio. Solo che lui era più coraggioso e attivo: si è lasciato aggredire da quei ragazzi pur di rompere il guscio, mentre io ero molto più passiva. Aspettavo disperatamente che il corpo crescesse con l’adolescenza e facevo cose strane: preghiere alla luna, piccoli rituali con pietre o oggetti per sperare che arrivassero gli alieni, oppure guardavo foto di donne, insomma, tutte cose molto strane e forse meno utili. Però era pur sempre una reazione diversa allo stesso identico problema.

2. Ischia è molto più di una semplice ambientazione nel film: è il luogo in cui riaffiorano i ricordi dell’infanzia di Erri De Luca. In che modo i luoghi reali hanno contribuito a ricostruire la sua memoria e a restituire sullo schermo le emozioni di quel periodo della sua vita?

I luoghi hanno avuto un’immensa importanza nel film. Quando sono arrivata a Ischia per la prima volta insieme ad Erri, prima di girare il film per fare i sopralluoghi, ho visto tutto quello che avevo letto nel libro. Ho ritrovato proprio tutto. Anche Erri mi ha detto che quest’isola non è cambiata poi molto. All’improvviso vedevo il pontile davanti al Castello esattamente come l’avevo immaginato leggendo il libro, le cabine sulla spiaggia, le piccolissime scalinate dove i bambini mangiavano i gelati, il mare, era tutto proprio come in un sogno! Per me è stato davvero importante vedere quest’isola. Poi, ovviamente, non ho voluto fare delle ricostruzioni d’epoca dell’isola o della gente di quell’epoca. Innanzi tutto perché non è un film di Hollywood e non avevamo i budget per farlo, ma anche perché in realtà non mi interessava. Quindi non ho fatto troppa attenzione alle persone intorno se non sembravano degli anni ’60, o all’arredamento, anche se i mobili non sono cambiati poi molto o alle musiche sulla spiaggia. Quello che mi interessava davvero era immaginare questi due bambini della finzione più come dei fantasmi che appaiono nel presente di Erri quando torna a Ischia oggi, come due apparizioni per mostrare e far sentire quanto la memoria possa essere viva. Per questo anche l’Ischia di oggi è stata così importante, oltre che bellissima.

3. Ha scelto di intrecciare documentario e finzione, alternando le immagini di Erri De Luca oggi alle scene della sua infanzia, alle fotografie e ai filmati Super 8. Come è nata questa scelta narrativa e che cosa le ha permesso di raccontare?

Questo mi ha permesso di intrecciare questi diversi materiali e di mischiare documentario e finzione. Credo di aver trovato qui il mio spazio, il mio spazio di libertà: mi sento più libera proprio quando mi trovo su questo confine. Inoltre ho avuto l’impressione di rendere giustizia a questa storia, a quel libro e al personaggio di Erri. Perché anche Erri, nei suoi libri, si trova sempre su questo confine: racconta cose molto autobiografiche e reali, ma sempre con un filo narrativo immaginario. E non ci dice mai dove sia la finzione, non svela mai dove si trovi questa parte immaginaria. Forse possiamo indovinarlo, forse non vogliamo neanche farlo. Tutto questo mi ha dato la libertà di capire che nella sua opera, in tutto quello che scrive, c’è sempre un po’ questo confine.

4. Il film affronta temi profondi come la prima scoperta dell’amore, il dolore e il senso di giustizia. Quale aspetto di questa storia sente più vicino alla sua sensibilità e quale vorrebbe arrivasse maggiormente al pubblico?

C’è la scoperta dell’amore, il dolore, il senso di giustizia. Io non racconto mai qualcosa senza che ci sia una storia d’amore: per me è sempre un punto di partenza, perché l’amore ci spinge dentro le storie. Quindi l’idea di partire da un primo amore per raccontare la vita di qualcuno mi toccava molto. L’altra cosa che volevo raccontare è come Erri dialoga con il passato, con i suoi fantasmi e anche con i fantasmi del suo Paese. Direi che, prima di tutto, è un film sulla memoria, sulla relazione che uno scrittore ha con i propri ricordi d’infanzia, cercando di capire come li ricostruisce e come questi ritornino da lui. Per questo ho dato un’importanza persino maggiore di quanto pensassi all’inizio al personaggio della madre, e anche del padre, ma la madre è diventata davvero centrale. Ho chiesto a Nunzia Schiano che è un’attrice meravigliosa, di interpretare sua madre. Quando ho esplorato gli archivi di Erri e ho visto le foto insieme a lei, facendo le scansioni degli album di famiglia, abbiamo capito subito che la madre era uno dei personaggi principali del film. Direi quindi che è un film sul rapporto di uno scrittore con i suoi fantasmi, perché per lui sono ancora vivi: suo padre gli parla ancora quando scrive, gli si mette sulla spalla, lo dice anche nel film e legge tutto quello che sta scrivendo. E la madre è dappertutto, è sempre stata la sua prima lettrice, c’è ancora la sua voce, il suo accento napoletano. Quindi sì, è un film sulla memoria.»

5. Erri De Luca è conosciuto non soltanto come scrittore, ma anche per il suo impegno politico e la sua vicinanza agli ultimi. In che modo ha cercato di mettere in relazione il bambino di allora con l’uomo che conosciamo oggi?

L’ho fatto esattamente come l’aveva fatto lui nel libro, solo che lì non occupava una grande parte del testo, erano soltanto allusioni. Però direi che racconta molto bene come quel bambino che scopre la giustizia contenesse già l’uomo che è diventato. Questo sentimento di giustizia è rimasto presente, vivo, in tutte le sue battaglie di oggi e nella sua vita. E anche in cose che non ho potuto raccontare molto nel film, perché ce ne vorrebbero dieci di film, o una serie. Come le sue battaglie attuali per l’ecologia e per i migranti. In tutto quello che ha vissuto dopo c’è sempre stato questo primo sentimento di giustizia che c’era nel libro, e così ho cercato di ritrovare nel film proprio la sensazione che lui aveva descritto sulla pagina.

6. Realizzare I pesci non chiudono gli occhi le ha permesso di entrare nella memoria e nell’infanzia di Erri De Luca. Che cosa le ha lasciato personalmente questo viaggio e che cosa spera che il pubblico possa portare con sé dopo aver visto il film?

L’incontro con Erri De Luca è stato uno dei più importanti della mia vita. Quello che mi rimane di più è la sua poesia, presente in tutto ciò che fa e nel suo modo di rapportarsi al mondo. Per questo, in tutto quello che leggo e in tutto quello che guardo, c’è sempre da qualche parte la voce di Erri che mi accompagna, e credo, e spero che il film possa fare un po’ la stessa cosa anche per gli altri.



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