Digger – Lo Stallo: Recensione
È finalmente arrivato in Italia Digger, il nuovo film di Alejandro G. Iñárritu con protagonista Tom Cruise: una satira grottesca sul potere e sulle conseguenze, capace di dividere gli spettatori proprio mentre prova a parlare a tutti.

Digger: La Prima Mossa
— Davvero l’ha trovato solo simpatico?
Esordisce così la signora seduta sulla gracile panchina di legno, poco fuori dai bagni del cinema Eden, a metà tra la curiosità e la strigliata. Ce l’ha con J. e con quel suo commento che, evidentemente, non deve esserle andato proprio giù.
— Sì — risponde freddo J. — Perché, lei no?
— Mi stupisce che l’abbia trovato solo simpatico. Qui siamo di fronte a una storia dentro una storia, all’interno di una storia ancora più grande, che parla di noi. È più che simpatico. Sinceramente, lo trovo inquietante!
Mentre parla si scalda e i ricci dei capelli le diventano incredibilmente più sinuosi, assecondando gli spostamenti repentini del volto, quasi dei tic, che le fanno tendere il collo più del necessario.
J. proprio non se la sente di ribattere. Sospira. Ci guarda.
— Andiamo a fumare — propongo io.
— Andiamo — risponde J., che, sconsolato, abbandona il cinema senza nemmeno salutare la signora ricciuta.
Digger: Il Campo Da Gioco
Rimugino su quanto accaduto e faccio lo sforzo di vestire i panni di entrambe le squadre, continuando la discussione come quello scacchista che, per allenarsi, passa da un lato all’altro della scacchiera e si convince di non conoscere la mossa dell’avversario.
Fissiamo allora il terreno di gioco. Annaffiamolo, livelliamolo e mettiamoci sopra i pezzi: Digger, il nuovo film di Alejandro Iñárritu, con protagonista niente popò di meno che Tom Cruise, chiamato a interpretare il magnate del petrolio che dà il nome alla pellicola.

Di che parla Digger?
Di come le scelte di pochi scellerati personaggi d’influenza possano innescare, a cascata, una vera e propria tragedia su scala globale.
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E come ne parla?
Con la satira grottesca. E con il meta, infilato dentro il film da più direzioni possibili, quasi a voler fissare indelebilmente, come in una spirale, quello che l’autore vuole dirci.
È chiaro cosa vuole dirci?
Apparentemente sì. Forse persino troppo. La tesi è lì, bella visibile, quasi con il cartello luminoso sopra la testa. Eppure quello che è successo nei bagni del cinema, come sopra riportato, ingarbuglia i dati e rende la risposta improvvisamente meno nitida.
Da una parte c’è J., giovane regista, sceneggiatore e, prima ancora di tutto questo, grande spettatore, che si permette, nell’eresia più malata, di definire il film manifesto semplicemente “simpatico”.
Dall’altra c’è la signora, che d’ora in poi chiameremo L.: almeno il triplo degli anni sul groppone e, presumibilmente, il doppio dei film visti al cinema. L. guarda la stessa pellicola e ci legge dentro una grande satira politica, una denuncia inquietante, forse persino qualcosa che la riguarda personalmente.
Ecco le squadre. Ecco il campo da gioco.
Se fossi stato J., dopo quel suo stesso sospiro, avrei scavato nelle parole della signora e lottato per difendere quel mio commento genuino, da spettatore onnivoro quale sono.
Se fossi stata la signora, invece, avrei provato con tutta me stessa a far cambiare idea a quel ragazzino, anche un po’ maleducato, che davanti alla potenza del film ha davvero saputo fare soltanto una cosa: ridere.
Ne usciremmo? Davvero?

Digger: Lo Stallo
Potrei continuare come quello scacchista e, fingendo di spostarmi da una parte all’altra della scacchiera, trascinare per pagine il dialogo tra due persone troppo orgogliose per concedere all’altra anche solo mezzo punto.
Ma prima vorrei fare un altro appunto. Siamo sicuri che non siano d’accordo?
Siamo sicuri che non stiano semplicemente usando parole diverse per dire, in fondo, la stessa cosa? Che non stiano facendo a gara a chi ha capito meglio il linguaggio del cinema, quando magari stanno soltanto dimostrando di parlare due dialetti diversi della stessa lingua?
Potrebbe mai J. non considerare, o peggio ancora sottovalutare, il filone satirico e di denuncia del film e, allo stesso tempo, elogiarne la scrittura brillante dei dialoghi, la struttura, le trovate estetiche, l’assurdità di certe situazioni?
E L. vuole davvero dirmi che non ha mai riso durante il film? Che non si è mai lasciata andare a una risata, magari proprio nel momento in cui la satira funzionava meglio? Che ha fatto altro che prendere appunti mentali sulle sue critiche, per poi discuterne a cena con il marito?
Allora forse siamo d’accordo. Entrambi hanno visto lo stesso film. Un film simpatico. E un film di denuncia politica inquietante. Quale delle due cose si sceglie di elogiare per prima, però, dice molto meno sul film e molto di più sulla persona che lo ha guardato.
E quindi finiamo in stallo? Non credo.
Il vero scacchista riconosce lo stallo e, se vuole vincere, sa anche come evitarlo. Io invece dico che la discussione sul cinema potrebbe essere proprio questo: uno stallo in cui ci ostiniamo a spostare pedine sulla stessa scacchiera senza accorgerci che, in realtà, non stiamo mai parlando davvero di cinema.
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E forse è proprio per questo che, davanti allo stesso film, uno vede qualcosa di inquietante e l’altro qualcosa di simpatico.
Il film, nel frattempo, se ne sta lì.
E ride di entrambi, mentre aspetta l’Oscar e piange per il flop al botteghino.
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