La musica: una casa antica abbandonata che viene riaperta dopo tanto tempo.
Ci sono luoghi che non hanno bisogno di essere abitati per continuare a vivere dentro di noi. Una soffitta, un camino, una stanza rimasta chiusa per anni possono bastare a riportare alla superficie immagini, sensazioni e ricordi. È da questa idea che prende forma il progetto musicale guidato da Vincenzu Lota, compositore, direttore artistico e produttore di Bastia in Corsica. “Entriti Puru” (“Entrate Pure”) è il titolo del terzo singolo – in uscita il 6 ottobre 2026 – che anticipa l’album ESSE AVA ESSE (traducibile in italiano come “Essere Ora Essere”) da lui prodotto per il cantante corso Robert Chantereau (LINK).

È proprio da qui che nasce infatti un percorso attraverso una casa immaginaria, che è al tempo stesso uno spazio concreto della memoria e una metafora dell’introspezione. “Il tema dell’intero disco, in uscita nel 2027, sarà legato alla visita di una casa, all’introspezione vissuta visitando l’abitazione della propria infanzia, una casa ricca di ricordi”, racconta Lota. La musica diventa così un modo per tornare indietro, esplorare ciò che è rimasto nelle diverse stanze e interrogarsi sul proprio percorso. Non a caso, il progetto ruota attorno alla consapevolezza che il passato sia necessario per comprendere il presente: “Per sapere dove stiamo andando, bisogna sapere da dove veniamo”.
Un gruppo di lavoro nato da incontri trasversali
Prima ancora di arrivare alla forma definitiva dell’album, il progetto di Robert Chantereau ha avuto bisogno di trasformarsi in un lavoro realmente collettivo. Dopo aver collaborato a distanza tra il 2025 e il 2026 con i primi due singoli, il passaggio decisivo è avvenuto nell’aprile 2026, quando tutti i musicisti coinvolti si sono ritrovati in una pittoresca località italiana, in provincia di Viterbo: Manziana. Qui, nella suggestiva location di Villa Clodia, la band ha svolto una settimana intera di residenza, provando, suonando e registrando ogni giorno.
L’incontro ha permesso di mettere a punto gli arrangiamenti e, soprattutto, di capire come far convivere i diversi strumenti senza sovrapposizioni. “Ci ha permesso di creare una vera dinamica di gruppo e di lavorare su tutti gli arrangiamenti affinché ciascuno trovasse il proprio posto senza pestare i piedi a un altro strumento”, spiega Lota. La residenza ha avuto però anche una dimensione personale. Musicisti corsi e italiani hanno condiviso non soltanto il lavoro sulle canzoni, ma un’esperienza comune che, secondo il produttore, ha contribuito a individuare “il vero nucleo del progetto”.

La formazione riunisce Robert Chantereau alla voce, Mickaël Serra alle chitarre, Francesco Gazzara alle tastiere, Massimo Sanna al basso e Vincenzu Lota alla batteria, ai cori e alla produzione. Al team di lavoro si unisce anche il tenore britannico-giamaicano Michael D. James nel ruolo di corista, arrangiatore dei cori e vocal coach di Robert. “Dal punto di vista umano, al di là dell’avventura musicale, è stata un’esperienza umana molto forte” racconta Vincenzu Lota a proposito della residenza italiana.
Robert Chantereau è un cantante corso di Lucciana, Bastia, che ha già all’attivo diversi album come autore ed interprete, tra i quali si ricordano LINDUMANE (2018) e FELICE (2021). Vincenzu Lota, batterista e polistrumentista, vanta numerose produzioni nel suo studio ATOM, acronimo della frase “Another Type Of Music”. Il giovane chitarrista Mickaël Serra, anche lui corso, ma di stanza a Parigi, è un session man dal vivo e in studio, nonché titolare del progetto musicale Turtle Project, a suo agio nei generi elettroacustici di ampio spettro, dal folk al metal.

Foto: Auréa Studio
I musicisti italiani che completano l’organico della band di Chantereau sono il tastierista Francesco Gazzara e il bassista Massimo Sanna, entrambi impegnati nel progetto che porta il cognome del primo, GAZZARA, con una discografia trentennale di stile acid jazz, funk, lounge, soul, rock che li ha portati a suonare dal vivo in giro per il mondo dal Giappone al Regno Unito. In particolare Francesco Gazzara è anche un compositore di musiche per il cinema, autore di alcuni brani inseriti nella nota serie tv “Sex & The City”. Inoltre i suoi dischi solisti orchestrali dedicati ai leggendari GENESIS (Gazzara plays Genesis) e l’album prog-rock PROGRESSION del 2022 sono stati il veicolo con cui il producer Vincenzu Lota ha raggiunto il tastierista romano e di conseguenza anche il bassista della sua formazione.
Proprio Lota ricorda un aneddoto circa la conoscenza tra i due. “Ero alla ricerca di un tastierista che partisse dal genere prog ma che avesse anche un’esperienza più larga tra i vari generi. In altre parole qualcuno con cui interagire in fase creativa e produttiva. Ebbene dopo varie ricerche online il nome di Francesco spuntava come il secondo della lista, dopo quello di Adam Holtzman, il celebre tastierista di Steve Wilson. Devo dire che dopo averlo conosciuto ed averci lavorato a distanza sui primi due singoli, avevo già capito che fosse la persona adatta e indubbiamente per me il numero uno della lista!”


Nessuna ricerca della perfezione
Il risultato punta a una dimensione sonora nella quale la componente umana rimane riconoscibile. Il progetto si muove tra folk e prog/rock, recuperando alcune atmosfere del folk degli anni Settanta e combinandole con una produzione contemporanea. Le influenze musicali del progetto partono dai capolavori concept degli anni Settanta (Pink Floyd e Genesis) e proseguono con il prog/rock più recente (Porcupine Tree, Steve Wilson, Mogwai, Radiohead).
Ma è soprattutto l’idea di un suono “organico” a definire la direzione intrapresa. La produzione non ha voluto cancellare ogni imperfezione o levigare completamente le qualità sonore della voce e dei vari strumenti. Al contrario, alcune fragilità vengono considerate parte integrante dell’identità del disco. “Abbiamo voluto mantenere qualcosa di profondamente umano”, dice Lota. “Alcuni potrebbero percepire una certa fragilità nella voce o in alcuni strumenti, ma è proprio questo l’obiettivo”. La tecnologia avrebbe permesso di intervenire ulteriormente, ma la scelta è stata quella di non sterilizzare il risultato. “Non abbiamo cercato la perfezione eccessiva, anche se in fase di produzione sarebbe stato possibile. Volevamo che le persone riconoscessero che dietro ci sono esseri umani che hanno qualcosa da raccontare, ognuno dei quali apporta il proprio contributo mantenendo le proprie imperfezioni”.

Foto: Auréa Studio

La stessa filosofia ha portato alla scelta di Matt Colton per il mastering dei primi due singoli “À Scaldacci” e “U Granaghju”. L’ingegnere dei Metropolis Studios di Londra ha lavorato, tra gli altri, all’album i/o di Peter Gabriel e ha collaborato con The Cure, Depeche Mode e The Rolling Stones. Per Lota era importante trovare un professionista capace di condividere la stessa sensibilità. “Volevo qualcuno in linea con la filosofia dell’album”, racconta. Il lavoro si è svolto a distanza e, secondo il produttore, Colton ha apprezzato proprio la possibilità di lasciare spazio ai singoli elementi: “È una persona che ama tutto ciò che riguarda l’aspetto umano, ama quando le cose non sono sovraccariche, quando può dare spazio a ogni strumento, alla profondità. Mi ha detto che adorava lavorare a questo progetto”.
Una lingua che non chiede necessariamente di essere tradotta
Anche la scelta linguistica contribuisce a rendere il progetto riconoscibile. I brani sono cantati in corso, ma l’intenzione di Robert Chantereau non è quella di realizzare un album di canzoni corse nel senso tradizionale. La lingua appartiene alla storia personale del cantante e, allo stesso tempo, diventa uno degli strumenti attraverso cui costruire il carattere musicale del progetto. “La lingua fa parte della storia di Robert e l’autore dei testi, Tittò Limongi, è corso”, spiega Lota. “Abbiamo voluto mantenere la musicalità e il messaggio che la lingua veicola, ma presentarla con un colore più internazionale”. È un’impostazione che ha suscitato interesse anche fuori dall’isola.
Alcuni riscontri arrivati dalla stampa estera hanno evidenziato come la mancata comprensione delle parole non impedisca necessariamente all’ascoltatore di entrare nell’universo creato dalla musica. Anzi, proprio ciò che non viene immediatamente compreso può diventare un punto di partenza per la curiosità. “Non conoscere la lingua può spingere l’ascoltatore a chiedersi: che lingua è questa, cosa c’è dietro dal punto di vista culturale e musicale?”. Il paroliere corso Tittò Limongi, coinvolto nel progetto fin dall’inizio, non si è limitato alla scrittura, ma ha accompagnato l’evoluzione stessa del concept. “Ha avuto carta bianca perché ha subito portato nuove idee da sviluppare nel concept album in lavorazione”, sottolinea Lota. Il rapporto tra testo e musica è stato quindi sviluppato attraverso un confronto continuo, cercando ogni volta una corrispondenza tra le parole e la musicalità desiderata.
La soffitta arriva prima dell’album
Questo percorso intenso di ritorno alla memoria è stato già anticipato da due singoli pubblicati a distanza di alcuni mesi: À Scaldacci e U Granaghju. Il primo, traducibile in italiano come “Per riscaldarci” richiama il calore di un focolare, mentre il secondo conduce invece direttamente al sottotetto della casa. “À Scaldacci è il fuoco, il focolare, il camino. U Granaghju è la soffitta, un’altra stanza che risveglia molti ricordi”. In entrambe le canzoni è ben riconoscibile il timbro organico e acustico della cètera, strumento tradizionale a corde della Corsica. Paradossalmente, però, nessuno dei due brani farà parte dell’album.
Non si tratta di una contraddizione, ma di una scelta precisa. I due singoli sono stati pensati come materiale extra, pubblicato prima dell’uscita del disco per introdurre gradualmente il pubblico alle atmosfere del progetto. “L’album è un concept a sé stante, non potevamo estrarne brani prima della sua uscita. Questi brani erano un extra, ci siamo detti che li avremmo pubblicati prima, come bonus track, affinché la gente iniziasse ad abituarsi a quell’universo”. La soffitta di U Granaghju diventa così una sorta di porta d’ingresso. È una stanza che può evocare fascino e timore, ma soprattutto rappresenta un deposito di ricordi. Ed è proprio qui che il progetto musicale incontra direttamente l’esperienza personale di chi ascolta.
L’idea non è soltanto raccontare la memoria di qualcun altro, ma offrire a ogni ascoltatore la possibilità di confrontarsi con la propria. L’auspicio di Lota è che quella soffitta possa diventare, per chi ascolta, un luogo altrettanto intimo: “Che possano rivivere i ricordi della soffitta della loro infanzia. Quella stanza misteriosa, che forse li ha spaventati, ma che racchiude tantissimi ricordi”. In fondo, il risultato più importante sarebbe una reazione semplice e privata, impossibile da programmare attraverso la produzione o gli arrangiamenti: “Che possano dire a sé stessi: ho provato un’emozione ascoltando questo brano”.

Gli ultimi ritocchi all’album e l’ultimo rintocco della campana
Tra i mesi di giugno e settembre 2026 sia la band che la produzione si sono ritrovate per un paio di settimane all’interno dell’ATOM Studio di Bastia. La prima volta per portare a termine le incisioni dei vari strumenti in vista delle ultime session vocali di Robert Chantereau. La seconda per riascoltare nuovamente il materiale in preparazione del mix. Un vero lavoro di squadra ancora una volta e come si faceva una volta: la band riunita ad ascoltare le canzoni scritte e arrangiate insieme nell’arco di diversi mesi.
Infine nello Studio 2084 di Francesco Gazzara, a due passi dal Lago di Bracciano vicino Roma, venivano ultimate le sovraincisioni di organo Hammond e pianoforte a coda. Nello stesso momento, a pochi km dall’ATOM Studio di Bastia, risuonava nel silenzio la campana di una chiesetta montana. Da lì l’idea di Vincenzu e Robert di integrare il suono di quel rintocco nell’album di prossima uscita, a testimoniare le emozioni, le sensazioni e i ricordi alla base di un disco e di un percorso di consapevolezza interiore.
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