Ci sono cose che diamo per scontate finché qualcuno non ci costringe a guardarle da un’altra prospettiva. Gli alberi, per esempio. Li incrociamo ogni giorno nei parchi o ai bordi delle strade, li consideriamo quasi come oggetti d’arredo urbani o semplici risorse da sfruttare. Eppure, sotto la superficie, parlano tra loro, imparano e intessono reti sociali sorprendentemente complesse.

Viene da chiedersi: cosa prova una foresta quando un albero cade? È proprio da questo interrogativo che nasce Holy Wood Dust, il nuovo lavoro del regista Victor Kossakovsky, realizzato insieme al botanico Stefano Mancuso. Chi conosce i film precedenti di Kossakovsky — come Gunda o Aquarela — sa già che il suo non è un cinema spiegato, ma vissuto. In questo viaggio non ci sono lezioni cattedratiche: ci sono suoni della natura, immagini potenti e la scienza di Mancuso che si intreccia a una narrazione quasi poetica.
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L’idea di fondo è semplice ma profonda: smettere di vedere la natura come una proprietà dell’uomo e iniziare a sviluppare una vera empatia verso ciò che ci circonda. Il progresso reale, in fondo, passa da qui.
E c’è anche un bell’esempio di coerenza dietro questo progetto. La riflessione infatti non si chiude con i crediti di coda: in collaborazione con zeroCO2, il film contribuirà a piantare 180 alberi nell’Amazzonia peruviana, coinvolgendo direttamente le comunità indigene del posto.
Holy Wood Dust, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, arriverà nelle sale italiane il 23, 24 e 25 novembre con un’uscita evento distribuita da Be Water Film e Medusa Film. Vale la pena prendersi un paio d’ore per andare a vederlo: magari, uscendo dal cinema, lo sguardo sul primo albero che s’incontra per strada sarà un po’ diverso.
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