C’è stato un tempo in cui un uomo con la matita nera sotto gli occhi attirava gli sguardi, soprattutto se non stava salendo su un palco. Eppure, basta tornare agli anni Settanta e Ottanta per scoprire che il make-up maschile ha una storia lunga, fatta di musica, provocazione e libertà espressiva. La vera novità, forse, è che oggi quel trucco sta lasciando i camerini per arrivare nella vita di tutti i giorni.

Dal glam rock allo shock rock: il trucco diventa identità
Negli anni Settanta, David Bowie e Marc Bolan, frontman dei T. Rex, trasformarono il trucco in uno strumento artistico, giocando con colori, glitter e ambiguità visiva. Il make-up non era più soltanto una necessità teatrale, ma un modo per costruire un personaggio e mettere in discussione le convenzioni dell’immagine maschile.
Anche Alice Cooper, pioniere dello shock rock, aveva fatto del trucco scuro intorno agli occhi e dell’estetica teatrale una parte essenziale del proprio personaggio. Negli anni Ottanta, Boy George e i Culture Club, Prince e Robert Smith dei The Cure portarono sul palco look molto diversi tra loro, ma accomunati dalla libertà di usare cosmetici senza preoccuparsi delle etichette. Sul fronte hard rock e glam metal, band come Poison, Mötley Crüe e Twisted Sister puntavano su occhi marcati, capelli cotonati e abiti vistosi: il trucco serviva a esagerare, provocare e rendere ogni esibizione uno spettacolo.
Anche in Italia non mancavano esempi significativi. Renato Zero aveva fatto del trasformismo, dei costumi teatrali e del trucco una parte fondamentale della propria identità artistica, sfidando fin dagli anni Settanta le convenzioni sull’immagine maschile. Negli anni Ottanta, Alberto Camerini, con il suo immaginario colorato e il personaggio ispirato ad Arlecchino, portava sul palco un’estetica fuori dagli schemi, mentre Ivan Cattaneo giocava con l’ambiguità visiva e la sperimentazione. Anche i Righeira, con la loro immagine pop eccentrica e riconoscibile, contribuirono al panorama estetico di quegli anni.
Dal Giappone al K-pop: il make-up attraversa le culture
Un altro capitolo importante arriva dal Giappone con gli X Japan, tra i gruppi fondamentali nello sviluppo del visual kei, movimento musicale ed estetico emerso negli anni Ottanta. Trucco marcato, occhi intensamente delineati, capelli elaborati e costumi scenografici diventavano parte integrante dell’identità della band.
In questo universo, il make-up non era un semplice accessorio: contribuiva a creare personaggi, amplificare le emozioni della musica e superare le convenzioni dell’immagine maschile tradizionale. Il visual kei avrebbe poi ispirato numerosi artisti giapponesi, mentre estetiche curate e make-up sempre più riconoscibili avrebbero raggiunto il pubblico internazionale anche attraverso il pop coreano.
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Oggi Damiano David, prima con i Måneskin e poi nel suo percorso solista, continua a dimostrare quanto eyeliner e trucco scenico possano convivere con un’immagine maschile contemporanea. Nel panorama italiano, anche Achille Lauro ha fatto della trasformazione estetica una componente del proprio linguaggio artistico. Esperienze diverse, unite dalla possibilità di utilizzare il proprio aspetto come parte della musica e della propria espressione personale.
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Smokey eye maschile: il nero non ha genere
Tra i look più riconoscibili c’è lo smokey eye, l’effetto sfumato che rende lo sguardo più intenso. Si può ottenere con una matita nera lungo la rima inferiore delle ciglia e sulla palpebra superiore, sfumando il colore per creare un risultato più morbido oppure più deciso.
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Non è necessario arrivare al trucco teatrale di un concerto metal o all’estetica gotica di un musicista. Il make-up può essere discreto, appena accennato, oppure diventare un elemento centrale del proprio look. Il punto è scegliere come usarlo, senza considerarlo una prerogativa esclusivamente femminile.
Dai palchi ai social: il trucco entra nella vita quotidiana
A contribuire alla diffusione del make-up maschile ci sono anche i social network. Su TikTok e YouTube si moltiplicano i tutorial realizzati da uomini che spiegano come applicare eyeliner, fondotinta, correttore e altri prodotti, mostrando tecniche accessibili anche a chi non ha esperienza.
Il trucco, infatti, non serve necessariamente a trasformare il volto. Un fondotinta può uniformare l’incarnato, un correttore attenuare la visibilità di brufoli, macchie e discromie, mentre un tocco di blush può dare colore al viso. Sono prodotti che possono essere utilizzati per valorizzare i lineamenti e ottenere un aspetto più uniforme, senza creare un effetto evidente.
Esistono anche linee dedicate agli uomini, come Boy de Chanel, che propongono prodotti pensati per chi vuole avvicinarsi al make-up con un approccio essenziale. Ma non occorre acquistare una linea specifica né seguire regole rigide: le tecniche e i cosmetici possono essere scelti liberamente in base alle proprie esigenze.
Una scelta personale, senza etichette
Il make-up maschile non è una moda nata oggi e non definisce l’orientamento sessuale o l’identità di genere di chi lo indossa. La musica lo dimostra da decenni: artisti molto diversi hanno utilizzato il trucco per esprimere creatività, costruire un’immagine o semplicemente sentirsi più vicini a ciò che volevano comunicare.
La differenza rispetto al passato è che oggi non serve essere una rockstar, un performer o salire su un palco per concedersi una matita nera o un po’ di fondotinta. Il trucco può restare un elemento scenico oppure diventare parte della routine quotidiana.
La vera rivoluzione, quindi, non è che gli uomini abbiano cominciato a truccarsi: lo facevano già Bowie, Prince, Renato Zero e molti altri. È che sempre più persone possono farlo senza dover giustificare la propria scelta. E forse, in fondo, la musica aveva già indicato la strada: l’immagine è un linguaggio personale, non una regola da rispettare.
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