Recensione – Master Of The Universe: La Nostalgia Di Plastica
Tra nostalgia plastificata e franchise che si rifiutano di invecchiare, il nuovo film su He-Man arriva finalmente anche nelle sale italiane. Master of the Universe, film prodotto da Amazon MGM Studios e Mattel Studios e diretto da Travis Knight, vede come interpreti principali: Nicholas Galitzine, Camila Mendes, Alison Brie,Jared Leto e Idris Elba.
In uscita nelle sale italiane dal 4 Giugno, distribuito da Eagle Pictures.
Masters Of The Universe: il nuovo trailer rilancia il mito di He-Man

A chi si rivolge Master Of The Universe?
Tutto quello che ho sempre saputo sul franchise di Master of the Universe si ferma a un meme. Una semplice immagine con He-Man, protagonista della saga, con gli occhi socchiusi, mentre accenna un sorriso e di sottofondo l’iconica canzone What’s Up?, di cui tutti ricordano solo il ritornello, forse proprio a causa del meme.
Quando ho saputo che la Mattel era intenzionata a riportare in vita quel mondo fantastico saturo di coloranti, pettorali e plastica, mi sono posto una semplice domanda: chi stava aspettando davvero questo film? I boomer nostalgici o i nuovi ragazzi, secondo loro bisognosi di sempre più dopamina che certo non possono ricevere dall’infinità di input zuccherini di cui sono circondati?
Non sapevo rispondere a questa domanda perché la mia nicchia di conoscenze — aspiranti cineasti presuntuosi, miei coetanei — non solo non aveva alcun interesse per il film, ma, proprio come il sottoscritto, di quel franchise conosce una e una sola cosa: il meme.
He-Man nel 2026: nostalgia o vero ritorno?
Ottima partenza, ho pensato. Hanno tratto film da cose molto meno solide e narrative di un meme. Però la domanda iniziale non mi lasciava pace. Davvero il fan che in passato seguiva con passione quel brand, vedeva tutte le serie, i film, i reboot, possedeva tutte le action figure, può davvero ritrovare nel nuovo film tutto ciò che gli manca? Davvero sta aspettando questa precisa pellicola? O sta semplicemente aspettando di avere di nuovo dieci anni?
Ovviamente non è questo il ragionamento. Per chi non lo sapesse, le dinamiche dietro queste operazioni sono unicamente capitaliste e questo è ovvio. Rimane il fatto che un target preciso per questo film non riuscivo a immaginarlo. Forse perché il pubblico a cui si rivolge non è composto da persone, ma da consumatori di proprietà intellettuali: gente che deve riconoscere un marchio prima ancora di interessarsi a una storia.
Entrato in sala, con mia sorpresa, c’era un clima gioioso. Da quel che percepivo, la gente non vedeva l’ora che iniziasse il film e, quando mi sono girato a osservare le facce, mi sono reso conto, stupito, che oltre a un alone nerd che sembrava stazionare pesante sul soffitto, niente di troppo evidente li accomunava.
Poi il film inizia e la sala si fa muta.

Trama di un epopea autoironica
Il nuovo Adam ci introduce alla stramba e irriverente storia di Eternia, suo mondo natale, e di come, a seguito di una battaglia contro Skeletor e le sue forze malvagie, si sia ritrovato sulla Terra, perdendo peraltro l’unico oggetto che avrebbe potuto riportarlo a casa: la mitica Spada del Potere.
A seguito di questo set-up piuttosto lungo, si capisce subito che il mood della pellicola, con una certa furbizia, è quello di non prendersi sul serio. Ottima giocata, data la forte carenza di nessi logici, personaggi profondi e trasformazioni emotive.
D’altronde, il primo ascoltatore della travagliata epopea di Adam non è un saggio di Eternia né un alleato fidato, ma una ragazza conosciuta su Hinge durante un appuntamento. — non lo posso dire con certezza, ma credo sia la prima volta nella storia del cinema che qualcuno pronuncia la parola “Hinge”, ovviamente senza alcuna rilevanza narrativa e per strizzare l’occhi all’adolescente in calore— Comunque, potete ben immaginare come sia continuato l’appuntamento.
Quando He-Man sceglie di non prendersi sul serio
Quante strizzate d’occhio ai fan, invece. Tra cameo, battute iconiche e tutto un lavoro sul prendere in giro le dinamiche usurate dal genere (creandone però altre immediatamente già logore), il film sembra voler rassicurare continuamente chi conosce già quel mondo. Un po’ come chi racconta sempre le stesse storie alle cene tra amici e, vedendo qualcuno ridere nel punto giusto, si convince che funzionino ancora.
Per il resto la storia è elementare: dopo anni in cui nessuno gli ha creduto, Adam riesce a ritrovare la spada, la usa, torna su Eternia e, senza che nessuno possa immaginarlo, dopo una serie di vittorie e sconfitte riesce a salvare il suo vecchio regno grazie alla forza dell’amicizia, della consapevolezza e dell’amore. Niente più, niente meno.
Effetti speciali? Al limite della sufficienza. Questo viene compensato da sequenze ricche di dinamismo che funzionano bene all’interno del linguaggio scelto. Il regista, Travis Knight, sa sicuramente dove posizionare la macchina da presa e come muoverla nello spazio. Se non altro, il film possiede un’energia che impedisce allo spettatore di annoiarsi completamente.
Ho riso. Meno dei fan e più degli hater. Ma non sono sicuro che basti il non prendersi sul serio per giustificare i difetti. L’autoironia funziona quando serve a smontare i propri limiti, qui spesso sembra il modo più elegante per evitarli.
Master of the Universe: al cinema
Non si può non avvertire la fame insaziabile di sequel, spin-off e nuove espansioni. Non tanto perché questo mondo abbia ancora qualcosa da raccontare, ma perché ogni franchise contemporaneo sembra dover giustificare la propria esistenza promettendo di non finire mai. Alla fine, più che un film, Master of the Universe sembra una proposta contrattuale: se vi è piaciuto, ne arriveranno altri; se non vi è piaciuto, probabilmente ne arriveranno comunque.
E forse è proprio questo il punto che continua a lasciarmi perplesso. Non il film in sé, che svolge il suo compito con una certa onestà, ma l’idea che lo ha generato: la convinzione che da qualche parte esista una nostalgia da soddisfare, un ricordo da monetizzare, un franchise da riesumare. Anche quando nessuno sembrava sentirne davvero la mancanza. O forse sì. Io, semplicemente, non l’ho incontrato.



















