MARIANNE FAITHFULL: BROKEN ENGLISH OLTRE IL MITO

Per la prima serata del Biofilm Festival di Bologna, arrivato alla ventiduesima edizione, sarà proiettato Broken English (titolo tratto dell’omonimo album), il documentario firmato da Jane Pollard e Iain Forsyth dedicato a Marianne Faithfull (LINK); audace ritratto che celebra l’iconica cantautrice e attrice britannica, e presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Il film si distacca dalla riduttiva etichetta di “fidanzata di Mick Jagger”, offrendo uno sguardo intimo sulla carriera dell’artista.

Parlare di Marianne Faithfull significa inevitabilmente fare i conti con una leggenda. Per decenni Faithfull è stata raccontata soprattutto come la musa degli anni Sessanta, la compagna di Mick Jagger, il volto angelico della Swinging London. Eppure la sua storia più interessante comincia proprio quando quell’immagine si sgretola, quando il mito diventa umano con i suoi pregi, ma soprattutto con i suoi difetti.

Il documentario di Pollard e Forsyth sembra muoversi lungo la stessa traiettoria. Più che costruire un ritratto celebrativo, prova a restituire la complessità di una donna che ha attraversato epoche, mode e tragedie personali continuando sempre a reinventarsi senza mai arrendersi. Una figura che sfugge alle definizioni: cantante, attrice, icona culturale, sopravvissuta.

Broken English album e documentario di Marianne Faithfull

È il 1979 quando pubblica Broken English, l’album che non solo la riporta sulle scene dopo anni di dipendenze, marginalità e autodistruzione a seguito della fine della relazione con Jagger; ma che ridefinisce completamente la sua identità artistica. La ragazza dalla voce limpida degli esordi non esiste più, al suo posto c’è una donna che porta nel timbro ogni ferita attraversata. La voce è roca, consumata, a tratti quasi minacciosa.

Il disco cattura perfettamente il passaggio tra gli anni Settanta e Ottanta, tra il punk che ha demolito le certezze del rock classico e la new wave che sta ridisegnando il paesaggio sonoro europeo. Ma la sua forza non è soltanto musicale. È emotiva, politica, esistenziale. Non è un album che cerca di piacere, è un lavoro che espone le cicatrici senza alcuna intenzione di nasconderle con una sincerità quasi brutale.

In The Ballad of Lucy Jordan, probabilmente uno dei momenti più intensi della carriera di Faithfull, la disperazione quotidiana di una donna qualunque diventa una tragedia universale. E poi c’è Why D’Ya Do It? esplosione di rabbia e linguaggio animalesco che ancora oggi conserva una potenza scandalosa.

Quello che rende Broken English un album indimenticabile è proprio la sua sincerità. Non cerca redenzione Marianne Faithfull ma canta il fallimento, la disillusione, il desiderio, la vulnerabilità, le cadute, le cicatrici e soprattutto la rabbia senza filtri. La sua storia racconta non la mitologia del successo, ma la dignità della resistenza.

Marianne Faithfull

Nata a Londra nel 1946, diventa famosa a soli diciassette anni con As Tears Go By, brano scritto da Mick Jagger e Keith Richards che la trasforma in una delle icone della Swinging London. Ma la sua vita prende presto una piega molto più complessa. Negli anni Sessanta il suo nome finisce spesso sulle copertine dei giornali per la relazione con Mick Jagger e per la vicinanza all’universo dei Rolling Stones, ma dietro l’immagine glamour si consumano crisi personali, dipendenze e anni difficili che la porteranno a perdere quasi tutto.

È proprio da quella caduta che nasce la sua seconda vita artistica. Negli anni Settanta Marianne Faithfull riemerge come interprete completamente diversa: più consapevole, più autentica. La sua voce, segnata dall’esperienza e dagli eccessi, diventa il suo tratto distintivo. Attrice di teatro e cinema, cantante capace di attraversare rock, new wave, jazz e canzone d’autore.

Accanto alla musica, Marianne Faithfull ha costruito nel corso dei decenni una significativa carriera come attrice. Fin dagli anni Sessanta si avvicinò al cinema e al teatro. Tra le sue interpretazioni più note figura quella in The Girl on a Motorcycle (1968), film diventato cult in cui recita accanto ad Alain Delon. Negli anni successivi ha lavorato con registi molto diversi tra loro, alternando produzioni indipendenti, cinema d’autore e teatro.

La sua figura, segnata da un’eleganza inquieta e da una naturale intensità drammatica, l’ha resa particolarmente adatta a personaggi complessi e anticonvenzionali. Tra le apparizioni più apprezzate si ricordano quelle in Marie Antoinette di Sofia Coppola, dove interpreta l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, e in Irina Palm, che conferma la sua capacità di muoversi con disinvoltura tra musica, cinema e arti performative.

Faithfull e l’Italia

Il legame tra Marianne Faithfull e l’Italia è più profondo di quanto si possa pensare. Nel 1967, partecipò al Festival di Sanremo con il brano C’è chi spera, interpretato in coppia con Riki Maiocchi. Era un’edizione destinata a entrare nella storia della musica italiana, segnata dalla tragica morte di Luigi Tenco. Faithfull, appena ventenne, salì sul palco dell’Ariston nel pieno della sua popolarità, portando al pubblico italiano il fascino e la modernità della nuova scena musicale britannica.

La proiezione del documentario di Marianne Faithfull al Biofilm Festival di Bologna, non è soltanto un omaggio a una grande artista ma è l’occasione per tornare a incontrare una delle voci più autentiche del Novecento musicale. Perché Broken English non è soltanto il titolo di un album o di un film; è il linguaggio imperfetto con cui Marianne Faithfull ha trasformato una vita vissuta all’estremo in qualcosa che continua a risuonare, decenni dopo, con una ostinata intensità.

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