Intervista ai Son Mieux sul nuovo album “24 Hours”: un viaggio tra alba e tramonto
C’è qualcosa di intrinsecamente cinematografico nei Son Mieux. La band olandese, partita dalle coste di Scheveningen, è riuscita a trasformare il pop in un’esperienza orchestrale, vibrante e profondamente umana. Con il loro nuovo progetto, “24 Hours”, ci invitano a compiere un viaggio attraverso le fasi di una giornata ideale, dove ogni traccia funge da colonna sonora per un’emozione diversa.
Ma dietro i glitter, i sintetizzatori vintage e l’energia travolgente dei live, si nasconde un percorso di maturazione segnato da sfide personali e una nuova consapevolezza. Abbiamo incontrato la band per farci raccontare la genesi di questo disco “circolare”, l’importanza dell’imperfezione analogica e come il ritorno sulle scene, dopo un periodo di pausa necessario, abbia ridefinito il loro legame con il pubblico e con se stessi.

Il vostro nuovo album segue il ciclo di una giornata, dall’alba al tramonto. C’è un momento specifico del giorno in cui sentite che la musica dei Son Mieux si esprime al meglio?
Credo che dipenda dalla persona che ascolta e da dove si trova nella sua giornata, o persino nella sua vita. È un po’ questo il significato di “24 Hours”: si basa su esperienze universali che cambiano a seconda del tuo stato d’animo. Per alcuni potrebbe risuonare di più la notte, quando le cose sembrano più filtrate e caotiche. Per altri potrebbe essere la mattina, quando c’è quel senso di ricominciare da capo o di riprovarci. E a volte entrambe le cose accadono nello stesso giorno.
Quindi non credo ci sia un unico momento “migliore”. Cambia con l’ascoltatore. L’album attraversa un’intera giornata, ma ognuno vive quel ciclo in modo diverso, ed è questo che lo rende personale.
Per noi come band, in questo momento, sceglierei l’alba. Amiamo uscire insieme e celebrare i misteri della notte, ma il filo conduttore che torna sempre nella nostra musica è la speranza. E quale modo migliore di esprimere la speranza se non attraverso il sole che sorge?
In Dark Before The Dawn c’è un duetto tra Camiel e Maud. Com’è nata l’esigenza di far dialogare le vostre voci in questo modo?
Inizialmente Dark Before The Dawn era stata scritta come un monologo, ma le parole hanno assunto un significato diverso una volta diventata un duetto. L’idea è nata in studio. Stavamo registrando le voci e a un certo punto ricordo di aver pensato: “Maud non dovrebbe cantare su questa?”. Coinvolgere Maud come voce solista ha aperto un nuovo dialogo nel brano. Non era più una sola prospettiva, ma due voci che interagivano. Quel cambiamento ha dato alla canzone una profondità diversa e l’ha resa più onesta rispetto al suo vero significato.

Sappiamo che avete usato molti sintetizzatori vintage e registrazioni su nastro. Perché per voi è così importante mantenere questo calore “imperfetto” in un’era dominata dal digitale?
La maggior parte delle canzoni è stata registrata alla vecchia maniera, con tutti gli strumenti suonati contemporaneamente invece di essere costruiti attraverso sovraincisioni (overdubs). Questo approccio era fondamentale per noi, perché volevamo catturare nell’album la stessa energia dei nostri live. A volte sovraincidere può creare una pressione diversa sui singoli musicisti: c’è una bella differenza tra registrare la tua parte da solo mentre altre sei persone ti guardano, e suonare insieme come band nello stesso istante.
Il brano Have A Little Faith ne è un ottimo esempio: quello che sentite è essenzialmente la prima ripresa (first take). Ne abbiamo provate altre dopo, ma non siamo mai riusciti a eguagliare la magia di quella prima volta. In più, lavorare con strumentazione vintage è divertente. Dona una qualità “imperfetta” al suono, e quell’imperfezione aggiunge realismo alla traccia, impedendole di diventare troppo sterile o eccessivamente patinata.
Camiel, hai parlato apertamente del tuo burnout nel 2025. In che modo questa esperienza ha cambiato il significato delle canzoni che avevi già scritto per l’album?
Ha decisamente influenzato il modo in cui guardavo ad alcuni brani già pronti. C’è stato un momento in cui ho capito che, quando pensi di scrivere del mondo intorno a te, in realtà stai scrivendo di te stesso. Il burnout ha reso impossibile ignorarlo e ha dato all’album un secondo livello di lettura. Allo stesso tempo, ho sempre pensato che i Son Mieux racchiudessero principalmente la speranza, e credevo fosse vero anche per 24 Hours. Ma durante le registrazioni, e attraverso quel periodo difficile, ho capito che l’album parla altrettanto di accettazione. È buffo come le canzoni che scrivi a volte riescano a dirti qualcosa su di te prima ancora che tu te ne renda pienamente conto.

Dopo esservi fermati per ricaricare le batterie, che sensazione si prova a tornare davanti a migliaia di persone? Il vostro legame con il pubblico è cambiato?
Sì, decisamente. Prima c’erano momenti in cui salivo sul palco quasi con il pilota automatico, scollegato da ciò che accadeva. Tornare dopo essersi presi una pausa ha reso quella connessione molto più intenzionale. Ero sinceramente nervoso all’idea di come i fan avrebbero reagito quando ho posticipato il tour lo scorso autunno, ma vederli di nuovo tra la folla ha significato molto; mi ha fatto sentire il loro supporto in modo reale. È anche interessante vedere come il pubblico risponde alla nuova musica. Noi, come band, abbiamo già un legame forte con le canzoni nate in studio, ma è qualcosa di completamente diverso vedere le persone reagire a qualcosa che hai tenuto così vicino al cuore per così tanto tempo.
Siete una band numerosa, quasi una piccola orchestra. Come riuscite a bilanciare le personalità di sette musicisti diversi durante il processo creativo?
Bella domanda. Siamo davvero in tanti e ognuno ha le proprie opinioni. Ne abbiamo parlato molto negli ultimi due anni, perché a volte questo può rallentare il processo creativo. Per questo abbiamo iniziato a separare un po’ le cose. Facciamo degli incontri specifici per confrontarci: come sta andando il lavoro in studio, quali sono le nostre insicurezze, come si sente ognuno di noi. Questo crea più spazio quando poi ci troviamo effettivamente a creare insieme. Abbiamo anche stabilito una certa struttura, non per limitare qualcuno, ma per assicurarci di non finire a fare troppi compromessi. Allo stesso tempo, ognuno porta qualcosa di diverso, e l’obiettivo non è appiattire queste differenze, ma lasciarle esistere. Il processo per 24 Hours è nato proprio nella sala prove: suonando insieme e reagendo in tempo reale. Questo crea naturalmente un equilibrio.

I vostri costumi sono iconici. Quanto c’è di teatrale e quanto di quotidiano nel vostro look?
Grazie! Un tempo c’era una differenza maggiore tra gli abiti di scena e quelli di tutti i giorni, ma oggi le due cose si sono avvicinate molto. Sul palco tutto è leggermente amplificato. È come una versione elevata di te stesso, dove il movimento e l’espressione sono più visibili. Oggigiorno indossiamo molti dei nostri capi di scena anche nella vita quotidiana. Credo dipenda dal fatto che siamo in una fase creativa diversa: non si tratta più solo di glitter o spettacolo, ma di qualcosa di più vicino a chi siamo nel profondo. Quindi il confine tra “on stage” e “off stage” è meno netto. Sembra tutto più connesso, naturale, come un’unica espressione continua invece di due mondi separati.
Vi sentite più voi stessi quando siete coperti di glitter sul palco o quando siete in studio?
Preferibilmente vorremmo essere sempre coperti di glitter! No, scherzi a parte, penso che una cosa non escluda l’altra. Stare sul palco è diventata una seconda natura per noi. È un modo di mostrare la propria identità da una distanza maggiore; lì tutto diventa più grande e si tratta di condividere quell’identità verso l’esterno. In studio è diverso. È lì che spogli tutto, dove l’identità viene plasmata e formata. Ma non direi che una situazione sia più reale dell’altra. Sono solo due lati dello stesso processo: la ricerca in studio e la condivisione sul palco.
Siete partiti da una piccola città di mare, Scheveningen. Avreste mai immaginato di diventare il volto del nuovo pop europeo?
Adoro l’idea di parlare di Scheveningen in un’intervista italiana! Sembra già un crossover surreale. Credo di aver sognato momenti come questo da quando avevo circa 11 anni, è sempre stata l’unica cosa che volevo davvero fare. Ma ovviamente, quando inizi, non immagini una scala del genere. Sei solo concentrato a fare musica e a cercare di connetterti con le persone. Quindi, trovarmi ora a viaggiare per l’Europa con i miei migliori amici, suonando e condividendo la nostra musica in posti diversi, è incredibile. Va ben oltre qualsiasi cosa avessi potuto immaginare da bambino.

Il vostro suono limpido e orchestrale sembra avere un DNA molto vicino alla tradizione pop italiana degli anni ’70. C’è qualche artista italiano che vi ispira o con cui vi piacerebbe collaborare?
Ottimo orecchio! Mi piace molto questo paragone. Siamo sempre stati ispirati dalla musica che suona cinematografica ed emotiva in modo diretto. Non c’è un singolo artista italiano specifico che ci ispira, ma quella tradizione di pop ricco ed espressivo risuona decisamente con noi. Una collaborazione in quello stile sarebbe divertentissima! Tu chi ci consiglieresti?
A dieci anni dall’inizio del progetto, cosa significa per voi “fare del proprio meglio” oggi? La definizione è cambiata rispetto all’inizio?
Direi che il nucleo è lo stesso, è quasi come un mantra che cerchiamo di onorare. Negli anni si è espresso in modi diversi. Impari di più su te stesso, su come ti relazioni con gli altri e come ti esprimi. Ma alla fine si torna sempre lì: cercare di essere la versione migliore di se stessi in quel preciso momento.
Verso un nuovo giorno
L’intervista con i Son Mieux ci restituisce l’immagine di una band che non ha paura di mostrare le proprie crepe, trasformandole in punti di luce attraverso una produzione sonora calda e senza tempo. In un’industria musicale che corre verso la perfezione digitale, il loro ritorno alle “prime riprese” e al calore del nastro magnetico è un atto di resistenza poetica.
“24 Hours” non è solo un album sul passare del tempo, ma un invito a restare presenti a se stessi, ad accettare il buio prima dell’alba e a celebrare, ogni volta che è possibile, la speranza che sorge. Se il pop europeo ha oggi un volto così umano e orchestrale, è anche grazie alla sincerità di questi sette musicisti che, tra un riflesso di paillettes e una nota di sintetizzatore, continuano a chiederci — e a chiedersi — cosa significhi, davvero, fare del proprio meglio.



















