Venezia 83: tre film, tre durate e una barzelletta macabra — FOGLIETTI LAGUNARI N.5
Venezia 83. Lunedì 7 settembre. Ore 23:55.
Ci sono giornate alla Mostra del cinema di Venezia 83 in cui il programma sembra essere stato costruito apposta per mettere alla prova la tua resistenza fisica. Questa è una di quelle.
Il primo appuntamento è nel primo pomeriggio con Possible Love, il nuovo film di Lee Chang-Dong. Quasi tre ore.
Venezia 83: Il graziato mattone
Il film mette al centro il lavoro precario e l’incontro tra due famiglie profondamente diverse. Da una parte una famiglia benestante, dall’altra una realtà molto più fragile, fatta di precarietà, difficoltà economiche e persone che sembrano vivere in un mondo completamente diverso. Le loro strade si incrociano quando la famiglia più ricca decide di realizzare un documentario proprio sull’altra.

Ed è qui che Lee Chang-dong costruisce il suo film: osservando cosa succede quando persone che appartengono a mondi sociali opposti si trovano costrette a guardarsi da vicino.
Il lavoro, naturalmente, è uno dei grandi strumenti attraverso cui il film racconta questa distanza. Ma più va avanti, più Possible Love sembra interessarsi alle persone che stanno sotto quelle condizioni sociali, alle loro debolezze, alle umiliazioni, alle cose che cercano di nascondere.
Poche volte ho visto raccontare la fragilità di un uomo in maniera così esposta. Senza bisogno di renderlo necessariamente simpatico, né di trasformarlo in una vittima perfetta. È fragile e basta. Ed è forse proprio questa la cosa che mi è rimasta più impressa.
Quando esco dalla sala ho la sensazione di aver vissuto un piccolo pezzo di vita insieme ai personaggi. E anche di aver perso un pomeriggio. Ma alla Mostra il tempo è una cosa strana: non sai mai se ne hai speso troppo o troppo poco.
Venezia 83: L’intervallo secondo Romero
Prima di pensare al film successivo, però, c’è una questione molto più urgente: i bagni della PalaBiennale.
Quattro.
Quattro bagni per una sala che può accogliere quasi 1.200 persone.
Il risultato, alla fine di un film di quasi tre ore, è abbastanza prevedibile: sembriamo zombie usciti da un film di Romero, tutti alla ricerca della prima porta disponibile.

C’è chi, ormai esperto di sopravvivenza festivaliera, si alza prima della fine del film. Mancano ancora dieci, quindici minuti, ma non importa: bisogna arrivare prima degli altri. La trama può aspettare, la vescica evidentemente no.
Poi ci sono quelli che resistono. Quelli che si fanno tre quarti d’ora di film con la consapevolezza che, una volta usciti dalla sala, dovranno probabilmente sacrificare la proiezione successiva.
È una scelta esistenziale: il cinema o il bagno.
Io, per il momento, sopravvivo. E posso andare in Sala Corinto per la prima volta.
Venezia 83: Revolver e La Sala Corinto.
È la prima volta che ci entro. Sembra la sorella piccola della PalaBiennale.

E qui il programma ci offre una specie di scherzo involontario: dopo il film più lungo visto finora, arriva il film più corto. Un cortometraggio: Revolver.
La differenza di durata è talmente evidente che per qualche minuto mi sembra quasi che la Mostra abbia deciso di farmi recuperare le ore precedenti.
Il corto ci porta dentro un club, nel mondo queer napoletano, e gioca molto sull’atmosfera, sugli spazi e sui corpi che li abitano. È ben girato, ha una certa energia visiva e riesce a costruire un mondo abbastanza preciso in pochissimo tempo. Forse funziona meno nella scrittura, dove alcune intuizioni sembrano più interessanti della loro effettiva realizzazione.

Ma, dopo tre ore di Lee Chang-dong, non mi lamento. Anzi. È quasi una pausa respiratoria. Un film che finisce prima ancora che io riesca a chiedermi quanto manca.
E arriviamo così all’ultimo appuntamento della giornata: la proiezione delle dieci.
L’estranea, l’ultimo film di Paolo Strippoli.
E qui cambiamo completamente registro.
Con Strippoli la macchina da presa sembra avere continuamente voglia di fare qualcosa: muoversi, avvicinarsi, deformare, cambiare prospettiva. È un cinema che non sta fermo praticamente mai. E funziona, almeno visivamente.

Anche le interpretazioni sono ottime e, per buona parte del film, sembra esserci una direzione abbastanza precisa.
Poi però arriva la fine. E io rimango lì a chiedermi cosa sia appena successo. Perché L’estranea a un certo punto sembra trasformarsi in una specie di barzelletta macabra. Una di quelle che ti raccontano con una faccia serissima e che, quando arrivano alla fine, ti fanno pensare:
Ah. Era tutto qui?
La cosa divertente è che non sono nemmeno sicuro che sia un difetto. Forse Strippoli voleva davvero arrivare proprio lì. Forse l’assurdità, il grottesco e quella sensazione di non-senso fanno parte del gioco. Oppure semplicemente il film, arrivato alla fine, perde per strada qualcosa di quello che aveva costruito.
Non saprei ancora dirlo. E forse è anche questo il bello della Mostra: uscire da un film senza sapere se hai appena visto qualcosa di geniale o una barzelletta raccontata con un cadavere sul pavimento.
Per oggi mi accontento della seconda ipotesi. Domani magari cambio idea.
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