Recensione – Whistle: il richiamo della morte – Morire non è una scelta
Tra Final Destination e It Follows, il nuovo slasher dal regista di The Nun. Dal 19 febbraio, al cinema, il nuovo film horror diretto da Corin Hardy (The Hallow, 2015 – The Nun, 2018) Whistle: il richiamo della morte, presentato al Fantastic Fest di Austin. Prodotto da No Trace Camping, Wild Atlantic Pictures e Little Gang, adattamento dell’omonimo racconto del co-sceneggiatore Owen Egerton.
Distribuito in Italia da Midnight Factory.

La trama di Whistle: il richiamo della morte – La morte è dietro l’angolo
La diciassettenne Chrys Willet (Dafne Keen) si trasferisce a casa del cugino Rel (Sky Yang) dopo aver subito un grave lutto familiare. Già afflitta da gravi problemi di umore, dovrà integrarsi in una nuova scuola. Dovrà affrontare tutto ciò che ogni nuovo arrivato subisce quotidianamente. Finché uno strano utensile trovato nel suo armadietto non scombinerà tutte le carte in tavola.
Dopo averlo scrutato con cura, il professor Craven (Nick Frost), non ha dubbi: è un antico fischio della morte Azteco, le cui leggende dicono possa resuscitare i morti.
Con la scusa che il fischietto è stato trovato in un ambiente scolastico, Craven lo tiene con sé e prova a venderlo online per una grossa cifra. Con un istinto innato, dopo aver concluso l’affare, soffia nel fischietto, ignaro di andare incontro a morte certa: chiunque ne ascolti il suono è destinato a morire.
Il fischietto però, non resuscita i morti come si crede inizialmente ma materializza il corpo del maledetto nel momento in cui morirà. Accorciando la distanza tra la vita e la morte, il te-morto comincia a fiutarti e a darti la caccia.
Senza conoscere le cause della morte del professore, Rel ruba l’artefatto. Lo porta con sé a una festa a cui partecipa anche Chrys e scatena l’irreparabile. I cinque amici protagonisti — Chrys, Rel, Ellie (Sophie Nélisse), Dean (Jhaleil Swaby) e Grace (Ali Skovbye) — ascoltano il fischio della morte.
Uno dopo l’altro dovranno affrontare il loro riflesso ormai trapassato mentre tenteranno di trovare una soluzione alla morte, quasi sempre atroce, che li aspetta.
L’horror adolescenziale prigioniero di formule già note
La più classica delle strutture non permette di empatizzare troppo con i personaggi, già a causa delle regole interne del genere, esageratamente stereotipati.
Dafne Keen, bravissima da giovanissima in Logan, incarna la protagonista di uno slasher visto e rivisto. La vera forza del film sono le morti dei vari personaggi, spettacolari e sanguinolente. Divertono quasi sempre, soprattutto quando gli effetti pratici sono ben realizzati.
Corin Hardy ci immerge in una storia che già in partenza non si prende sul serio: il fischietto che uccide fa già ridere di per sé. Il problema nasce quando a questo linguaggio horror-comico si alternano momenti molto lenti. Oppure riflessioni sulla vita (e sulla morte), rapide e vuote, che servono per lo più a dare un senso alla trama. O ancora, scene di un grottesco barbino e accademico.
Tra buchi di trama e incongruenze varie, la pellicola va guardata con il solo intento di divertirsi e intrattenersi per un’ora e quaranta, meglio in compagnia, ancora meglio in una sala piena.
Alcuni jumpscare gratuiti e le scenografiche uccisioni strapperanno sicuramente un sorriso allo spettatore amante degli slasher che gode mentre uno ad uno cadono i protagonisti.
La regia si permette alcuni virtuosismi mai troppo invadenti che risollevano il morale dopo alcune scene più banali, mentre la presenza di Nick Frost (che avrà uno screen time di 15 minuti circa) è una mera mossa di marketing, in questo caso però apprezzata.
Whistle: il richiamo della morte – Conclusioni
Non è un capolavoro ed è probabilmente destinato a essere dimenticato nella marea di slasher horror copia ed incolla che riempiono i cinema contemporanei. È però un ottimo film da vedere in compagnia di amici, in quelle serate in cui si è, per qualche strano motivo, più attratti del solito dal sovrannaturale. Senza troppo impegno.
Al cinema dal 19 Febbraio.
Mattia Pellegrino
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