L’Arte del Benshi alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone: una pagina di Follia Evento speciale il 7 ottobre

L’Arte del Benshi alle giornate del Cinema Muto di Pordenone (LINK): una pagina di Follia Evento speciale il 7 ottobre

In una notte buia e tempestosa una ballerina danza in un ospedale psichiatrico. Il marito per starle vicino lavora come inserviente nello stesso ospedale. Si sente in colpa per averla abbandonata tempo prima quando faceva il marinaio…

L'arte del Benshi
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Kurutta Ippēji [Una pagina di follia] (Teinosuke Kinugasa, JP, 1926)
Credit: National Film Archive of Japan, Tokyo

È questo l’incipit del film Kurutta Ippēji (Una pagina di follia)  in programma mercoledì 7 ottobre alle ore 21 al Teatro Verdi di Pordenone, evento speciale delle Giornate del Cinema Muto, certamente uno dei più significativi dell’edizione di quest’anno e non solo, parte del programma dedicato all’arte del benshi, il narratore che prestava la voce ai singoli personaggi dei film muti giapponesi, ne descrive e commenta l’azione, intrecciando una relazione con il pubblico talmente importante da influenzare il ritmo e talvolta la stessa drammaturgia.

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Un’opera straordinaria capace di essere sperimentale e narrativa

L'Arte del Benshi
KURUTTA_IPPEJI
Kurutta Ippēji [Una pagina di follia] (Teinosuke Kinugasa, JP, 1926)
Masao Inoue
Credit: National Film Archive of Japan, Tokyo

Kurutta Ippēji di Teinosuke Kinugasa è un’opera straordinaria capace di essere sperimentale e narrativa, di tenere insieme la tradizione giapponese, il modernismo letterario e il grande cinema europeo. Un capolavoro con un’aura di leggenda perché per quasi mezzo secolo fu considerato perduto, distrutto nell’incendio di uno studio. Nel 1971 fu lo stesso regista a trovare una copia nella sua vecchia casa che però non restituiva completamente l’opera originale.

Il nuovo restauro digitale realizzato dal National Film Archive of Japan

Il nuovo restauro digitale realizzato dal National Film Archive of Japan su commissione di Yanai Initiative – progetto che coinvolge UCLA e Waseda University ed è sostenuto dal filantropo Tadashi Yanai – restituisce l’originaria imbibizione blu dell’edizione del 1926 e arriva ora al pubblico del festival, dove il film sarà accompagnato dal benshi Ichiro Kataoka, tra i più ammirati e stimati di oggi, e dai musicisti Makia Matsumura (piano), Kisayo Katada (percussioni) e Nobuakira Kiyomoto (shamisen). Kurutta Ippēji è la massima espressione in campo cinematografico dello “Shinkankakuha” (Scuola della nuova percezione), un movimento artistico aperto alle avanguardie. Stilisticamente il film è caratterizzato da un montaggio rapidissimo, sovrimpressioni, doppie esposizioni, inquadrature oblique, immagini deformate, variazioni di fuoco e alla sua realizzazione contribuirono materialmente attori scrittori e tecnici.

Cast e troupe costruirono e dipinsero insieme le scenografie

Veduta in bianco e nero di una strada di Praga con edifici storici, una torre dell'orologio e sagome di passanti
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Praha, město sta věží [Praga, la città delle cento torri] (Jaroslav Hesoun, CZ, 1928)
Credit: Národní filmový archiv, Prague

Cast e troupe costruirono e dipinsero insieme le scenografie, si alternarono nello spingere il carrello della macchina da presa e lavorarono senza una rigida divisione dei ruoli. La sceneggiatura è firmata da Yasunari Kawabata, che nel 1968, primo giapponese, vincerà il Nobel per la letteratura, e come assistente al direttore della fotografia troviamo un giovanissimo Eiji Tsuburaya, genio degli effetti speciali e inventore di Godzilla. È interessante anche la figura del regista Kinugasa. La sua carriera era iniziata all’insegna della tradizione come attore in ruoli femminili. Quando, come regista, passa alla sperimentazione si limiterà a due soli titoli: oltre a Kurutta Ippēji, Jujiro (Incroci), di due anni successivo, che fu per decenni il film muto giapponese più conosciuto in Occidente. Dopo questa parentesi, Kinugasa tornò al cinema narrativo e a un genere più commerciale; nel 1953 con La porta dell’inferno vincerà il Gran Premio al festival di Cannes e l’Oscar per il miglior film straniero.

Il 7 ottobre anche un programma sull’avanguardia ceca

Insegne luminose notturne con scritte in stile avanguardia ceca, tra cui si leggono Kavarna e Ambas, alle Giornate del
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Praha v záři světel [Praga nello sfavillio delle luci] (Svatopluk Innemann, CZ, 1928)
Credit: Národní filmový archiv, Prague

Nella giornata di mercoledì 7 ottobre, a partire dalle 16.45, anche un interessante programma sull’avanguardia ceca. Quando nacque nel 1918, alla dissoluzione dell’impero austro-ungarico, la Cecoslovacchia era uno dei paesi più avanzati dell’Europa Centrale, in termini di sviluppo industriale ma anche come apertura ai fermenti culturali e alle novità che arrivavano dall’Occidente. In questo contesto l’intreccio tra le avanguardie artistiche nella fotografia, nel cinema, nel teatro e nella pubblicità fu particolarmente fecondo, a partire dal 1929 con l’esposizione di Stoccarda Film und Foto che impressionò e ispirò fortemente Alexander Hackenschmied, pioniere del cinema e della fotografia ceca. Prima di emigrare negli Stati Uniti nel 1938, dove continuò un’intensa attività documentaristica che gli valse anche un Oscar nel 1965, Hackenschmied lavorò molto nel campo pubblicitario, e applicò una perfetta tecnica cinematografica alla realizzazione di spot.

Jaroslav Hesoun, architetto, designer, scenografo teatrale, tipografo e artista grafico

Il movimento di registi e artisti cecoslovacchi attivi tra la fine degli anni Venti e i Trenta del secolo scorso, era interessato a illustrare tutti gli aspetti della modernizzazione in atto, come l’architettura, nel film Praga la città delle cento torri, di Jaroslav Hesoun, architetto, designer, scenografo teatrale, tipografo e artista grafico; o come la modernizzazione nell’elettrificazione della città nel film, anch’esso nel programma della giornata, Praga nello sfavillio delle luci, del 1928, di Svatopluk Innemann. Direttore della fotografia era Václav Vích, che lavorò pochi anni dopo con Gustav Machaty in Erotikon e che divenne molto apprezzato anche in molti paesi europei e soprattutto in Italia, dove nel 1947 vinse un Nastro d’argento per la miglior fotografia per Daniele Cortis di Mario Soldati.

La Jonathan Dennis Memorial Lecture

Fotogramma in bianco e nero di una pellicola cinematografica che ritrae una coppia che si bacia, una pagina di follia
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Something Good—Negro Kiss (William Selig, US, 1898)
Saint Suttle, Gertie Brown
Credit: Library of Congress, Culpeper, VA

Si segnala, alle 18.15, la Jonathan Dennis Memorial Lecture – l’annuale conferenza in ricordo del fondatore del New Zealand Film Archive – di Allyson Nadia Field, docente di Cinema e Media all’Università di Chicago dove dirige il Film Studies Center. Nel suo intervento “Rediscovering Black Film, Rewriting Film History” (Riscoprire il cinema afroamericano, riscrivere la storia del cinema) la studiosa parlerà di riscoperta del cinema afroamericano, presente fin dalle origini della settima arte, e della conseguente necessità di ripensare la storia del cinema americano, a partire dalla riscoperta di Something Good – Negro Kiss (1898), il primo film conosciuto con un bacio appassionato fra due attori afroamericani, diventato virale sui social.

Le Giornate del Cinema Muto

Le Giornate del Cinema Muto sono realizzate grazie al sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, del Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, del Comune di Pordenone, della Camera di Commercio Pordenone-Udine, della Fondazione Friuli e con la partecipazione di BCC Pordenonese e Monsile.

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