Le città di pianura: perdersi davvero, senza più nemmeno fingere una direzione
Non succede niente, in Le città di pianura. Ed è esattamente questo il punto. Francesco Sossai costruisce un film che rifiuta qualsiasi idea di sviluppo, di svolta, di direzione. Non c’è un evento da aspettare, non c’è una trasformazione da inseguire. C’è una notte che si allunga, si sporca, si ripete.

E dentro questa notte ci sono uomini che non stanno cercando qualcosa: stanno evitando di fermarsi abbastanza a lungo da capire che non c’è più niente da cercare. Mentre guardavo il film, ho avuto la sensazione precisa di essere dentro un tempo sospeso, senza scadenze, senza conseguenze. Un tempo che non porta da nessuna parte, ma che proprio per questo diventa stranamente definitivo. E forse è qui che il film colpisce davvero: non nel raccontare una storia, ma nel toglierti l’illusione che ce ne sia una.
Trama – L’ossessione dell’ultimo bicchiere
Carlo Bianchi e Doriano detto Dori passano la notte inseguendo qualcosa di preciso: l’ultimo bicchiere. Non il primo, non quello che dà il via alla serata. Quello che dovrebbe chiuderla. Solo che non arriva mai.
Li vediamo spostarsi da un bar all’altro, attraversare strade di provincia, fermarsi in locali semivuoti dove la luce al neon appiattisce tutto, anche i volti. Entrano, ordinano, parlano, escono. E ricominciano. Non c’è escalation. Non c’è degenerazione spettacolare. C’è ripetizione. Ed è proprio questa ripetizione a raccontare tutto.
Quando incontrano Giulio, uno studente di architettura che sta tornando a casa, il film inserisce un elemento nuovo, ma senza trasformarlo in svolta narrativa. Giulio sale in macchina quasi per caso, e da quel momento diventa testimone di qualcosa che non riesce a decifrare. Non viene coinvolto subito. All’inizio osserva. Poi resta.
Le scene – Bar, strade, soste: un’Italia che non si trasforma mai
Il film è fatto di luoghi precisi, riconoscibili, ma mai valorizzati in senso estetico. Bar con televisori accesi senza volume. Distributori di benzina illuminati nel nulla. Strade provinciali che sembrano tutte uguali, percorse senza urgenza.
C’è una scena, in particolare, in cui i tre restano seduti fuori da un locale ormai chiuso, con le sedie accatastate e le luci spente. Parlano, o meglio, stanno insieme mentre le parole scorrono senza arrivare a nulla. E lì il film si espone completamente. Non succede niente. Eppure è esattamente lì che succede tutto.
Carlo Bianchi e Doriano – Due uomini che hanno già capito troppo
Non sono macchiette, e il film è molto attento a non renderli tali. Carlobianchi è quello più espansivo, quello che riempie i silenzi, che sembra ancora cercare una forma di socialità. Doriano, invece, è più chiuso, più opaco, quasi impermeabile.
Ma entrambi condividono la stessa consapevolezza: non c’è più niente da aspettare. Non lo dicono mai esplicitamente. Non fanno discorsi sulla vita, sul fallimento, sul tempo che passa. Lo incarnano. Nel modo in cui si siedono, nel modo in cui bevono, nel modo in cui decidono di rimettersi in macchina invece di fermarsi davvero.

Giulio – Guardare, capire, cambiare posizione
Giulio è l’unico personaggio che arriva con un’idea di futuro. Studia architettura, quindi progetta, immagina, costruisce. È abituato a pensare che ogni spazio abbia una funzione, ogni percorso una logica. E invece si ritrova dentro un mondo che rifiuta tutto questo. All’inizio li osserva con una certa distanza, quasi con curiosità antropologica. Poi qualcosa si incrina.
Non c’è una scena precisa in cui cambia. È un processo. Ma si vede.
Nel modo in cui smette di fare domande, in cui resta in silenzio e nel modo in cui non scende più dalla macchina. Non diventa come loro. Ma perde qualcosa.
La regia – Seguire invece di dirigere
Francesco Sossai non costruisce il film, lo accompagna. La macchina da presa è discreta, spesso laterale, quasi invisibile. Non cerca mai di rendere le scene più “cinematografiche” di quanto siano.
E questa scelta è fondamentale. Perché evita qualsiasi romanticizzazione. Non c’è bellezza estetica nel degrado, non c’è poesia forzata nella marginalità. C’è osservazione. Il ritmo è volutamente irregolare. Alcune scene si dilatano, altre si interrompono bruscamente. Non c’è armonia, e non deve esserci.

Il tema – Quando il senso smette di essere necessario
A un certo punto ho smesso di cercare un messaggio. Perché il film non ne offre uno. Non c’è morale sull’alcol, non c’è discorso sulla provincia, non c’è una riflessione esplicita sulla generazione perduta. Eppure tutto questo è presente. Ma in forma laterale, mai dichiarata. Quello che resta è una sensazione più radicale: che il senso non sia qualcosa da trovare, ma qualcosa che a volte semplicemente non c’è. E loro lo sanno.
Il limite – Il rischio reale della ripetizione
Questo tipo di cinema cammina su una linea sottilissima. La ripetizione è il suo linguaggio, ma è anche il suo pericolo. In alcuni momenti ho avuto la sensazione che il film insistesse troppo sugli stessi meccanismi: ingresso, bevuta, uscita, spostamento. E lì il rischio è quello di perdere tensione, di appiattire l’esperienza.
Ma è anche vero che rompere questa ripetizione avrebbe tradito il senso stesso del film. Ed è un equilibrio difficile, che non sempre regge, ma che resta coerente.
Non c’è arrivo, e va bene così
Le città di pianura non costruisce una storia da seguire. Costruisce una condizione da abitare. Non ti chiede di capire, né di empatizzare nel modo più immediato. Ti chiede di restare.
Il mio pronostico non è sulla sua vittoria, ma sulla resistenza, non vincerà probabilmente, so però che è uno dei pochi film che non finge una direzione, resta anche quando non c’è un premio.
Approfondimento:
David di Donatello 2026: Svelate a Cinecittà le Candidature Ufficiali della 71ª Edizione – Conferenza Stampa
Leggi anche: David di Donatello 2026: Perché Sossai ha superato Sorrentino nelle nomination
E in un cinema che spesso ha bisogno di spiegare tutto, questo, per me, è già un atto di coraggio.
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