Castello Errante compie dieci anni: intervista ad Adele Dell’Erario sulla nuova edizione all’Isola Polvese
Ci sono luoghi che diventano molto più di una semplice cornice: si trasformano in spazi d’incontro, di condivisione e di nuove possibilità creative. È da questa idea che nasce Castello Errante – Residenza Internazionale del Cinema, che quest’anno raggiunge la sua decima edizione e sceglie l’Isola Polvese, nel cuore dell’Umbria, come punto di partenza per una nuova esperienza di cinema e scambio culturale.
Per un mese, l’isola diventerà la casa di 35 giovani professionisti provenienti dall’Italia e dall’America Latina, chiamati a confrontarsi, mettere in comune competenze e sensibilità diverse e dare vita a due opere cinematografiche: un film di finzione e un documentario. Un percorso che va oltre la semplice formazione, facendo della collaborazione e della contaminazione culturale gli strumenti per immaginare nuovi modi di fare cinema.
Giunto al suo decimo anniversario, Castello Errante continua a scommettere sui giovani talenti, sulla produzione audiovisiva sostenibile e sulla possibilità di costruire un dialogo tra culture attraverso il linguaggio cinematografico. Un progetto in cui il territorio non è soltanto uno scenario, ma parte integrante del processo creativo.
A raccontarci meglio il progetto è stata la Direttrice Artistica Adele Dell’Erario

Castello Errante si sposta ogni anno in un territorio diverso. Per la decima edizione avete scelto l’Isola Polvese, nel Lago Trasimeno, dopo aver portato la residenza in diversi borghi italiani. Che cosa vi ha spinto a scegliere questa location e quanto conta questa scelta nella vostra identità?
La location di quest’anno è senza dubbio molto diversa da quelle che hanno ospitato Castello Errante nelle edizioni precedenti, sebbene esistano profonde affinità con i borghi che, nel corso degli anni, sono stati la casa del progetto. La scelta dell’Isola Polvese segna innanzitutto l’inizio di una nuova fase del nostro percorso. Dopo aver esplorato per diversi anni il Lazio, la regione che ha visto nascere Castello Errante e che per molti anni ha creduto profondamente nella sua crescita, abbiamo deciso di spostarci verso un nuovo territorio. Un cambiamento che significa certamente scoprire nuove location, ma soprattutto incontrare nuove persone, costruire relazioni e dare vita a nuove collaborazioni. L’arrivo in Umbria è il risultato di un dialogo particolarmente attivo e fecondo con la Regione, che ha saputo cogliere il valore internazionale del progetto e, al tempo stesso, la sua capacità di valorizzare e amplificare l’identità dei territori nei quali prende forma.
L’Isola Polvese incarna perfettamente una delle caratteristiche più profonde di Castello Errante: la capacità di guardare al locale attraverso una prospettiva internazionale. Un’isola è, per definizione, un luogo fisicamente isolato, uno spazio circoscritto, con confini chiaramente riconoscibili. Eppure, proprio quel luogo diventa, per alcune settimane, un punto di incontro tra culture, esperienze e sensibilità provenienti da parti molto lontane del mondo.
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Trovo particolarmente affascinante questo apparente paradosso: quanto più un luogo è isolato, tanto più può diventare uno spazio di concentrazione creativa e, proprio per questo, acquistare una straordinaria capacità di comunicare con l’esterno. Se realizzassimo la Residenza a Roma, o in un’altra grande città, probabilmente la nostra attività finirebbe per confondersi con la moltitudine di proposte culturali già presenti, conservando un valore soprattutto per chi vi partecipa direttamente. In un luogo come l’Isola Polvese, invece, il progetto assume una centralità diversa. L’isolamento favorisce la concentrazione, intensifica le relazioni e rende l’esperienza ancora più riconoscibile, anche al di fuori del territorio che la ospita.
Portare Castello Errante non soltanto lontano dai grandi centri urbani, come abbiamo fatto negli anni precedenti, ma anche in una regione meno centrale rispetto ai principali poli dell’industria audiovisiva, significa rafforzare ulteriormente una scelta che appartiene da sempre alla nostra identità: raggiungere luoghi che più raramente vengono attraversati da esperienze culturali internazionali e riconoscerne il potenziale creativo. Quest’anno la nostra sfida è questa: fare della bellezza di questi territori, della loro specificità e, nel caso dell’Isola Polvese, persino del loro isolamento, una risorsa capace di generare cultura, relazioni e nuove prospettive. Trasformare un luogo apparentemente periferico in un centro di produzione culturale, capace di far arrivare la propria voce ben oltre i suoi confini geografici.
Dieci edizioni rappresentano un traguardo importante. Guardando al percorso iniziato nel 2017, quali sono stati i risultati più significativi raggiunti e quali obiettivi restano ancora da realizzare?
La decima edizione rappresenta per noi un momento importante di bilancio, ma anche, e forse soprattutto, un’occasione per interrogarci sul futuro. Quest’anno abbiamo voluto riunire sull’Isola Polvese molte delle persone che, nel corso di questi dieci anni, hanno contribuito a immaginare, costruire e far crescere Castello Errante. Non soltanto per realizzare insieme il programma della Residenza, ma anche per riflettere sulla sua identità, sulle trasformazioni che ha attraversato e sulle nuove possibilità di innovazione, che fin dall’inizio hanno rappresentato uno dei principali motori di questa esperienza.
Dal 2017 a oggi sono cambiate moltissime cose. Quando abbiamo immaginato Castello Errante non esisteva un precedente al quale fare riferimento, un modello già sperimentato dal quale attingere esperienze o soluzioni. Abbiamo dovuto costruirlo progressivamente, attraverso un lavoro continuo di ricerca, sperimentazione e confronto. In questo senso, Castello Errante è stato un banco di prova non soltanto per i giovani che vi hanno partecipato, ma anche per tutti noi che lo abbiamo ideato e sviluppato. Ho avuto la fortuna di condividere questo percorso con professionisti di grande valore: docenti universitari, produttori cinematografici, sceneggiatori e registi di fama internazionale, persone che hanno riconosciuto fin da subito il potenziale di un progetto capace di offrire a giovani talenti, spesso appena usciti dalle proprie accademie, un’esperienza internazionale concreta, vicina al mondo dell’industria cinematografica, ma allo stesso tempo aperta alla sperimentazione di nuovi modelli di formazione e di produzione.
Credo che uno dei risultati più significativi sia proprio questo: essere riusciti a dare struttura e continuità a un’intuizione iniziale, trasformandola in un’esperienza riconoscibile, fondata su un metodo di lavoro, su una rete internazionale di relazioni e su una comunità di persone che continua a riconoscersi nel progetto anche oltre la durata delle singole edizioni. In questi anni Castello Errante ha posto le proprie fondamenta. Ha dimostrato che è possibile immaginare un modello nel quale formazione, produzione cinematografica, sperimentazione artistica, cooperazione internazionale e valorizzazione territoriale non siano attività parallele, ma parti di un unico processo.

Adesso credo sia arrivato il momento di consolidare e rendere ancora più riconoscibile il valore di ciò che abbiamo costruito. La nostra ambizione è che Castello Errante possa affermarsi sempre più come un progetto di diplomazia culturale e di cooperazione internazionale, prima ancora che come un progetto di produzione cinematografica. Il cinema, in questa prospettiva, non rappresenta soltanto il risultato del nostro lavoro, ma diventa il linguaggio attraverso il quale costruire relazioni tra Paesi, istituzioni, professionisti e nuove generazioni. Un terreno comune nel quale incontrarsi, conoscersi e immaginare insieme qualcosa che prima non esisteva.
Se i primi dieci anni sono serviti a costruire le fondamenta di questa visione, quelli che abbiamo davanti dovranno permetterci di esprimerne pienamente il potenziale.
La decima edizione prevede un percorso di formazione online seguito da una fase in presenza. Quali sono i vantaggi di questa organizzazione e che cosa cambia quando i partecipanti passano dalla distanza alla realizzazione concreta di ciò che hanno studiato nei giorni precedenti?
La fase online è dedicata allo sviluppo creativo e alla preparazione produttiva dei progetti che i partecipanti avranno il compito di realizzare durante la Residenza in presenza. È una fase di lavoro molto intensa, nella quale i ragazzi iniziano a conoscersi, a confrontarsi e a costruire un linguaggio comune, nonostante provengano da Paesi, percorsi formativi e contesti culturali molto differenti. È anche il momento nel quale cominciano a misurarsi con la dimensione collettiva della creazione cinematografica, imparando a mettere le proprie competenze e le proprie idee al servizio di un obiettivo condiviso.
Quando finalmente si incontrano sull’Isola Polvese, tutto ciò che hanno studiato, discusso e immaginato a distanza comincia a materializzarsi. Le idee diventano scelte artistiche, i progetti si confrontano con gli spazi reali, con i tempi e con tutte le complessità che accompagnano la realizzazione di un film. Ma quello che rende particolarmente interessante questo passaggio è anche il grande elemento di sorpresa che porta con sé. Molti dei partecipanti arrivano da luoghi molto lontani e conoscono dell’Italia soprattutto l’immagine delle sue città più celebri. Chi vive, per esempio, a Città del Messico può avere familiarità con Roma, Venezia o Firenze, ma difficilmente conosce l’Isola Polvese o il territorio del Lago Trasimeno.

Quello che accade è quindi una scoperta duplice. Da una parte c’è l’emozione di dare finalmente forma concreta a qualcosa che fino a quel momento è esistito soprattutto attraverso lo schermo di un computer, insieme a persone che non si sono mai incontrate fisicamente, ma con le quali si è già sviluppato un legame forte, alimentato dal lavoro e dalla responsabilità di un obiettivo comune. Dall’altra c’è la scoperta di un territorio completamente sconosciuto, che diventa improvvisamente il luogo nel quale vivere, lavorare e creare. Un territorio che inevitabilmente entra nell’immaginario dei partecipanti, influenza le loro scelte e contribuisce alla costruzione delle opere.
Trovo che sia proprio questo uno dei momenti più affascinanti della Residenza: quando un gruppo di persone che ha condiviso a distanza idee, intuizioni e immagini comincia finalmente a condividere un’esperienza reale. Le relazioni si trasformano, il lavoro acquista una dimensione nuova e tutto ciò che era stato immaginato deve trovare una propria forma concreta.
La fase in presenza mette in relazione giovani professionisti italiani e latinoamericani, provenienti da contesti culturali e linguistici differenti. Quanto è importante che il cinema nasca anche dal confronto con chi guarda il mondo in maniera diversa dalla nostra?
Castello Errante vuole contribuire alla costruzione di un modello formativo che sappia mettere realmente al centro i giovani talenti, le loro sensibilità, le loro idee e soprattutto ciò che sentono il bisogno di raccontare in questo particolare momento storico, attraversato da trasformazioni profonde. Quando si incontrano persone provenienti da Paesi differenti, portatrici di esperienze, riferimenti culturali e modi di interpretare il mondo molto diversi, si innesca quasi inevitabilmente un processo sorprendente di contaminazione. Le idee si incontrano, i linguaggi si intrecciano, le prospettive si modificano reciprocamente e possono nascere intuizioni che difficilmente avrebbero trovato spazio all’interno di un contesto culturale omogeneo.
Credo che il cinema possieda un potenziale straordinario in questo senso. Può diventare un grande spazio di ascolto e di comunicazione. E penso che oggi il cinema abbia più che mai bisogno di fondare la propria vitalità proprio su questi principi. Preservare la pluralità dei linguaggi, delle visioni e delle forme narrative è una necessità culturale, soprattutto in un momento in cui siamo sempre più esposti al rischio di una progressiva omologazione degli immaginari. L’incontro tra culture differenti ci offre esattamente la possibilità opposta: mettere in relazione idee, contesti, esperienze e sensibilità che normalmente non dialogherebbero tra loro, favorendo la nascita di qualcosa di autenticamente nuovo.

In questo senso, considero la diversità culturale anche una forma di resistenza alla ripetitività dell’algoritmo, a quella tendenza a riproporci continuamente ciò che già conosciamo, ciò che dovrebbe rispondere ai nostri gusti, alle nostre abitudini o a modelli narrativi già consolidati, senza permetterci mai di andare oltre anche noi stessi. Confrontarsi con chi guarda il mondo in maniera diversa dalla nostra significa sottrarsi alla rassicurazione di ciò che ci è familiare e aprirsi alla possibilità di immaginare ciò che ancora non conosciamo. Mi piace pensare a Castello Errante come a un piccolo ecosistema culturale, nel quale la biodiversità delle idee, dei linguaggi e delle sensibilità sia un valore da tutelare e una condizione stessa della creazione.
Perché credo che una collettività possa davvero crescere soltanto quando è capace di accogliere la differenza, di lasciarsi trasformare dall’incontro e di generare nuove possibilità. È questa pluralità che ci permette di non rimanere prigionieri della ripetizione, di continuare a innovare e, soprattutto, di non rinunciare a immaginare il futuro, cosa fondamentale oggi soprattutto per le generazioni più giovani.
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