La città dei vivi: quando il racconto si ferma prima della tragedia – Recensione
Ci sono storie che il cinema non può limitarsi a raccontare: deve trovare il modo di attraversarle, di avvicinarsi alle loro contraddizioni; la vicenda di Luca Varani è una di queste. Con La città dei vivi, Edoardo Gabbriellini sceglie di confrontarsi con uno dei casi di cronaca nera più sconvolgenti degli ultimi anni, ma il risultato è un film che non riesce fino in fondo a reggere il peso della storia che ha deciso di portare sullo schermo.

Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Nicola Lagioia, pubblicato da Einaudi nel 2020, il film nasce da un fatto realmente accaduto a Roma nella notte tra il 4 e il 5 marzo 2016. Luca Varani, ventitré anni, viene ucciso dopo essere stato torturato per ore da Manuel Foffo e Marco Prato, in un appartamento della capitale. Un delitto di una brutalità estrema, che ha scosso l’opinione pubblica e che il libro di Lagioia aveva affrontato attraverso testimonianze, ricostruzioni e un’indagine sulle persone e sull’ambiente intorno ai protagonisti della vicenda.
Gabbriellini, però, non sceglie la strada della semplice trasposizione letteraria né quella del true crime tradizionale. La sua intenzione sembra essere quella di sottrarre Luca alla dimensione esclusiva della vittima e restituirgli la sua identità.
La vita prima della morte
Interpretato da Emanuele Maria Di Stefano, Luca è un ragazzo adottato da una famiglia che lo ama, legato ai genitori e alla fidanzata, circondato da amicizie e abitudini quotidiane. Vive tra la periferia e il centro di Roma, in quella fase della vita in cui il futuro sembra ancora aperto ed è facile smarrire la propria direzione. Luca come tutti i ragazzi di 23 anni, cerca il suo posto nel mondo.
Gabbriellini si sofferma sulla quotidianità del protagonista, sui rapporti familiari, sulla relazione sentimentale. La scelta di partire da ciò che Luca era, anziché da ciò che gli è accaduto, ha un significato preciso: ricordare che dietro una vittima di cronaca esiste una persona.
Il film trova qui una sua delicatezza. Non cerca di trasformare Luca in una figura idealizzata, né di cancellarne le contraddizioni. Prova, piuttosto, a restituirne l’umanità, lasciando che siano le relazioni e i gesti quotidiani a delinearne il carattere.
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Accanto a Di Stefano, il cast comprende Valerio Mastandrea, Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua e Roberta Mattei. Le interpretazioni sostengono il tono intimista del racconto, mentre la regia di Gabbriellini mantiene uno sguardo misurato.

Il problema è ciò che rimane fuori campo
Eppure, proprio mentre il film costruisce con attenzione la vita precedente di Luca, emerge il limite più importante dell’operazione. È qui che La città dei vivi comincia a perdere forza. Quando ci si avvicina all’omicidio e al mondo che lo circonda, il film sembra arretrare, mantenendo una distanza che finisce per rendere superficiale la parte più complessa della storia. La vicenda di Luca viene preparata con cura, ma ciò che interrompe la sua vita rimane sullo sfondo, come se il racconto non trovasse il coraggio o gli strumenti per affrontare fino in fondo quella drammaticità.
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Il passaggio dalla vita alla tragedia non raggiunge la profondità che ci si sarebbe aspettato. La violenza resta una presenza che incombe sul racconto, ma non diventa mai davvero il centro. Si avverte una sproporzione: tanto spazio viene dedicato alla costruzione del mondo di Luca, mentre la vicenda che lo distrugge viene affrontata in maniera rapida e superficiale.
La scelta di concentrarsi su chi era la persona e non solo la vittima è molto potente, ma questa scelta avrebbe richiesto un lavoro ancora più approfondito sul modo in cui la tragedia irrompe nella sua esistenza e su ciò che lascia dietro di sé. Altrimenti, il rischio è che il film finisca per raccontare bene il prima senza riuscire a dare sufficiente peso al dopo.

Una buona regia non basta
Sul piano tecnico e interpretativo, ne La città dei vivi la regia è buona e la recitazione contribuisce a rendere credibili i rapporti che attraversano la vita del protagonista. Gabbriellini dimostra sensibilità nel costruire un racconto intimo e nel restituire la normalità di un’esistenza che, proprio per la sua apparente ordinarietà, rende ancora più assurda la tragedia.
Il confronto con il romanzo di Lagioia rende ancora più evidente questa sensazione. Il libro si muove attraverso una rete di testimonianze, personaggi e interrogativi, cercando di allargare progressivamente lo sguardo oltre il fatto di cronaca. Il film compie una scelta diversa, restringendo il campo sulla vittima e sui suoi affetti.
Non è necessario raccontare tutto, né spiegare ogni cosa. È necessario, però, che ciò che si decide di raccontare trovi una profondità sufficiente a sostenere il peso della storia.
Una storia più grande del film
Il limite di La città dei vivi è tutto qui: la regia funziona, le interpretazioni convincono e la scelta di restituire a Luca una vita prima della morte è condivisibile. Eppure manca qualcosa di fondamentale, proprio nel momento in cui il racconto dovrebbe trovare la sua ragione più profonda. Rimane l’impressione di un’opera che si avvicina a una vicenda enorme senza riuscire davvero ad attraversarla.
Il paradosso de La città dei vivi è che nel tentativo di ricordarci che Luca Varani era soprattutto una persona, finisce per non riuscire a sostenere il peso della sua morte.
La città dei vivi – Nicola Lagioia
- Author: lagioia nicola
- Binding: paperback
- ItemHeight: 210
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