IL RAPPORTO DEI GIOVANI CON L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE (AI)
L’AI è entrata in modo imperante nelle nostre vite ormai da qualche anno ed ha attecchito soprattutto la “Generazione Z” con molto entusiasmo. Per i nativi digitali l’intelligenza artificiale (AI) finisce non per essere uno strumento esterno, ma una sorta di habitat affettivo, amicale e cognitivo.
Volendo fare una valutazione degli aspetti positivi e negativi si rileva che i ragazzi utilizzano molto l’AI per i compiti di scuola (temi, riassunti, traduzioni ecc.) e tutto ciò genera meno ansia in quanto non vi è il bisogno di chiedere ai professori, e poi con l’AI viene facilitata la creatività di video, musica, storie ecc.

L‘ intelligenza artificiale non è più soltanto uno strumento: diventa una presenza
Questo utilizzo eccessivo, i ragazzi dialogano con l’AI 3 o 4 ore al giorno o anche di più sta diventando una vera dipendenza affettiva con i vari chatbot disponibili determinando così un abbassamento notevole dell’attenzione in quanto chiedono dopo 30/40 secondi di lettura di fare sintesi, relazione o quanto occorre. Tutto ciò genera un appiattimento della curiosità a qualsiasi tipo di informazione e ogni tipo di interesse diventa sempre più evanescente e superficiale. La dannosità maggiore è nello sviluppo di foto perfette, disegni sempre più precisi, discorsi ben formulati senza alcuno sforzo e con un impegno minimo, perdendo l’allenamento alla fatica cognitiva e il cervello delega.
In questa realtà, la cui esistenza è frenetica, quasi disumana per i ritmi di un uomo, le risposte immediate ad ogni quesito alienano al sacrificio e spingono in modo prepotente a risposte pronte generando meno tolleranza alla frustrazione.
Tuttavia, quello che si sta osservando da parte di questi ragazzi, è che l’uso di AI non rappresenta più un solo uso tecnologico, ma affettivo. Molti esprimono segreti, pensieri proibiti che non dicono ai genitori, si affidano ad uno chatbot per chiedere consigli sentimentali, elaborando rotture amorose o veri e propri lutti. Il chatbot finisce per trasformarsi in una figura di attaccamento sicuro, artificiale, ma sempre presente e oltre a non abbandonare, non giudica e non critica utilizzando un intervento moderato, adeguato con parole giuste. Se questo aspetto nell’immediato offre consolazione, nel tempo disinnesca la capacità di mentalizzazione e di ripresa del conflitto reale.
L’altro, il soggetto umano, non virtuale, non è sempre pronto, presente e disponibile, quindi l’abituarsi alla perfezione di AI, indurrà a rendere ogni relazione deludente e inadeguata, nonché priva di comprensione.
Quando l’AI sostituisce lo sforzo, cosa resta dell’identità?
Rispetto alla scuola, si genererà il paradosso, e cioè voti migliori con competenze più basse, in quanto se il compito fatto con AI prenderà un voto eccellente, il giovane non saprà esprimersi se non per un tempo ristretto e con un linguaggio poco forbito. Quando il risultato è sempre mediato da AI, l’interiorizzazione del giovane sarà del tipo: “riesce l’AI non io”. Quando ci sarà una verifica senza chatbot crollerà l’autostima con l’insorgere di un’ansia anticipatoria. In tal modo, quindi, si sta creando una generazione con una grande performance esterna ed una fragile ed infinita fragilità interna.
Ogni stato emotivo come il dolore, la noia, l’incertezza non si avvertiranno quasi più in quanto superati da una risposta immediata che però tenderà a generare una sorta di anestesia emotiva. Alla luce di quanto espresso, la soluzione migliore per questi giovani, affinché rimangano umani nel loro sentire e soffrire, è educare alla distinzione tra uso strumentale (uso l’AI come strumento) e uso sostitutivo (l’AI sostituisce il mio impegno, il mio Sé, la mia relazione).
L’acquisizione di risposte immediate creerà un giovane che fuori dal mondo virtuale, non tollererà più il conflitto, la negazione, l’attesa, per questo è opportuno educare l’AI al limite senza demonizzarla.
Il compito degli adulti non è spegnere l’AI, ma riaccendere l’intelligenza emotiva, la capacità di entrare nel sacrificio, nella fatica, nello sforzo, e soprattutto nella relazione reale. Bisogna sempre considerare che se si elimina la fatica del sentire, si elimina anche la possibilità di crescita e, una identità solida si costruisce proprio nella frustrazione, nell’imperfezione e nella lentezza.
L’AI può essere e restare un ottimo ausilio, ma non deve trasformarsi in un cattivo padrone dell’identità in formazione.
Maura Livoli Psicologa Psicoterapeuta
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