Recensione – Ice Cream Man: brutto per scelta, brutto davvero?

Eli Roth torna all’horror dopo la parentesi poco fortunata di Borderlands. Scritto, diretto e prodotto dallo stesso Roth, Ice Cream Man arriva nelle sale italiane giusto in tempo per Halloween. Il budget è di 5,5 milioni di dollari: una cifra contenuta per una produzione americana, ma sufficiente per mettere in scena una discreta quantità di massacri.

Senza troppi giri di parole, il film è bruttino. Eppure, prima di liquidarlo, vale la pena soffermarsi su una questione: quanto possiamo criticare un film che sembra voler essere esattamente ciò che è?

Il sangue non basta

Roth sembra voler scimmiottare la Troma, il celebre marchio del cinema indipendente più grottesco e dissacrante, senza però recuperarne fino in fondo l’estetica sporca e artigianale. Ice Cream Man risulta paradossalmente fin troppo pulito, fatta eccezione per le uccisioni, spesso divertenti e realizzate anche attraverso effetti pratici.

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Il sangue scorre, i corpi vengono martoriati e qualche risata scappa: vedere bambini trasformarsi in piccoli assassini, del resto, conserva un certo fascino perverso. C’è qualcosa di irresistibilmente scorretto nel rovesciare l’immagine dell’infanzia innocente, soprattutto quando i piccoli carnefici si scatenano contro gli adulti. Per qualche momento, il film riesce persino a divertirsi con la propria assurdità.

Peccato che, tolto il sangue, rimanga ben poco. E a rendere la faccenda ancora più curiosa è l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Una scelta che sullo schermo si nota e finisce per stridere con gli effetti pratici, decisamente più tangibili, che caratterizzano il resto del film. Se l’intenzione era quella di abbracciare un’estetica volutamente dozzinale il film riesce.

Bambini assassini e citazioni cinefile

La trama è già di per sé assurda, tanto da far sorgere qualche dubbio sulla possibilità di sostenerla per un’ora e quaranta. A Bayleen Bay, tranquilla cittadina di provincia americana, arriva un misterioso gelataio che, servendo i suoi prodotti ai bambini, li maledice.

Quando di notte sentono il consueto motivetto del camioncino dei gelati, i piccoli si risvegliano indemoniati e cominciano a massacrare gli adulti. Il risultato è una carneficina che Roth prova a condire con citazioni cinefile, da Gli uccelli di Hitchcock fino al recente Weapons, trasformando il film in una sorta di Scary Movie sanguinolento che, tuttavia, non trova mai una direzione precisa.

Il problema non è l’assurdità della premessa, né la volontà di esagerare. Anzi, proprio l’idea di una cittadina assediata dai propri bambini potrebbe offrire materiale per una satira feroce. Roth sembra però accontentarsi di accumulare trovate splatter senza riuscire a costruire qualcosa attorno a esse.

Quando il trash non basta

Eli Roth ha già dimostrato di saper fare cinema di genere. Il primo Cabin Fever e Hostel sono ormai cult, mentre Thanksgiving, pur con i suoi problemi, riusciva perlomeno a mantenere una struttura riconoscibile. Con Ice Cream Man, invece, si prova un certo imbarazzo persino a parlare di film. Perché un conto è realizzare consapevolmente qualcosa di brutto, un altro è non riuscire a trasformare quella bruttezza in una qualità.

Non basta voler essere trash per diventarlo davvero. Il cinema di serie B, quello che oggi guardiamo con affetto e nostalgia, non vive soltanto di sangue finto e trovate assurde, ma di una personalità che riesca a trasformare i limiti in un linguaggio. Ice Cream Man sembra invece confondere la libertà di fare ciò che si vuole con l’assenza di una direzione. E così, tra bambini assassini, gelati maledetti e immagini artificiali, resta una domanda: se il film non si prende sul serio, dobbiamo per forza prenderlo sul divertente?

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