Intervista a SKEYE: dal nuovo singolo “Polaroid” alle libertà di espressione di un’artista emergente

C’è un tipo di amore che può durare anche una sola notte, ma resta addosso molto più a lungo. Non ha il tempo di diventare storia, eppure riesce a trasformarsi in ricordo. È esattamente lì, in quello spazio sospeso, che si muove “Polaroid”, il nuovo singolo di SKEYE, prodotto da Marco Zangirolami e scritto insieme a Danila Satragno. Classe 2000, nome d’arte di Maria Sara Costanzo, SKEYE (LINK) arriva da Castelforte (Latina) ma ha scelto Milano per dare forma al suo percorso musicale.

SKEYE Polaroid
SKEYE – Polaroid

Un progetto che mescola pop elettronico e sfumature indie-folk, con uno sguardo sempre rivolto alla propria penna. Dopo aver calcato palchi e finali di importanti contest nazionali – dal SanNolo al Tour Music Fest – e aver conquistato il Premio Lunezia 2025 per le Nuove Proposte, la cantautrice continua a costruire un’identità sonora personale, intima e riconoscibile. Abbiamo parlato con lei di istinto creativo, libertà artistica, social media, ma anche di sogni, paure e di cosa significa oggi fare musica senza voler scendere a compromessi. Ne è venuta fuori una conversazione sincera, che restituisce il ritratto di un’artista ancora in costruzione, ma con le idee già molto chiare.

Parto da una curiosità: tu ti chiami Maria Sara, ma il tuo pseudonimo artistico, SKEYE… si legge “Skye”?

Sì, si legge “Skye”, ed è l’unione tra “sky” (cielo) ed “eye” (occhio).

SKEYE – Polaroid

Come mai hai scelto questo nome?

Ci sono molto legata perché rappresenta mio fratello che non c’è più e che sento come se mi guardasse dal cielo.

Che significato forte. Parliamo del tuo nuovo singolo, “Polaroid”, uscito il 23 marzo. Il brano racconta un amore fugace, destinato a finire ma capace di lasciare una traccia. È autobiografico?

In realtà, quando l’ho scritto, non pensavo lo fosse. Stavo facendo un esperimento creativo, mettendo insieme immagini un po’ a caso. Poi, rileggendo tutto e sistemando il testo, ho avuto una specie di illuminazione: mi sono resa conto che stavo raccontando qualcosa che avevo vissuto davvero. E dentro ci sono anche piccoli riferimenti a film che ho visto, delle “chicche” sparse qua e là.

SKEYE – Polaroid

Nonostante il tema malinconico, il brano ha sonorità molto estive. È stata una scelta consapevole o spontanea?

Direi 50 e 50. Ho scritto il pezzo su una base già esistente, quindi il mood era quello. Quando poi è nato il testo, ho deciso di non cambiare la base proprio perché mi piaceva l’idea di “addolcire la pillola”.

Tra le tue influenze citi artisti come Bon Iver, Harry Styles e i Queen, accomunati da una grande libertà espressiva. Cosa significa per te essere libera artisticamente oggi?

Bella domanda! Per me significa dare libero sfogo alla propria arte senza forzarla. Non scrivere per stare al passo con gli altri o per monetizzare a tutti i costi. La vera libertà è fare musica per il piacere di farla, senza diventare schiavi di un sistema.

Quindi non lasciarsi schiacciare da etichette o trend.

Esatto. Bisogna avere la testa sulle spalle e riconoscere cosa è giusto fare senza farsi “mangiare”. Io inseguo questo sogno da quando ero piccola e, per rispetto verso la me bambina, non potrei mai “vendermi”. Preferisco essere ascoltata da pochi ma con autenticità, piuttosto che perdere il controllo sulla mia musica.

SKEYE – Polaroid

Capisco perfettamente. Oggi la musica vive molto di istantaneità, proprio come una polaroid. Come vivi questa dinamica da artista emergente?

Mi pesa, perché per me l’arte non è qualcosa di istantaneo. Però cerco di fare questo mestiere anche per provare a restituire profondità alla musica. Non posso cambiare il sistema da sola, ma se siamo in tanti a crederci possiamo creare qualcosa che resti nel tempo, non solo la classica hit estiva.

E i social? Li vivi più come uno strumento o come una pressione?

Una pressione, senza dubbio. Faccio davvero fatica: non sono portata, ci provo tanto ma non mi viene naturale. Però continuo a impegnarmi perché ormai sono fondamentali.

Nel panorama pop italiano attuale, cosa senti che manca e cosa invece ti rappresenta?

Non saprei dire cosa manca, perché c’è davvero di tutto. Sarebbe una risposta poco sincera. Invece, tra gli artisti che sento più vicini a me, direi Madame: mi piace molto come scrive. Abbiamo vocalità e stili diversi, ma la sua penna mi ispira tantissimo.

SKEYE – Polaroid

Se “Polaroid” è un istante, qual è il “film” che vuoi costruire con il tuo progetto musicale?

Al di là dei sogni “da favola”, come grandi palchi o tour, il mio obiettivo più importante è ripagare i miei genitori per tutto quello che hanno fatto per me. Mi hanno creduto fin da quando ero bambina, ed è il regalo più grande che potessi ricevere. Sicuramente voglio crescere anche come musicista: imparare a suonare meglio altri strumenti oltre al pianoforte, come chitarra e batteria, e diventare sempre più parte attiva nella produzione dei miei brani. Già ora sto iniziando a farlo: “Polaroid” è stato prodotto da Marco Zangirolami, ma i prossimi pezzi saranno sempre più frutto di un lavoro condiviso.

Possiamo aspettarci un EP?

Questo non te lo dico…lo scoprirai!

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