Anthony Phillips – Gemini: Pieces for Piano (Recensione Disco n.2)

Dopo le prime venti miniature pianistiche del Disco 1, Anthony Phillips (LINK) prosegue il suo viaggio interiore nel secondo capitolo di Gemini – Pieces for Piano, addentrandosi in territori ancora più evocativi e sfumati. Se la prima parte aveva tracciato le coordinate emotive dell’opera, qui il linguaggio si fa più introspettivo, a tratti visionario, tra richiami espressionisti, memorie sospese e improvvise accensioni liriche. È un ascolto che richiede abbandono e attenzione, dove ogni brano sembra riflettere un frammento diverso di tempo, spazio e coscienza. L’album è uscito il 10 aprile 2026 su etichetta Esoteric Antenna, in formato cofanetto composto da due CD.

Anthony Phillips Gemini Pieces for Piano
Anthony Phillips – Gemini Pieces For Piano

(Gemini – Pieces for PianoRecensione brano per brano di Francesco Gazzara)

1 – Gemini

Il secondo disco si apre con la title-track, già eseguita dal vivo dalla virtuosa Martha Argerich in duetto col pianista Gabriele Baldocci, amico di Anthony Phillips. In questa versione, eseguita dal compositore, il primo minuto è dedicato al botta e risposta degli accordi. Antifonali e aperti, armonicamente ariosi così da sottolineare il carattere del segno zodiacale che da il titolo alla composizione. Che per coincidenza è lo stesso sia di Phillips sia della Argerich. Quando parte poi il tema arpeggiato si ammira subito la maestria tonale dell’autore, tra tocchi armonici solenni e un’energia che di nuovo fa pensare alle connessioni astrologiche. Passa un altro minuto e una scala diminuita arpeggiata ci riporta subito nell’atmosfera espressionista. Il tempo è sospeso, la tonalità cambia per un attimo ed ecco che si torna alla modalità aperta dell’inizio.

2 – Hymnal

Che sia un inno lo si intende subito dal titolo. Ma è l’orecchiabilità estrema di questo breve gioiello malinconico che ancora una volta ci conduce verso i panorami bucolici delle migliori composizioni giovanili di Anthony Phillips. Semplicità e forte emozione, tutto sottolineato da un’esecuzione verace, simile a quelle che l’autore aveva registrato nei suoi rari precedenti momenti al pianoforte solo.

3 – Frost Flower

Cristallino nella sua scansione e nella sua discesa di un tono della melodia iniziale, questo brano fa pensare a un campo innevato con sparuti alberi che timidamente presentano i primi fiori di una primavera fin troppo precoce. La breve frase che arriva poco prima dei due minuti dona un senso espressionista e malinconico a questo quadretto musicale. Le note alte scandite del piano verso la fine sembrano quasi avvolgere il fiore del titolo in un velo di ghiaccio all’ora del crepuscolo.

4 – Pablo Farceur

Come un rigagnolo scaturito dal ghiaccio sciolto del brano precedente, questa composizione parte con un moto melodico reiterato, insinuante e al tempo stesso rassicurante e familiare. Dedicato all’amico scomparso Pablo de la Guerra, il brano addolcisce spesso la melodia con l’uso armonico delle terze. In alcuni momenti il piano si eleva, salendo sulle ottave, per poi fermarsi bruscamente, come succede alla fine. È una delle tracce più viscerali e dirette dell’album, in cui l’esecuzione è particolarmente dinamica e sentita. 

Anthony Phillips Gemini Pieces for Piano
Anthony Phillips

5 – Labyrinth

Le quartine arpeggiate su cui si basa gran parte del brano, eseguite con velocità diverse a seconda dei momenti, creano un altro incanto cinematografico di Anthony Phillips. Siamo bendati, orecchie aperte ma riempite dagli echi vorticosi del pianoforte, alla ricerca della via d’uscita. Il labirinto ci incanta, ci seduce ma sempre ci inganna. Lo ribadiscono i bassi profondi che tornano a metà brano dopo l’intro, prima dell’arpeggio caleidoscopico che precede la coda rallentata del brano.

6 – Sanctity

La sonorità qui è diversa, come se il piano provenisse da microfoni più distanti. Anche l’ambiente appare più centrato, quasi un mono di altra epoca. Gli accordi si incastrano solenni, alternati a piccole melodie più alte che scaturiscono dai loro rintocchi. Sembra di sentire il seggiolino su cui è seduto Anthony, forse solo immaginazione, ma qui la sacralità del titolo sembra quella del legno, di un ambiente caldo e antico. Indubbiamente un suono alla PRIVATE PARTS & PIECES.

7 – Fathomless Caverns

Momento mahleriano del secondo disco, l’alba buia dell’umanità ancora chiusa nelle caverne viene risucchiata dai rintocchi bassi e tetri della mano sinistra del pianoforte. Anthony Phillips dimostra qui tutta la sua arte già affinata nelle sue preziose music libraries. A lui non servono sintetizzatori o orchestre, basta uno Steinway per sonorizzare genialmente una visione. Le prime note alte arrivano solo dopo un minuto e mezzo e sono fantastiche. Uno sprazzo di luce dall’alto, la caverna buia viene trafitta dal tocco percussivo del piano e lentamente melodia e armonia costruiscono un quadro diverso dall’inizio. Il proseguimento è una lotta tra il bene e il male, tra luce e oscurità. Qualcosa di così drammatico e al tempo stesso condotto con maestria e misura, che ci viene da pensare a cosa sarebbe diventato se arrangiato e registrato con la sua ex prog band.  

8 – Perdita

L’anelito a qualcuno che non c’è più è evidente fin da subito nello slancio melodico della mano destra. Modulazione classicheggiante verso la seconda parte della melodia, un vero capolavoro di malinconia ed espressionismo insieme. Breve variazione prima della ripresa finale e ancora l’arpeggio in coda che scorre veloce prima del ritorno, poche note, della prima melodia. Chissà perché in alcuni momenti viene in mente la voce di un certo Peter. Contiguità emozionale di altissimo livello inconscio.

9 – Faded Glory

Tornano le immagini offuscate del passato che a tratti si erano intraviste nel primo disco. Qui si tratta di gloria sbiadita, la solennità degli accordi pianistici è velata. Gli intrecci armonici sono fitti, come una nebbia che non si dipana facilmente. Melodicamente c’è poco di memorabile, qui è più l’incastro degli accordi a produrre la sensazione di annebbiamento.

Anthony Phillips Gemini Pieces for Piano
Anthony Phillips – Gemini Pieces For Piano (foto di Mark Latham)

10 – Marking Time

Proprio dalla foschia del brano precedente sembra sorgere l’arpeggio delle quintine di piano che marca il tempo – come da titolo – rimandando a un soggetto simile già affrontato da Phillips ai tempi dei Genesis con Master Of Time. Poco più di un minuto, niente più, eppure sembra di ascoltare uno di quegli intermezzi di tastiere fra una traccia e l’altra dei concept album di una volta.

11 – Lady Moon

Giro armonico prettamente romantico, gli arpeggi e le pause rimandano la memoria ad altre perle melodiche di Anthony Phillips contenute negli album SOIRÈE o IVORY MOON.

12 – Sundowner

Il suono del piano si riavvicina alla monofonia di Sanctity ma la melodia è più brillante. Un’idea ripetuta con poche note e poi variata con degli accordi in controtempo. A tratti adattabile a giro melodico pop, quasi alla Burt Bacharach. Se non fosse che la modulazione verso la fine è tipica di Phillips e di uno stile progressive mai domo nei perimetri più classici.

13 – Canticle

Melodia concentrica, le note si agitano e ripiegano verso un centro tonale ripetuto. L’ispirazione è più quella di un cantabile che di un cantico religioso. Anche qui l’armonia rivela una certa vena pop beatlesiana che traspare appena sui tasti bianchi e neri suonati da Phillips.

14 – Crossed Lines

Meno di un minuto con le mani che suonano un clavicembalo incrociando arpeggi. Brevissimo interludio in assolvenza, simile a quelli col nastro suonato al contrario, sporadici ma d’effetto, nei primi dischi dell’autore.

15 – Chansons Sans Mots (i)

La prima delle “sei canzoni senza parole” espone subito il tema salottistico, fin de siècle, che rende queste composizioni le più espressioniste del doppio album. Qui c’è solarità ma anche un pizzico di malinconia.

Anthony Phillips Gemini Pieces for Piano
Anthony Phillips: Gemini – Pieces For Piano – photo by Patrizia Marinelli

16 – Chansons Sans Mots (ii)

Più riflessiva rispetto alla precedente, ma con un tema molto più profondo emotivamente. La scrittura pianistica, con melodia sulle ottave retta da arpeggi sulla mano sinistra, è sicuramente espressionista. A circa 1.42 il tema si fa più centrale, drammatico, e fa capolino qualche eco romantico che piacerebbe anche al vecchio amico Tony Banks.

17 – Chansons Sans Mots (iii)

Asciutto il tema, quasi uno studio sulle armonizzazioni di Maurice Ravel. Nello sviluppo anche esecutivo il brano acquista personalità, dinamico e armonicamente ricco di sfumature bucoliche. Qui ci siamo allontanati dai salotti parigini, ci si immerge nella brughiera dello Yorkshire e il tema dipinge con lirismo personaggi alla Thomas Hardy.

18 – Chansons Sans Mots (iv)

La quarta “canzone senza parole” è la più cantabile, con una scala melodica ascendente semplice quanto intensa nella sua armonizzazione. Anche qui il tono è sempre più occidentale, New England, colline verdeggianti e, sullo sfondo, un “cliff” a strapiombo sul mare.

19 – Chansons Sans Mots (v)

Maggior solennità, tipica dell’inno, nella cadenza degli accordi. Da questi scaturisce una melodia ritmica, prima strofa e poi classico ritornello con delle terzine ripetute. Viene in mente il miglior George Winston ma qui l’eventuale richiamo New Age è solo nella pacatezza di quel ritornello così rilassante. Evocare paesaggi è ancora l’arma infallibile di Phillips, nonostante si resti in ambienti esterni dopo il salottismo iniziale.

20 – Chansons Sans Mots (vi)

Ed è proprio in quest’ultima “canzone senza parole” che l’autore fa risuonare il pianoforte come se fossimo rientrati in un grande salone di fine ‘800. Espressionismo certamente, ma anche epoca dei Fratelli Lumière, di George Meliès e dei primi esperimenti cinematografici. I bicordi discendenti ribattuti hanno un sapore antico, di cose artigianali, sartoriali.

Anthony Phillips: Gemini – Pieces For Piano – photo by Patrizia Marinelli

21 – In Repose

Usciti dalle “Chansons Sans Mots” rientriamo negli accordi arpeggiati del piano che riecheggiano inizialmente quelli di un liuto rinascimentale. Poi il brano si fa ancora più intimo nella parte centrale, quando il pianoforte scandisce lentamente l’arpeggio. Nel finale rientra l’atmosfera sospesa della partenza.

22 – Sliding Doors

Qui l’effetto “reverse” non è evocato dal clavicembalo come avveniva in Crossed Lines ma è proprio un nastro al contrario, come da tradizione Phillips. Si tratta di un mini intervallo, la lunghezza di un respiro profondo per riflettere sulle porte scorrevoli della vita. Forse le stesse che hanno anche plasmato la sua prolifica carriera di compositore?

23 – Pool of Memory

Lo sguardo nostalgico rivolto al passato si combina alla sonorità antica del pianoforte, complice anche un’accordatura forse volutamente non cristallina, come è invece su altri brani del disco. L’ipotesi è che si tratti di un brano registrato in un momento diverso, seppure il trasporto emozionale è vicino a quello dell’ultima “Chanson Sans Mots”. Il piano sale di intensità con gli accordi e, a un minuto dalla fine, scende con delle quartine memorabili e cadenzate. Un tuffo che rinfranca l’anima, quello nella vasca della memoria.

24 – Into the Firmament

La chiusura di GEMINI – PIECES FOR PIANO è una delle poche composizioni in cui la sonorità del pianoforte è in qualche modo aumentata dagli ambienti. L’effetto è di grande avvolgimento, è possibile anche che un pad analogico o sintetico accompagni il brano. Quello che emerge però è il potere conclusivo della melodia, poco più di un minuto e mezzo per proiettare la quiete interiore nel “firmamento” musicale di Anthony Phillips.

Anthony Phillips: Il ritorno del Maestro con “Gemini – Pieces For Piano”

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