Recensione “Il tempo è ancora nostro”: il golf come metafora di rinascita
C’è un momento in cui i sogni sembrano ancora a portata di mano: è proprio lì che ci trasporta “Il tempo è ancora nostro”, nelle sale dal 7 maggio. L’esordio alla regia di Maurizio Matteo Merli utilizza il golf come bussola per chiudere i conti con il passato, trasformandolo in una metafora della vita. Un espediente narrativo che, tuttavia, finisce per dominare la scena, a tratti penalizzando il ritmo e la naturalezza dei dialoghi.
Prodotto da Father & Son, che lo distribuisce anche, insieme a Aurumovie, in collaborazione con Tiger e realizzato con il contributo del Ministero della Cultura – Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo.

Il tempo è ancora nostro: Due vite distanti unite dal green
Le sequenze iniziali si susseguono velocemente, tanto da rendere inizialmente complesse le dinamiche e le storie dei protagonisti. I due si conoscono fin da bambini e condividono la passione per lo sport dei gentlemen, anche se, dopo il mancato ingresso nel tour professionistico, le loro strade si sono divise.
Tancredi (interpretato da Ascanio Pacelli), immerso nel mondo delle criptovalute, ha smarrito la propria identità nonostante il successo economico. Al contrario Stefano (Mirko Frezza), squalificato per doping, si ritrova a combattere la dipendenza in comunità. La svolta avviene quando Tancredi decide di tornare sul green, affidandosi alla guida di Costantino (Andrea Roncato), padre di Stefano, che diventerà la sua vera fonte d’ispirazione.
Una narrazione tra misteri e omissioni
La trama si svela passo dopo passo attraverso le parole dei protagonisti, evitando l’uso dei flashback. In alcuni passaggi, tuttavia, permangono dei vuoti narrativi: l’esperienza di Tancredi nell’alta finanza viene mostrata rapidamente senza approfondimenti, così come le vicende legate alla tossicodipendenza di Stefano presentano alcuni punti poco chiari.
Il personaggio di Stefano viene introdotto solo verso la metà della pellicola; un ingresso anticipato dai dialoghi tra Tancredi e Costantino che contribuiscono ad alimentare il mistero intorno alla sua figura.
Il golf come riflessione esistenziale
Quando la storia entra nel vivo, lo sport si prende l’intera scena. Tra uno swing (il movimento tecnico per colpire la pallina) e l’altro, si inseriscono momenti di riflessione che coinvolgono i due protagonisti: dal dramma della droga al rimpianto per il passato. In questo contesto, lo sport e l’amicizia emergono come un faro per comprendere la vita, un messaggio che il regista riesce a trasmettere pienamente.
Dalla rapidità della prima parte, specchio del caos delle loro vite precedenti, si approda a un vero e proprio viaggio che fa tappa in ogni buca del percorso. Un cammino necessario per ritrovare sé stessi.
Oltre l’élite: lo sport per tutti
“Il tempo è ancora nostro” racconta una disciplina che in Italia sconta una scarsa popolarità, spesso percepita come un’esclusiva per pochi. Merli scardina questo pregiudizio attraverso la figura di Stefano, un uomo che non proviene affatto da quella cerchia ristretta, lanciando un segnale di apertura e democratizzazione di questo sport.
Il verdetto finale: un cerchio che si chiude
In conclusione, il debutto di Merli è positivo. Dal grande schermo emerge un messaggio potente, veicolato attraverso una struttura narrativa innovativa. Sebbene il racconto mostri talvolta il fianco a qualche fragilità strutturale, il film riesce comunque a centrare l’obiettivo. L’epilogo, spiazzante e suggestivo, rappresenta la vera chiave di volta: un cerchio che si chiude perfettamente, esaltando l’intera visione. Ricordandoci che il destino è tutto da riscrivere. Per gli appassionati di golf, ma dello sport in generale è un film da vedere assolutamente!!!









































