Anthony Phillips: Gemini – Pieces for Piano – Recensione brano per brano – Disco Uno 1 Parte

A lungo pensato, scritto, provato e registrato a Clapham, nel sud di Londra, GEMINI – PIECES FOR PIANO è il nuovo disco di Anthony Phillips. Il primo, dai tempi di SOIRÉE (1999), di solo pianoforte acustico. Particolarità non di poco conto per un compositore così prolifico sulle corde pizzicate dalle dita e non dai martelletti, lungo una carriera solista di quasi 50 anni. L’album esce il 10 aprile 2026 su etichetta Esoteric Antenna, in formato cofanetto composto da due CD. Disco 1 e Disco 2.

Anthony Phillips Gemini Pieces For Piano
Anthony Phillips – Gemini Pieces For Piano

Phillips, che lasciò i Genesis subito dopo il secondo album TRESPASS nel 1970, ha seguito una strada inizialmente tortuosa e lontana dalla lenta ascesa nelle classifiche del pop dei suoi ex colleghi della Charterhouse School. Da una parte c’è una nutrita serie di dischi solisti dalla seconda metà degli anni Settanta, alcuni dei quali rimasti nella storia del prog rock. Dall’altra scorre fluente la carriera del Phillips compositore di library music, con un catalogo che oggi può fare invidia ai più prolifici autori di Hollywood. C’è stato anche un momento magico, in cui le sue musiche accompagnavano documentari di tv pubbliche e private da un Continente all’altro. Quanto basta, ci scherza su lo stesso Anthony, per “potersi permettere un meraviglioso pianoforte a coda Steinway, proprio quello che suono in questo nuovo album”

La gestazione di GEMINI – PIECES FOR PIANO è durata dall’autunno 2022 all’autunno 2025, periodo in cui Phillips ha scritto e messo a punto ben 44 brani contemporanei di solo pianoforte. È stato il progetto in cui si è tuffato subito dopo il Covid, consapevole che era il momento giusto per un disco strumentale intimo ma di grande spessore. I tre anni necessari al compimento del progetto si devono in gran parte alle condizioni fisiche del polso destro di Anthony. Costretto a lunghe ore di pratica sullo strumento prima di registrare i brani, il chitarrista-pianista doveva fermarsi ripetutamente per curarsi con il ghiaccio e gli antidolorifici. In maniera un po’ testarda ha cercato fino all’ultimo di non utilizzare il MIDI, in cui il suono del piano è coadiuvato da sovraincisioni al sequencer. “Alla fine ho ceduto, solo in tre sezioni microscopiche” confessa l’autore “ma quasi impossibili da individuare”.

Per dovere di cronaca, nel disco è presente un unico brano non eseguito al pianoforte ma al clavicembalo (la breve Crossed Lines). Il pianoforte di altre due composizioni, Lost Love e Spring Fair, è infine registrato rispettivamente a tre e a quattro mani.

GEMINI – PIECES FOR PIANO è stato inciso agli Englewood Studios di Clapham, Londra, con l’ingegnere del suono James Collins. Oltre al supporto di quest’ultimo, per trovare i titoli giusti dei 44 brani divisi nei due CD in aiuto di Anthony si sono aggiunti anche, con l’entusiasmo necessario, Patrizia Marinelli e l’ottimo archivista nonchè collaboratore di lunga data Jonathan Dunn.  Il titolo del disco svela anche la pre-esistenza di uno dei brani, la title-track appunto, rispetto alle session successive.

Gemini Pieces For Piano
Anthony Phillips

Composizione scritta da Phillips per la celebre pianista e concertista argentina Martha Argerich, Gemini è stata infatti eseguita in anteprima da quest’ultima a Valencia nel 2018, in forma di duetto con il pianista Gabriele Baldocci, amico di Anthony Phillips. Il titolo del brano si riferisce al segno zodiacale dei Gemelli, lo stesso di Martha Argerich: una semplice coincidenza?  La versione poi registrata per l’album, ovviamente meno rapida e virtuosistica rispetto a quella della Argerich, ha comunque la particolarità di scaturire dalle mani del suo compositore.

GEMINI – PIECES FOR PIANO è sicuramente un album in gran parte autobiografico, a partire da alcuni brani molto intensi che Anthony Phillips ha dedicato fin dal titolo a un paio di amici scomparsi, come Pablo de la Guerra (Pablo Farceur) e Colin Sturge (Piece For C.S.). È poi ben riconoscibile una delle sue influenze musicali più remote e longeve, quella della musica impressionista francese, in primis Maurice Ravel e Claude Debussy. Anche qui qualche titolo di brano risuona chiaramente in questo senso, come nel caso di Chansons Sans Mots Parts 1-6.

Un album doppio così ricco di brani e con un’unica sonorità, quella del pianoforte a coda, si addice perfettamente alle atmosfere sonore dell’impressionismo.  Al tempo stesso si distanzia dal protagonismo in primo piano delle chitarre elettriche o della ritmica del rock. Qualcosa che ha spinto Phillips a trovare un magico trait d’union tra la musica per immagini e quella destinata a un ascolto complementare. Dove magari è più importante costruire con lentezza uno sfondo avvolgente di colori ed è meno essenziale sorprendere in pochi secondi con cesure nette o primi piani d’effetto.

Ed è proprio così che proviamo ad analizzare le 44 composizioni di Gemini – Pieces For Piano, una per una, un disco alla volta, con poche parole e pensieri, lentamente. Come se i rimandi, le idee e i colori, appunto, nati nella mente di chi ascolta, diventino materiale grezzo di una recensione il più fluida possibile. Ecco il risultato, brano per brano, sensazione per sensazione…

GEMINI – PIECES FOR PIANO

DISCO 1

1 – River Of Serenity

Arpeggio ternario della mano sinistra, tema a ottave con la destra. Tempo rubato, parte iniziale affermativa e pacata, seguita da una modulazione impressionista di sapore bucolico. Rientra il tema principale con più solennità, i bassi del pianoforte scolpiti nel marmo. Scorrono le acque serene, sotto una melodia semplice ben cadenzata. Fluidità estrema, finale sull’ottava più alta della mano destra mentre la sinistra chiude arpeggiando.

2 – Sanctum

Echi di inni antichi alla Charterhouse School nei primi accordi statuari di pianoforte. La melodia nasce da sola parallela a questi accordi, mentre i bassi profondi del piano punteggiano i cambi. Dopo circa un minuto e venti secondi il tema modula in un modo emozionalmente unico, qualcosa che avvicina l’ascoltatore già in possesso dei codici armonici di Phillips dai tempi di TRESPASS e di THE GEESE & THE GHOST. La modulazione lascia spazio, dopo metà brano, alla ripresa iniziale degli accordi, questa volta accompagnati da un arpeggio lento sulla mano destra. Rientro del tema emozionante, più rallentato nella seconda parte, in vista di una coda “divina”. Il Sanctum finisce come un vero inno, pur lasciando tintinnare il piano sulle ottave alte della mano destra.

3 – Oblique

Una linea ondulata, trasversale e obliqua come suggerisce il titolo, scende da destra (in alto) a sinistra (in basso). È l’arpeggio della mano sinistra del piano su cui si snoda la sequenza di accordi e di basso discendente dell’intera composizione. La solennità ciclica viene scandita dalla mano destra, con una melodia che punteggia i tempi forti dell’arpeggio. Tutto ciò fino a circa metà brano, quando il tutto si fa più repentino, la figura iniziale è velocizzata e infine prende il sopravvento l’arpeggio nella mano destra. L’ultima parte del brano si fa infatti più vorticosa, la sinistra scandisce solo gli accordi e l’arpeggio melodico chiude in frenata. Tre minuti abbondanti di puro moto obliquo fra le due mani e il cuore.

4 – Testament

Il vortice del brano precedente si calma con un altro tipo di arpeggio, più adagio e romantico, meno impressionista di quanto ascoltato fin qui. Modulazione classica quasi beethoveniana, una sorta di studio pianistico nella parte iniziale. Seguito però da una discesa sui bassi più cadenzata e quartine veloci sulla mano destra che portano una tempesta emotiva nella parte centrale del brano. Riprende infine l’arpeggio con la melodia posata dell’inizio, a ribadire la natura testamentaria del titolo della composizione. Un lascito in tonalità maggiore che sa molto di quiete prima della tempesta.

Gemini Pieces For Piano
Anthony Phillips – Gemini Pieces For Piano (foto di Mark Latham)

5 – Twister

Ed eccolo qui il primo tornado del disco. Non c’è bisogno di tradurre il titolo, visto che i tragici accordi bassi introduttivi ripetono il mantra di un evento – lento e profondo – che spazza via tutto. Man mano che passano i secondi la tempesta sembra calmarsi, gli accordi si alternano a un’unica nota battuta, sempre la stessa. Un tono mahleriano che non abbandona mai il brano e che anzi riprende profondità con i bassi estremi dopo la parte centrale più pacata. Resta infine solo la stessa identica nota battuta e ripetuta dell’inizio a chiudere il tornado. Quando la catastrofe diventa pura arte minimalista.

6 – Solitude

Punto di unione perfetto tra romanticismo e impressionismo, il tutto svolto nell’arco di appena due minuti. Riecheggia col dovuto rispetto e una sonorità reverberata su misura la struggente Pavane pour une Infante défunte (di Maurice Ravel), personalizzata magistralmente in questo intervallo di pura e malinconica tristezza.  

7 – Kaleidoscope

Le due mani arpeggiano specularmente una melodia divisa in due terzine e un tempo binario. Esattamente come il movimento roteante di un caleidoscopio, ogni tanto il pianoforte si prende una pausa e riattacca con una sezione armonicamente diversa. A quella immaginifica e positiva dell’inizio ne segue una più drammatica che modula tenendo lo stesso identico ritmo arpeggiato tra le due mani. La parte centrale entra in un vortice illusionistico, la mano sinistra a tratti sembra riprendere una scala esatonale che suona piuttosto familiare a chi ha masticato a fondo le tante raccolte Private Parts & Pieces dell’autore. Infine la ripresa dell’inizio, vera liberazione emotiva seguita da pochi sparuti accordi prima dell’arpeggio finale, sulle ottave alte a bicordi con le due mani. La riverberazione del pianoforte contribuisce all’offuscamento visivo e caleidoscopico del titolo.

8 – Spring Fair

Ogni sagra primaverile, con tanto di déjeuner sur l’herbe che si rispetti, non può iniziare con una stasi sonora e ritmica. E infatti lo svolazzamento di insetti sotto la brezza leggera è la prima cosa che viene in mente ascoltando l’attacco pianistico di questo brano. Una melodia binaria leggera viene scandita dalla mano sinistra, mentre veloci sestine più alte la contrappuntano in perfetta simbiosi ritmica con la mano destra. Dopo circa 30 secondi la ripetizione di questa apertura sottolinea sensibilmente la sensazione di un aumento della folla accorsa alla fiera primaverile del titolo.

Aumentano anche le mani sul pianoforte (quattro), con un ricamo melodico sulla mano destra, probabilmente sovrainciso. Le sestine continuano imperterrite la loro corsa, come formiche o meglio folla in moto velocizzato osservata da lontano. Pian piano gli accordi modulano e l’atmosfera si fa più trionfale, i bassi scendono gravi e movimentano anche loro la melodia della mano sinistra. Neanche si arriva a metà brano ed ecco che tutto cambia. Una sequenza di note incastrate in un arpeggio a due mani senza un tempo facilmente riconoscibile: qualcosa deve essere successo nel bel mezzo della Spring Fair. Un monologo pianistico a suo modo cinematografico precede una nuova simbiosi di tema binario sulla mano sinistra e sestine sulla destra.

Questa volta però sembra essere piombati in una pellicola drammatica dal sapore nouvelle vague, se non fosse che le modulazioni del piano ci portano presto in un territorio di nuovo impressionista, dove la natura ci accoglie con i suoi colori tenui e caldi. Ecco quindi che nell’ultimo minuto la sagra torna alla sua iperattività, con le sestine alte vorticosamente veloci e il tema statuario che scende sui bassi profondi. Il tutto finisce con uno stacco imperioso tra basso e accordi, come in un’esecuzione concertistica che lancia l’applauso.

9 – Gravitas

Il titolo è molto lontano dalla scena agreste del brano precedente, ma in qualche modo la tecnica pianistica su cui è costruito l’impianto melodico e armonico ha uno stile simile. L’arpeggio stavolta è costituito da quartine, mentre la melodia è scandita da semplici note solitarie in concomitanza di ogni seconda quartina. Sotto tutto ciò i bassi profondi danno la gravitas drammatica insita nel titolo. Passa un minuto e anche gli accordi si fanno più gravi, per un momento centrale di pausa dalle quartine. Il movimento riprende però presto, per fermarsi infine su una scala discendente dall’alto dal sapore chopiniano. Nei rintocchi funebri finali torna quella gravitas mahleriana già avvertita nei primi brani del disco.

Anthony Phillips: Gemini – Pieces For Piano – photo by Patrizia Marinelli

10 – Piece for C.S.

Il primo dei due brani dedicati dall’autore agli amici scomparsi, questo Piece per Colins Sturge presenta una particolarità tipica dell’arte compositiva di Anthony Phillips. Saper comunicare un’emozione con un’idea molto semplice in apparenza, in questo caso un arpeggio con le due mani del pianoforte, ma con una ritmica di base non binaria né ternaria. Le note si muovono infatti in gruppi di quintine ma scandendo un arpeggio melodico lento, percepito come se fosse adagiato su un tempo pari e non dispari. Ad ogni modo il brano prende la sua evoluzione nella parte centrale, svolazzando con le due mani che velocizzano un nuovo arpeggio. Un’alternanza che si ripete di nuovo per poi chiudere con l’inizio, stavolta riecheggiato (o sovrainciso?) con accenti su note altissime.

11 – Odyssey Of A Somnambulant

Per come inizia e si sviluppa questa composizione, la sensazione è che l’autore si sia lasciato trasportare unicamente dalle sue mani. Come il sonnambulo del titolo, procede con schemi melodici e ritmici in apparenza regolari ma pronti a svoltare all’improvviso nell’inconscio. Ecco perché sembra che le due mani suonino l’incastro degli arpeggi iniziali in maniera libera, cambiando ciecamente tonalità e ritmo dopo appena 35 secondi. Claude Debussy andrebbe fiero di ciò che succede in quel punto, con l’arpeggio che si fa minimalista, i bassi profondi si alternano all’incastro melodico più alto delle due mani.

Siamo in un sogno, sollevati da tutto, non è un incubo ma qualcosa ci fa sentire stranamente deboli. Ecco che a metà brano un nuovo arpeggio della mano sinistra, più seduto e magistralmente contrappuntato da bassi e melodia della mano destra, ci fa entrare definitivamente in questa Odissea del Sonnanbulo. Ne usciamo solo a un minuto dalla fine, quando le vesti svolazzano al vento dell’alba e le cascate di note discendenti si alternano agli arpeggi malinconici di chiusura. 

12 – Confessional

Si torna all’essenzialità delle quartine, sulle quali Phillips contrappunta una melodia barocca di grande emotività. Un brano pianistico che urla per una versione orchestrale, magari cameristica di solo quartetto d’archi. Anche il suono dello Steinway si fa più antico, l’odore del legno del confessionale è evocato qui con grande maestria. La scala discendente che chiude con impeto drammatico sul basso profondo, dando spazio all’ultima cadenza, è puro cinema in musica.

13 – Penitence

Nella lingua inglese c’è un modo per definire il tocco pianistico: “ticking the ivories”. Figurativo e acusticamente onomatopeico, è questo che viene in mente nella breve “penitenza”, neanche due minuti, di questo magnifico arpeggio impressionista. Siamo ancora nel mezzo del sogno, adesso pacato e malinconico.

14 – Lost Love

In qualche modo sembra nascere, più lento, dalla traccia precedente. Stavolta però l’arpeggio è decisamente imparentato con lo stile chitarristico di Anthony Phillips e la melodia è assolutamente struggente. Un tema d’amor perduto dal sapore cinematografico, che si fa più drammatico nella discesa degli accordi bassi a metà brano. La ripresa della melodia sulle ottave è reminiscente del Ravel più intenso e svela anche la presenza di una terza mano a incidere gli intarsi necessari sulla tastiera del pianoforte.

15 – Cradle of Night

Ninna nanna notturna scolpita con un’alternanza di accordi che fondano una melodia dondolante. Così all’inizio e alla fine del brano, una sorta di accompagnamento onirico al sonno. Al centro invece il tempo dell’arpeggio (mano sinistra) si fa ternario, mentre la destra echeggia una nuova melodia sognante dalle ottave alte in giù. Tutto rallenta, come in un sogno, prima dell’altalena iniziale degli accordi che viene ripresa nuovamente. In coda l’ennesima variazione ternaria richiude rallentando sui tasti più alti del pianoforte.  

Anthony Phillips: Gemini – Pieces For Piano – photo by Patrizia Marinelli

16 – Golden Days

Cambio di scenario, sembra apparire una di quelle stampe fin de siècle con tanto di signore eleganti e ombrellini sulla proménade. Manifesti art déco, nostalgia vagamente parigina, a tratti bucolica. La melodia evoca i tempi d’oro del titolo e al tempo stesso ci ricorda la facilità con cui Phillips riesce a tinteggiare paesaggi e atmosfere d’epoca nell’arco di poco più di due minuti.

17 – Empyrean

La partenza degli accordi e dei bassi scultorei, con le loro armonie aperte, è da Grande Esposizione   Universale ottocentesca. Poi però le veloci quartine medio alte della mano destra svelano una melodia più misteriosa ben incastrata con i bassi profondi. L’atmosfera è pacata ma con moto, gli accordi sempre aperti armonicamente si fanno più leggeri. Presto la mano destra riprende a velocizzare sempre di più, fino a una salita retta dai bassi di nuovo marmorei. Al centro del brano ci sono molte variazioni ritmiche, quasi nello stile della discografia prog di Phillips. La mano destra svolazza su bassi e accordi scanditi, si avverte un senso di improvvisazione che rimanda al suggerimento “empirico” del titolo. La ripresa iniziale in coda è infine più dinamica, rivelando anche il probabile sforzo esecutivo dell’autore nell’utilizzare a pieno l’estensione degli 88 tasti del   suo Steinway.

18 – Dying Star

Un moto lento svolto da quartine lontane arpeggiate, con pochi accenti alti molto reverberati della mano sinistra. Seppur brevissimo, questo brano richiama magistralmente il senso di spazio siderale insito nel titolo.

19 – Forest Green

Brano autunnale, paesaggistico. Tra gli accordi intercalati a una semplice melodia costruita su intervalli piuttosto larghi, emergono i raggi di un sole tiepido. L’intreccio armonico richiama la vegetazione di un bosco che filtra la luce. In questi due minuti di breve inno pianistico la melodia si insinua come il sole tra le foglie e il rimando emotivo è al tempo che va e che torna.

20 – Memoir

Il titolo prolunga la sensazione nostalgica dei brani precedenti, questa volta con uno sviluppo armonico più raveliano. I bassi profondi cadenzano la linea melodica, in una sorta di ricordo testamentario. A metà brano il tutto è ancora più scandito con accordi in modalità maggiore accentati. Gli intervalli tra i bassi e gli alti si allargano notevolmente, come se il cuore si aprisse a dismisura per contenere le emozioni di una vita intera in poco più di due minuti. Fate attenzione a traccia ultimata, quando dopo 20 secondi di attesa parte un brevissimo interludio in reverse, a occhio e croce un frammento del pianoforte riascoltato al contrario. Chissà se a qualcuno verrà in mente la sognante apertura di Wind:Tales datata 1977…

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