“Il tempo è ancora nostro”: il golf diventa metafora di riscatto
Il cinema italiano scopre il golf attraverso una storia di amicizia e seconde possibilità. Nel panorama del cinema italiano contemporaneo, sempre più orientato verso temi sociali e racconti intimisti, arriva un progetto capace di unire sport, emozioni e riflessione sociale. “Il tempo è ancora nostro”, opera prima del regista Maurizio Matteo Merli, rappresenta infatti il primo lungometraggio italiano ambientato nel mondo del golf, disciplina raramente esplorata dal cinema nazionale ma utilizzata qui come chiave narrativa per raccontare fragilità, amicizia e desiderio di riscatto.

Il film, prodotto da Father & Son insieme ad Aurumovie di Alessandra Scardellato, è stato presentato anche alle Giornate degli Autori della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, confermando fin da subito la volontà di proporre un’opera dal forte valore umano oltre che sportivo.
Recensione “Il tempo è ancora nostro”: il golf come metafora di rinascita
Il tempo è ancora nostro: Due uomini, due mondi opposti uniti dal golf
Al centro della storia ci sono Tancredi e Stefano, interpretati rispettivamente da Ascanio Pacelli e Mirko Frezza. Due uomini cresciuti insieme ma appartenenti a universi sociali completamente differenti.
Tancredi è un uomo elegante, benestante, apparentemente realizzato, ma incapace di gestire davvero gli affetti e la propria vita familiare. Stefano, al contrario, porta sulle spalle il peso delle dipendenze, delle difficoltà economiche e di anni trascorsi ai margini della società. A unirli, fin dall’adolescenza, è il golf: non semplice sport elitario, ma luogo simbolico dove confrontarsi con sé stessi e con il proprio passato.
Il film costruisce così un racconto che attraversa oltre trent’anni di vita, dal 1989 al 2022, mostrando come il tempo possa dividere le persone ma anche offrire nuove occasioni per ritrovarsi.
Alessandra Scardellato: “Lo sport può creare legami autentici”
La co-produttrice Alessandra Scardellato ha più volte sottolineato il significato sociale del progetto, evidenziando come lo sport venga raccontato non soltanto come competizione, ma soprattutto come esperienza capace di generare relazioni autentiche.
Secondo la produttrice, il film nasce dalla volontà di riportare al centro valori oggi spesso dimenticati: lealtà, amicizia sincera, solidarietà e capacità di rialzarsi dopo gli errori. Temi che diventano ancora più potenti all’interno di uno sport come il golf, spesso percepito in maniera stereotipata come disciplina distante dalla quotidianità comune.
La scelta di raccontare proprio il golf rappresenta quindi anche una sfida culturale. Il film prova infatti a demolire l’immagine esclusivamente elitaria di questo sport, mostrando invece il lato psicologico e umano della disciplina: concentrazione, controllo emotivo, pazienza e confronto continuo con i propri limiti.
Il golf come linguaggio cinematografico
Uno degli aspetti più interessanti dell’opera è il modo in cui il golf viene utilizzato dal regista Maurizio Matteo Merli. I campi verdi, il silenzio prima del colpo, la tensione mentale e il ritmo lento della partita diventano strumenti narrativi attraverso cui emergono le fragilità dei protagonisti.
Nel film il golf non è soltanto ambientazione, ma vera metafora esistenziale. Ogni errore sul campo richiama gli errori della vita; ogni tentativo di recuperare una partita ricorda il bisogno umano di ottenere una seconda possibilità.
È proprio questa dimensione introspettiva ad aver attirato l’attenzione della Federazione Italiana Golf e di diversi partner che hanno sostenuto la produzione del progetto, contribuendo a dare visibilità a una disciplina ancora poco rappresentata nel cinema italiano.
Un cast costruito sull’equilibrio tra esperienze diverse
Uno degli elementi più apprezzati dalla produzione riguarda la scelta del cast. Ascanio Pacelli e Mirko Frezza arrivano infatti da percorsi artistici e personali profondamente differenti, ma proprio questa distanza contribuisce a rendere credibile il rapporto tra i due protagonisti.
Pacelli porta nel film una presenza elegante e misurata, mentre Frezza restituisce autenticità e intensità emotiva a un personaggio segnato dalle difficoltà della vita. Accanto a loro spicca Andrea Roncato nel ruolo di Costantino, figura paterna e guida morale che tiene unite le due esistenze.
Nel cast figurano inoltre Miguel Gobbo Diaz, Simone Sabani e Viktorie Ignoto, all’interno di un ensemble che punta più sulla verità emotiva dei personaggi che sull’effetto spettacolare.
Aurumovie e il cinema con funzione sociale
“Il tempo è ancora nostro” si inserisce perfettamente nel percorso produttivo di Aurumovie, società che negli ultimi anni ha sviluppato progetti legati a tematiche sociali di forte impatto.
Tra le opere ricordate da Alessandra Scardellato figura “Doppia Vita”, documentario dedicato alla violenza sulle donne e presentato alla Camera dei Deputati. A questo si aggiungono “Generazione Poker”, focalizzato sul tema della ludopatia, e “Per Sempre Insieme”, che affronta il dramma degli incidenti stradali.
Produzioni differenti tra loro ma accomunate dalla volontà di utilizzare il linguaggio cinematografico come strumento di sensibilizzazione sociale e culturale.
Il tempo è ancora nostro: Quando il cinema torna a parlare di valori
In un periodo storico in cui il cinema spesso rincorre soltanto l’intrattenimento veloce, “Il tempo è ancora nostro” prova invece a recuperare una dimensione più umana e riflessiva.
Il film non racconta eroi invincibili, ma persone fragili che cercano di ricostruire sé stesse attraverso il rapporto con gli altri. E proprio qui emerge il messaggio più forte dell’opera: il tempo, nonostante gli errori e le ferite, può ancora offrire occasioni di cambiamento.
Un messaggio semplice ma potente, che rende il film non soltanto una storia sportiva, ma un racconto universale sulle relazioni, sul perdono e sulla possibilità di ricominciare.



















