Intervista a Elisa Fossati: sguardi sull’arte tra scrittura e fotografia.
Elisa Fossati (LINK) è una professionista che lavora tra scrittura, fotografia e curatela, con esperienze che spaziano dalla Biennale di Venezia al Festival dei Due Mondi. Il suo percorso unisce rigore, sensibilità e una visione culturale molto definita.
Quando la redazione mi ha passato il contatto di Elisa Fossati, sapevo che avrei incontrato una figura capace di muoversi tra scrittura, fotografia e curatela con una naturalezza rara. Ho realizzato questa intervista via email e, anche a distanza, è emersa una profondità che non ha bisogno di forzature: uno sguardo che osserva, ascolta e restituisce l’arte senza fretta.
Mi interessava capire come si costruisce uno sguardo così articolato, capace di tenere insieme scrittura, fotografia e curatela senza perdere profondità. Dalle sue parole emerge un approccio che unisce rigore e sensibilità, e che trasforma ogni esperienza in un’occasione di lettura culturale.
Quella che segue è l’intervista completa.

Nel suo percorso professionale, come si intrecciano la scrittura giornalistica e lo sguardo fotografico? sono due linguaggi distinti o complementari?
Per me non sono mai stati davvero separati. La scrittura cerca di dare un senso, di mettere ordine, di dare forma ai pensieri mentre la fotografia è più immediata, coglie un attimo che spesso sfugge alle parole. Sono due linguaggi diversi, ma si completano: uno approfondisce, l’altro rivela. Col tempo ho capito che sono due dimensioni che si alimentano a vicenda. Se ci si pensa spesso uno scatto può diventare racconto, così come un articolo può generare un’immagine mentale. In entrambi i casi, però, il punto di partenza è lo stesso, uno sguardo attento su ciò che accade.
Lei ha partecipato come co-curatrice a eventi di grande prestigio come la Biennale di Venezia e il Padiglione Spoleto, cosa significa oggi costruire un progetto culturale di respiro internazionale?
Significa saper dialogare con culture, sensibilità e linguaggi diversi, mantenendo però una visione coerente. Oggi più che mai un progetto internazionale non è solo una vetrina, ma uno spazio di confronto, di dialogo, è creare spazio dove incontrarsi senza forzature. Richiede capacità organizzativa, ma anche responsabilità culturale perché ogni scelta curatoriale contribuisce a costruire un racconto globale dell’arte contemporanea.
La Biennale di Milano rappresenta un altro importante punto di riferimento: quali differenze e peculiarità ha riscontrato rispetto ad altri contesti espositivi?
Ogni contesto ha un’identità propria. Milano ha un ritmo diverso, più legato alla contemporaneità e alla sperimentazione, ha una dimensione più dinamica e diffusa, profondamente legata al tessuto urbano. È una città che chiede immediatezza ma anche profondità. Rispetto ad altri contesti, ho percepito una maggiore tensione verso il presente, verso ciò che sta accadendo adesso, e questo si riflette anche nel modo in cui l’arte viene proposta e fruita.

Il Festival dei Due Mondi di Spoleto è una realtà storica e simbolica, quanto è importante oggi mantenere vivo il dialogo tra le diverse arti?
È fondamentale, oggi più che mai. Le arti, quando dialogano, si arricchiscono a vicenda, è ciò che permette alla cultura di evolvere. In un momento in cui tutto tende a separarsi e a semplificarsi, creare connessioni tra linguaggi diversi e mantenere uno spazio di incontro significa preservare la complessità. Il Festival dei Due Mondi, durante il quale ho avuto la fortuna di lavorare, rappresenta proprio questa capacità di mettere in relazione mondi differenti, generando nuove visioni.
Lei ha collaborato con figure di rilievo come Vittorio Sgarbi: cosa ha appreso da queste esperienze a stretto contatto con personalità così forti?
Lavorando con grandi personalità come Vittorio Sgarbi, Francesco Alberoni, Paolo Liguori ho imparato soprattutto il valore di una visione chiara e della libertà intellettuale. Poter collaborare da vicino con personalità di questo livello è stata per me una vera scuola di vita, oltre che professionale. Ho cercato di osservare, ascoltare e apprendere il più possibile da ognuno di loro, cogliendo non solo le competenze, ma anche l’approccio, il rigore e la capacità di sostenere una idea. Sono esperienze che ti formano in profondità e ti spingono a sviluppare uno sguardo sempre più consapevole e autonomo.
La sua fotografia ha un’impronta riconoscibile: cosa cerca di catturare in uno scatto? L’estetica, l’emozione o il racconto?
Direi un equilibrio tra le tre ma, se devo scegliere, mi lascio più guidare dall’istinto e dal momento. Mi interessa cogliere un frammento che suggerisca una storia, anche solo accennata, ma restando sempre aperta a ciò che accade. L’estetica è importante, ma non basta, è l’emozione ciò che rende uno scatto vivo nel tempo. Mi interessa fermare un momento che possa suggerire qualcosa, anche in modo silenzioso, lasciando spazio a chi guarda di interpretarlo.

In un’epoca dominata dai social e dall’immagine immediata, come si distingue oggi una fotografia realmente significativa?
Si distingue per la sua capacità di resistere nel tempo. Viviamo in una sovrapproduzione di immagini, ma poche restano. Una fotografia significativa è quella che continua a interrogarti, che non si esaurisce nello sguardo veloce. Ha una profondità che va oltre l’impatto immediato. Ti obbliga a fermarti, anche solo per un attimo.
Qual è stato il progetto o l’incontro che più ha segnato il suo percorso umano e professionale?
Non credo ci sia un solo momento. Piuttosto, una serie di incontri e situazioni che, messi insieme, hanno costruito nel tempo il mio percorso. Se dovessi, però, pensare al mio trascorso direi che un vero punto di svolta è stato l’incontro professionale con il curatore d’arte Salvo Nugnes, reporter e scrittore. Grazie a lui ho avuto l’opportunità di ampliare il mio pensiero e di confrontarmi con una visione molto articolata del sistema dell’arte. È stata un’esperienza estremamente formativa, da cui ho imparato moltissimo, sia sul piano professionale che umano.
Guardando al futuro, quali sono le sfide e le nuove direzioni che intende esplorare nel mondo dell’arte e della comunicazione?
La sfida è restare autentici in un contesto che cambia continuamente, riuscendo a costruire un linguaggio che sia coerente ma anche capace di evolversi. Mi interessa approfondire sempre di più l’integrazione tra diversi media – scrittura, immagine, video – e sviluppare progetti che abbiano una dimensione internazionale ma anche un forte identità culturale. Credo che la vera sfida sia proprio questa: restare aperti al cambiamento, ma con uno sguardo riconoscibile.

Nel suo lavoro di curatrice, come cambia il suo approccio quando si confronta con artisti emergenti rispetto a figure già affermate?
Ogni incontro richiede un ascolto diverso. Con gli artisti emergenti sento una responsabilità particolare, quella di accompagnare, valorizzare, a volte anche aiutare a mettere a fuoco una direzione. È un dialogo molto aperto, in cui spesso si cresce insieme. Con artisti già affermati, invece, il confronto si sposta su un altro piano. C’è una visione più definita, una consapevolezza consolidata, e il mio ruolo diventa quello di entrare in sintonia con quel percorso, rispettandone l’identità ma cercando comunque nuove chiavi di lettura.
Qual è, secondo lei, il ruolo che la critica e il giornalismo culturale dovrebbero avere oggi in un panorama sempre più veloce e digitale?
Credo che oggi, più che mai, la critica e il giornalismo culturale abbiano il compito di rallentare il tempo. In un contesto dominato dalla velocità e dalla quantità, diventa fondamentale offrire profondità, strumenti di lettura, capacità di orientamento. Non si tratta solo di informare, ma di creare connessioni, di aiutare il pubblico a sviluppare uno sguardo più consapevole. È una responsabilità importante, che richiede rigore ma anche sensibilità.

Nel suo lavoro c’è un momento, un gesto, un dettaglio che le ricorda ogni volta perché ha scelto questo percorso?
Sì, ed è qualcosa che accade ogni volta in modo diverso. Può essere uno sguardo davanti a un’opera, un momento di silenzio durante un allestimento, o anche una conversazione inaspettata. Sono attimi in cui percepisco chiaramente il senso di ciò che faccio. È lì che ritrovo la motivazione più autentica, quella che va oltre il lavoro e diventa parte di un percorso personale.
Quando pensa al futuro, quale desiderio personale o professionale sente più urgente coltivare?
Più che un obiettivo preciso, sento l’urgenza di continuare a crescere senza perdere autenticità. Vorrei portare avanti progetti che abbiano un significato profondo, che creino connessioni reali tra le persone e l’arte. Allo stesso tempo, desidero mantenere uno spazio di ricerca personale, perché è proprio lì che nascono le intuizioni più vere.
Quello che mi resta di questa intervista è la sua capacità di guardare l’arte senza fretta. Nelle sue parole ho percepito una calma lucida, uno sguardo che non corre ma approfondisce. E’ una qualità che lascia davvero il segno.










































