Francesca Tandoi ed il suo jazz: SongBook Vol.1 – Intervista
Francesca Tandoi: intervista oltre la promozione.

8 domande pensate per entrare nel cuore della sua poetica compositiva, con un taglio jazzistico, ma autoriale.
D: Dopo anni in cui il pubblico ti ha conosciuta soprattutto come interprete e pianista, cosa ti ha spinto oggi a presentarti con un album interamente composto da brani originali? C’è stato un momento preciso in cui hai sentito che era arrivato il tempo di raccontare una storia completamente tua?
R: Per molti anni mi sono espressa attraverso gli standard e attraverso la musica di grandi compositori che amo profondamente. Però, parallelamente alla mia attività di interprete, ho sempre scritto. A un certo punto ho sentito che quelle composizioni avevano raggiunto una maturità tale da meritare uno spazio autonomo. Non c’è stato un momento preciso, quanto piuttosto una consapevolezza crescente: il desiderio di condividere una parte di me che il pubblico ancora non conosceva
Francesca Tandoi: il nuovo album
D: Il titolo SongBook Vol.1 richiama immediatamente la tradizione dei grandi compositori jazz, da Ellington a Jobim, fino ai moderni songwriters. Che significato attribuisci alla parola “songbook” nel 2025 e quale posto pensi possano occupare oggi nuove composizioni originali all’interno di un linguaggio jazzistico sempre più globale?
R: Per me la parola songbook richiama l’idea di un patrimonio di canzoni destinate a vivere nel tempo, oltre il momento in cui vengono scritte. Naturalmente oggi il mondo è molto diverso rispetto all’epoca di Gershwin, Ellington o Jobim: il jazz è diventato un linguaggio globale, aperto a influenze provenienti da ogni cultura. Credo però che il bisogno di nuove melodie e nuove storie sia rimasto immutato. Se una composizione riesce a parlare alle persone, può ancora trovare il proprio posto all’interno di questa tradizione.
D: Nella storia del jazz, scrivere un tema memorabile è spesso considerato più difficile che improvvisare un grande assolo. Quando componi, cerchi prima una melodia che possa vivere autonomamente oppure costruisci il brano pensando all’interazione e alla libertà dei musicisti che lo suoneranno?
R: Quasi sempre parto dalla melodia. È l’elemento che mi emoziona di più e che considero il cuore di una composizione. Allo stesso tempo, essendo una musicista jazz, penso anche allo spazio che quel brano offrirà agli interpreti. Mi piace immaginare una canzone che possa vivere sia nella sua forma più semplice sia attraverso le molteplici possibilità che emergono nell’improvvisazione.
Il brano “Hope”
D: “Hope” sembra muoversi in una dimensione emotiva molto aperta e luminosa, lontana da certi cliché del jazz contemporaneo più cerebrale. Quanto è importante per te che una composizione jazz riesca a comunicare immediatamente anche a un ascoltatore che non possiede gli strumenti tecnici per analizzarla?
R: È fondamentale. Amo la complessità del jazz, ma credo che la musica debba innanzitutto comunicare. Se una composizione riesce a emozionare qualcuno che non ha alcuna conoscenza tecnica, allora ha già raggiunto qualcosa di importante. La profondità non deve necessariamente essere sinonimo di difficolta, spesso la vera sfida è riuscire a dire molto con naturalezza.
D: La collaborazione con Becca Stevens introduce una sensibilità che attraversa jazz, folk, songwriting e musica contemporanea. In che modo il confronto con artisti provenienti da mondi diversi influenza il tuo processo creativo e ti aiuta a ridefinire il tuo linguaggio pianistico?
R: Collaborare con artisti come Becca Stevens è estremamente stimolante perché permette di uscire dalle proprie abitudini. Quando entri in contatto con musicisti che provengono da percorsi diversi, scopri nuovi modi di concepire il suono, il ritmo, la scrittura e persino il silenzio. Questo arricchisce inevitabilmente il mio linguaggio e mi spinge a rimanere curiosa e aperta.
Francesca Tandoi e le sue composizioni
D: Molti jazzisti descrivono la composizione come un’estensione dell’improvvisazione, altri come il suo esatto opposto. Nel tuo caso, i brani di SongBook Vol.1 nascono più spesso da un’intuizione spontanea al pianoforte o da un lavoro di costruzione e rifinitura quasi artigianale?
R: Direi entrambe le cose. Molti brani nascono da un’intuizione spontanea al pianoforte, da una melodia o da una progressione armonica che appare quasi all’improvviso. Però la composizione richiede anche un lavoro di rifinitura molto accurato. Mi piace pensare che l’ispirazione accenda la scintilla, ma che sia poi il lavoro artigianale a darle una forma compiuta.
D: Ascoltando un disco di inediti ci si chiede sempre quanto dell’autore rimanga nascosto dietro le note. Quale aspetto della tua personalità o della tua esperienza umana emerge in questo album e difficilmente avrebbe potuto trovare spazio in un repertorio di standard?

R: Credo che questo album mostri soprattutto il mio lato più personale e vulnerabile. Quando interpreto uno standard entro in dialogo con una storia già esistente e quando scrivo un brano originale, invece, parto da esperienze, emozioni e riflessioni che appartengono direttamente alla mia vita. In questo senso SongBook Vol.1 racconta una parte di me che difficilmente avrebbe trovato spazio attraverso il repertorio tradizionale.
Francesca Tandoi e l’eredità di Songbook Vol. 1
D: Il titolo lascia intuire un possibile seguito. Se tra dieci anni dovessi riguardare questo SongBook Vol.1, quale vorresti che fosse la sua eredità: una fotografia della Francesca Tandoi di oggi o il primo capitolo di un percorso compositivo destinato a trasformarsi nel tempo?
R: Mi piacerebbe che fosse entrambe le cose. Da un lato rappresenta una fotografia molto sincera del momento che sto vivendo oggi come artista e come persona. Dall’altro spero che venga percepito come l’inizio di un percorso compositivo destinato a evolversi nel tempo. Il titolo Vol.1 non è casuale: contiene l’idea di una storia ancora aperta, con molte pagine da scrivere.
Grazie Francesca e…buona Musica!
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