Intervista a Chiara Carlotta Leonetti per il libro “Psicologia per le arti formative”

Chiara Carlotta Leonetti pubblica “Psicologia per le arti formative”. La psicologia entra nel mondo dello spettacolo: presentazione ed intervista all’autrice.

Con “Psicologia per le arti performative”, Chiara Carlotta Leonetti (LINK) porta l’attenzione sulla salute mentale di attori, danzatori, cantanti e professionisti della scena.Cosa accade nella mente di un attore quando deve abitare emozioni che non gli appartengono, ma che possono incontrare esperienze profonde della sua vita?

E quale prezzo psicologico può avere un mestiere nel quale corpo, emozioni, identità e giudizio degli altri diventano ogni giorno strumenti di lavoro?

Le domande al centro di “Psicologia per le arti performative”

Chiara Carlotta Leonetti

Sono alcune delle domande al centro di “Psicologia per le arti performative”, il nuovo libro di Chiara Carlotta Leonetti, in libreria dall’11 settembre per Carocci Editore.

Il volume si presenta come il primo manuale italiano dedicato in modo sistematico alla salute mentale e ai meccanismi psicologici delle professioni dello spettacolo.

Un settore spesso osservato attraverso gli strumenti della psicologia dello sport, ma che secondo Leonetti possiede caratteristiche tanto specifiche da richiedere un approccio autonomo.

Nello sport il risultato può essere misurato attraverso tempi, punteggi e prestazioni; nello spettacolo il giudizio resta invece inevitabilmente legato a elementi soggettivi.

L’artista attraverso le sue emozioni

L’artista, inoltre, non porta sulla scena soltanto una tecnica, ma espone il corpo, attraversa emozioni e mette in gioco aspetti della propria identità.

Per gli attori esiste poi una relazione particolare con il personaggio, soprattutto quando storie e ruoli intercettano esperienze personali o stati emotivi particolarmente intensi.

Leonetti costruisce così un percorso nel quale psicoterapia, neuroscienze, pedagogia teatrale e ricerca contemporanea dialogano per comprendere cosa significhi, psicologicamente, vivere di spettacolo.

Ansia da prestazione, attenzione, identità, regolazione emotiva e dinamiche di gruppo

Ansia da prestazione, attenzione, identità, regolazione emotiva e dinamiche di gruppo sono alcuni dei temi affrontati nelle oltre duecento pagine del manuale.

Ma lo sguardo si allarga anche alla precarietà professionale, alle relazioni di potere e alle condizioni lavorative che possono incidere profondamente sul benessere dell’artista.

Una parte importante della riflessione riguarda il corpo, contemporaneamente mezzo espressivo, strumento professionale e luogo sul quale possono concentrarsi aspettative, pressioni estetiche e insicurezze.

Immagine di sé, infortuni e cambiamenti fisiologici entrano quindi nell’analisi di professioni nelle quali la dimensione corporea accompagna inevitabilmente quella creativa ed emotiva.

Gli artisti e la loro maggiore vulnerabilità

La questione assume un peso particolare considerando che le ricerche internazionali segnalano negli artisti una maggiore vulnerabilità ad ansia e depressione rispetto alla popolazione generale.

Nel 2023 la stessa Leonetti ha realizzato un’indagine su oltre ottocento attori professionisti, raccogliendo dati utili a individuare fattori di rischio specifici del settore.

Da qui nasce anche una riflessione sulla presenza dello psicologo nelle produzioni cinematografiche, teatrali e televisive, non soltanto quando emerge una situazione di disagio.

L’obiettivo è favorire una cultura della prevenzione, costruendo un dialogo tra professionisti della salute mentale, interpreti, registi, produzioni e tutte le figure coinvolte.

Il punto di osservazione dell’autrice è particolare perché nasce dall’incontro tra la formazione clinica e una conoscenza diretta, professionale, del mondo dello spettacolo.

Chi è Chiara Carlotta Leonetti

Prima di diventare psicologa e psicoterapeuta, infatti, Chiara Carlotta Leonetti è stata danzatrice e attrice, conoscendo personalmente le dinamiche che oggi studia e affronta.

Ha lavorato inoltre dietro le quinte come coreografa e referente artistica, sperimentando quella complessa rete di rapporti dalla quale prende forma una produzione.

Il libro nasce dunque dall’incrocio di più prospettive e invita a considerare teatro, cinema, televisione e danza anche come ambienti di lavoro particolarmente complessi.

La prefazione del regista Paolo Genovese

Nella prefazione, il regista Paolo Genovese sottolinea proprio questo aspetto: dietro chi produce emozioni per il pubblico esiste innanzitutto una persona da tutelare.

È forse qui che si trova il messaggio più importante del volume: riconoscere che prendersi cura dell’artista significa anche prendersi cura del processo creativo.

“Psicologia per le arti performative” propone quindi un cambio di prospettiva: il benessere psicologico non come elemento accessorio, ma come parte della sostenibilità dello spettacolo.

Un invito rivolto agli artisti, certamente, ma anche a registi, insegnanti, produttori e professionisti chiamati quotidianamente a trasformare emozioni, corpi e relazioni in lavoro.

Chiara Carlotta Leonetti, “Psicologia per le arti performative”, Carocci Editore, collana I Manuali, 206 pagine, 22 euro. In libreria dall’11 settembre.

Intervista all’autrice Chiara Carlotta Leonetti

D.: Lei ha conosciuto il mondo dello spettacolo prima come danzatrice e attrice e poi come psicologa e psicoterapeuta. C’è stato un momento preciso in cui ha capito che agli artisti mancavano strumenti psicologici pensati specificamente per loro?

R.: Si’, ci sono stati due momenti, in particolare, prima come ballerina e poi come attrice. Come ballerina ricordo soprattutto la sensazione di essere costantemente sotto esame. Nella scuola che frequentavo la valutazione era quotidiana e arrivava soprattutto dalle figure apicali. Si andava dalle osservazioni sul corpo ai commenti su quello che portavamo da casa per pranzo, fino a correzioni sulla tecnica e sulle coreografie che, spesso, diventavano vere e proprie denigrazioni. Io sentivo chiaramente di trovarmi in un ambiente poco sano e vedevo anche quanto quel tipo di atteggiamento, proprio perché arrivava dall’alto, alimentasse la competizione tra noi allievi. All’epoca lo vivevo sulla mia pelle, senza avere ancora gli strumenti psicologici per capire fino in fondo cosa stesse succedendo.

L’esperienza di attrice

Poi c’è stato un secondo momento, come attrice. Avevo lavorato per diversi mesi a un personaggio teatrale, immergendomi molto nel ruolo e, alla fine dello spettacolo, mi sono sentita completamente svuotata. Nelle settimane successive ho iniziato a sperimentare alcune sensazioni negative proprie di quel personaggio, e la cosa mi preoccupava. Mi rivolsi a due psicoterapeuti e mi dissero entrambi che era impossibile che il lavoro su un ruolo potesse avere un’influenza di quel tipo. Anni dopo incontrai un terapeuta che aveva esperienza con gli artisti e, quando gli raccontai quello che mi era successo, mi disse semplicemente che sì, poteva capitare. Per me fu una risposta importante, perché finalmente qualcuno riconosceva un’esperienza che fino a quel momento era stata esclusa a priori. In seguito, approfondendo la letteratura internazionale, ho scoperto che ciò che ho sperimentato, era ed è un tema affrontato e studiato.

Conoscere la psicologia, da sola, non significa necessariamente conoscere cosa comporta stare su un palco

Credo che proprio queste due esperienze, prima come ballerina e poi come attrice, mi abbiano fatto capire quanto servano strumenti psicologici pensati sulle specificità di questo lavoro e quanto sia fondamentale che gli artisti possano incontrare psicologi realmente preparati sul settore dello spettacolo. Conoscere la psicologia, da sola, non significa necessariamente conoscere cosa comporta stare su un palco, preparare un personaggio, essere continuamente esposti al giudizio o lavorare in contesti con dinamiche e pressioni molto particolari. È una competenza specifica ed è anche da questa consapevolezza che è nato il percorso che porto avanti oggi.

D.: Nel libro distingue nettamente le arti performative dallo sport. Qual è, dal punto di vista psicologico, la differenza più profonda tra un atleta che affronta una prestazione e un attore che sale sul palco o entra sul set?

R.: Sport e spettacolo hanno molti punti in comune: la tensione verso l’eccellenza performativa, anni di preparazione, prove molto intense e una forte esposizione alla valutazione. Dal punto di vista psicologico, però, ci sono differenze importanti. Lo sport è un ambito più normato, con federazioni, organismi di riferimento e criteri di valutazione spesso maggiormente misurabili. Nello spettacolo la componente soggettiva pesa molto di più, un artista può fare, ad esempio, un ottimo provino ed essere scartato per ragioni che hanno poco a che fare con la qualità della sua performance. Cambia anche il rapporto con il corpo. Per l’atleta è uno strumento da allenare, rafforzare e rendere sempre più preciso; per l’attore, ad esempio, diventa anche materia del personaggio e può essere chiamato a modificarsi rapidamente da un ruolo all’altro, nella postura, nella voce, nella gestualità, nella respirazione e, talvolta, nella stessa fisicità.

Nello spettacolo siamo ancora molto indietro

Infine, nello sport la psicologia è ormai una disciplina consolidata e lo psicologo è sempre più presente nei team. Nello spettacolo siamo ancora molto indietro. Possiamo certamente imparare dalla psicologia dello sport, però le arti performative hanno caratteristiche psicologiche e professionali proprie e credo che richiedano strumenti e competenze specifiche.

D.: Un attore può essere chiamato a interpretare lutti, violenze, traumi o emozioni molto lontane dalla propria quotidianità. Quanto può essere difficile “uscire” da un personaggio e quali strumenti possono proteggerlo?

R.: Dipende molto dall’attore, dal personaggio e anche dal modo in cui viene preparato. Interpretare un ruolo emotivamente molto intenso non significa necessariamente stare male, però può accadere che alcuni vissuti del personaggio persistano anche dopo la fine della performance. In letteratura si parla, per esempio, di difficoltà nel prendere distanza dal ruolo, di emozioni che rimangono attive, di stanchezza, senso di vuoto o di una temporanea sovrapposizione tra aspetti del personaggio e vissuti personali dell’interprete. Per questo nel libro insisto molto sul fatto che alla preparazione del ruolo dovrebbe corrispondere anche una preparazione all’uscita. Esistono pratiche di de-roling che aiutano l’attore a ristabilire il confine tra sé e il personaggio attraverso piccoli rituali di chiusura e tecniche di regolazione. Nei lavori particolarmente intensi possono essere utili anche check-in psicologici durante la lavorazione e uno spazio di decompressione alla fine. 

Un approccio specifico per la preparazione psicologica dell’interprete

Proprio a partire da questa esigenza, ho sviluppato un approccio specifico per la preparazione psicologica dell’interprete al personaggio, che ho presentato in occasione di un simposio internazionale e che ho utilizzato, tra gli altri, con Matteo Branciamore nella preparazione del ruolo del villain in Enea. Il punto, secondo me, è smettere di considerare concluso il lavoro dell’attore nel momento in cui il regista dice “stop” o quando cala il sipario. A volte il corpo e la mente hanno bisogno di un tempo e di strumenti specifici per lasciare andare ciò che è stato necessario attivare per interpretare quel personaggio.

D.: Nel 2023 ha coinvolto oltre 800 attori professionisti in una sua indagine. Quale risultato l’ha sorpresa maggiormente e quale, invece, ha confermato qualcosa che aveva già osservato lavorando nel settore?

R.: Quando ho condotto il sondaggio nel 2023, l’ho pensato come un’indagine molto circoscritta, senza la pretesa di restituire una fotografia rappresentativa dell’intera popolazione degli attori professionisti italiani. Ero partita dai risultati, davvero allarmanti, che emergevano dagli studi condotti in altri Paesi e volevo capire se alcuni di quei segnali fossero presenti anche nel nostro contesto. Alcuni risultati mi hanno sorpresa e, contemporaneamente, hanno confermato quello che avevo osservato per anni, prima come ballerina e attrice e poi lavorando con gli artisti.

I risultati degli studi condotti nel mondo

Sono emersi livelli elevati di ansia e depressione, difficoltà nella regolazione emotiva e una presenza importante di attacchi di panico, un dato che mi ha colpita particolarmente. C’è però un risultato che mi è rimasto molto impresso ed è la percezione di una bassa qualità della vita. Parliamo di persone che fanno un lavoro che spesso hanno desiderato moltissimo, per il quale hanno studiato e investito anni e che, allo stesso tempo, possono percepire la propria qualità di vita come poco soddisfacente. Credo che questo dica molto anche delle condizioni in cui viene esercitata questa professione e ci porti a guardare al contesto, oltre che alla vulnerabilità del singolo artista.

D.: Ansia da prestazione, precarietà, giudizio, pressioni estetiche e continui rifiuti possono convivere nella stessa carriera. Quali sono oggi i fattori che mettono maggiormente a rischio il benessere psicologico degli artisti?

R.: Ci sono caratteristiche proprie del settore dello spettacolo che sono intrinseche a questo lavoro e che lo rendono diverso da molti altri ambiti, e pensare di eliminare completamente questi aspetti sarebbe utopistico, perché in parte appartengono alla natura stessa della professione. Quello che possiamo fare è capire come attutirne l’impatto e lavorare maggiormente sulla prevenzione, anche perché spesso a fare la differenza è il modo in cui questi fattori vengono gestiti. Una leadership attenta, una comunicazione rispettosa, carichi e tempi di lavoro gestiti con maggiore consapevolezza, confini professionali chiari e una maggiore attenzione ai fattori di rischio psicosociale possono incidere molto sull’esperienza di chi lavora in una produzione, in una compagnia o in un percorso formativo.

Nel libro anche alcune best practice già presenti in altri Paesi

Nel libro parlo anche di alcune best practice già presenti in altri Paesi, dai check-in nei periodi di lavorazione più intensi agli strumenti di decompressione dopo scene o ruoli particolarmente impegnativi, fino alla possibilità di avere un supporto psicologico che conosca realmente le specificità del settore e che si estende a tutti i professionisti del settore. Credo che la direzione sia questa. Credo che lo spettacolo rimarrà un ambiente competitivo, incerto e molto esposto alla valutazione. Possiamo però costruire intorno a queste caratteristiche una maggiore cultura della prevenzione e dare alle figure che operano nello spettacolo strumenti più adeguati per affrontarle.

D.: Nel mondo dello spettacolo esistono forti gerarchie e relazioni di potere. Quanto queste dinamiche possono rendere difficile manifestare un disagio, chiedere aiuto oppure stabilire dei limiti?

R.: Possono incidere molto, soprattutto perché nello spettacolo le gerarchie si accompagnano spesso a una forte precarietà. Se una persona sa che una decisione può influenzare un ingaggio, una riconferma o un’opportunità futura, può diventare più difficile dire che una situazione crea disagio, porre un limite o chiedere aiuto. Entra in gioco anche il timore di essere considerati poco professionali, difficili da gestire o poco disponibili. Nel libro sottolineo, però, che la gerarchia, di per sé, fa parte di molti contesti di lavoro e, in questo ambito, ha anche una funzione organizzativa e creativa. La differenza la fa il modo in cui viene esercitata. Una leadership capace di creare sicurezza psicologica permette alle persone di esprimere una difficoltà o un dissenso senza temere conseguenze sulla propria posizione. E questo, oltre a tutelare il benessere, può migliorare anche il funzionamento del gruppo e la qualità del lavoro.

L’ipotesi di una maggiore presenza dello psicologo nelle produzioni cinematografiche, teatrali e televisive

D.: Lei propone una maggiore presenza dello psicologo nelle produzioni cinematografiche, teatrali e televisive. Come dovrebbe lavorare concretamente questa figura e dove dovrebbe fermarsi per rispettare autonomia e creatività dell’artista?

R.: Credo sia fondamentale partire costruendo un buon clima di collaborazione con tutta la produzione, comprendendone esigenze, tempi e modalità di lavoro. E ci tengo a precisare un aspetto: quando parlo della presenza dello psicologo in una produzione, non penso soltanto agli artisti. La tutela riguarda tutte le persone coinvolte, davanti e dietro la scena, comprese le figure tecniche, creative, organizzative e produttive. Con Piano d’ascolto ho sviluppato un modello che coinvolge, oltre a me, un altro psicoterapeuta e un medico; tutti e tre abbiamo un solido background artistico e almeno quattordici anni di esperienza come professionisti della salute, anche in contesti aziendali. Questo ci permette di conoscere sia il linguaggio della cura, sia quello dello spettacolo.

L’intervento accompagna le diverse fasi di un progetto, dalla pre-produzione fino alla sua conclusione e comprende la valutazione dei fattori di rischio psicosociale, la prevenzione del burnout e del disagio psicologico, la promozione di una buona comunicazione e il supporto alle persone e ai gruppi. Rispetto all’artista, non limitiamo la sua espressività e non stabiliamo quanto possa spingersi nel proprio lavoro. L’intensità fa parte della professione artistica. Interveniamo quando quella richiesta o quelle condizioni diventano psicologicamente insostenibili, tutelando la persona senza interferire con la sua libertà creativa.

“Psicologia per le arti formative”: un libro da far conoscere

D.: Se questo libro riuscisse davvero a cambiare qualcosa nel mondo dello spettacolo italiano, quale cambiamento vorrebbe vedere tra dieci anni nei teatri, sui set, nelle scuole e nelle produzioni?

R.: Che bella domanda! Mi piacerebbe che nei teatri, sui set, nelle scuole e nelle produzioni esistessero strutture e strumenti stabili per la tutela del benessere psicologico e che tutte le figure dello spettacolo potessero lavorare in ambienti più attenti alla salute e alla qualità delle relazioni. Vorrei anche che venissero pensati fondi e forme di sostegno per le fasi di arresto lavorativo, che in questo settore sono frequenti e possono avere un peso importante sulla vita delle persone. E, più in generale, mi piacerebbe che tutte le professionalità dello spettacolo fossero finalmente riconosciute per quello che rappresentano: persone che con il proprio lavoro contribuiscono alla cultura del nostro Paese e alle quali va restituito pienamente valore e dignità professionale.

Infine, mi auguro che la psicologia delle arti performative possa essere riconosciuta come una disciplina a sé, con una propria identità, una ricerca sempre più solida e professionisti specificamente preparati. Sarebbe un passo importante per costruire una cultura del benessere che, nel nostro settore, ha ancora molto spazio per crescere.

Grazie mille Chiara Carla!

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